Detesto gli appuntamenti. Di ogni genere e tipo.
Se so che il giorno X, all’ora Y DEVO fare qualcosa o vedere qualcuno, mi sale l’ansia.
Inizio a rimurginare su quante buone ragioni ci siano per evitare, rimandare, lasciar perdere. Ho delle liste di scuse chilometriche e infallibili.
Neanche a dirlo, i Primi Appuntamenti sono la mia nemesi.
Agglomerati di formalità, sequenze infinite di convenzioni. Dio, quanto odio i Primi Appuntamenti!
Ché i problemi iniziano subito: scegli ora e posto. Strateghi di guerra e ingegneri gestionali, accorrete numerosi. Siano aperte le consultazioni.
Di mattina no. Che fai, organizzi un Primo Appuntamento di mattina? Nah, ché la mattina si studia o si lavora. E poi chi cazzo c’ha voglia di uscire di casa prima di mezzogiorno? E con la luce, si vedono tutti i difetti e i pori dilatati e l’occhiaia pandesca. E poi non so se sono in grado di mettermi l’eyeliner prima di pranzo. E poi dovrei fare conversazione? Ma che vi ha dato di volta il cervello?
A pranzo? Sì, forse. Ma si sa che è l’orario in cui siamo sempre di fretta. Nel pomeriggio c’è sempre qualcosa da fare. Tipo io devo vedere Uomini e Donne, non scherziamo; nella vita le priorità sono importanti. Poi dopo pranzo parte l’abbiocco, mi viene il reflusso, no grazie, non mi pare il caso.
L’aperitivo, l’evergreen. Diverte e non impegna. Se va bene, te la prendi con calma e si resta insieme anche il resto della serata. Se va male, scusa ma ho un impegno a cena che proprio non sono riuscita a rimandare, è stato un piacere, alla prossima.
La cena. Al Primo Appuntamento? Non sarà un tantino impegnativo? Tutti tirati a lucido, nel locale figo, le luci basse, il checcazzo mi mangio che questo è pesante, la pasta la sera no, il pesce non lo so pulire, l’insalata si infila tra i denti.
Il dopocena. “Beviamo qualcosa”. Se dici sì, stai dicendo che gliela daresti la prima sera. Se dici no, sei una figa di legno, che pensa male.
Mh.
Dovunque si decida di andare, ammesso che non ci si ammazzi davanti all’armadio strabordante di “niente da mettere”, si propone l’annosa questione: come arrivare al luogo designato.
E io sono strana. Lo so.
Lo so che le femmine sognano l’uomo che le va a prendere sotto casa, apre la portiera della macchina fresca di autolavaggio, le aiuta a entrare e richiude sorridendo.
Non io. Ho già Migliore Amico a viziarmi.
Io al Primo Appuntamento voglio andarci con la MIA macchina. Se proprio vuoi andare insieme, ti passo a prendere, ti faccio uno squillo e tu scendi e vedi di non farmi aspettare. Altrimenti ci incontriamo lì.
Mi serve una certa autonomia. Laddove per autonomia, nel vocabolario di Kella, intendiamo una via di fuga.
Ammettiamo poi che si riesca a sopravvivere alla valanga di banalità e frasi fatte e domande prive di ogni interesse.
Ci siamo, arriva il gran momento, quello in cui la femmina media giudica il maschio medio.
Il momento del conto.
Mi stupisco del fatto che non siano stati scritti trattati e fatte ricerche e tenuti simposi su questa pratica barbara.
Scene che nemmeno Clint Eastwood in Mezzogiorno di fuoco. Tensione alle stelle. Lo sguardo scrutatore della femmina e il maschio che vede passere tutta la vita davanti ai suoi occhi e sente la voce del padre nel cervello:”Figliolo, sappi che quelle sanguisughe, quelle mantidi religiose, si aspettano che tu prenda in mano la situazione ed i contanti”.
Per alcune è banale e scontato e se ne stanno lì sorridenti, facendo finta che il conto non sia mai arrivato. Non è affar loro, la cosa non le tange.
Altre (le più infide) fanno per prendere la borsa e tirare fuori il portafoglio. La valutazione che daranno del maschio dipende dalla velocità e dalla convinzione con cui il malcapitato di turno affermerà:”No, ma che fai? Non preoccuparti, offro io.”
Ecco, a me quell’offro io lì mi manda al manicomio. Offri tu cosa? Ma soprattutto, offri tu perché?
Stai sereno, che se te la voglio dare, te la do comunque quando dico io e non perché mi hai offerto la cena.
Il mio cervello collega automaticamente questa faccenda dell’offrire con la necessità di ripagare, di sdebitarsi.
Odio avere debiti. Quasi quanto odio i Primi Appuntamenti.
Allora pago io e la prossima volta paghi te, dai che devo cambiare i soldi. O al massimo facciamo a metà e
se è squallido, pazienza.
Le pietose scene di separazione sotto i portoni, dentro le macchine, l'”allora ci sentiamo”, le crisi del giorno dopo, meritano un capitolo a parte.
Resta imperioso, per quanto mi riguarda, il CHEPPALLE che mi provoca questa infinita serie di consuetudini medievali che è il Primo Appuntamento.
Sì, va be’, Kella, però non si scappa. Cioè, non si può cominciare direttamente dal Secondo Appuntamento.
Ma ne siamo sicuri? Proprio sicuri sicuri? Che triste realtà.
Allora facciamo che per il prossimo Primo Appuntamento io mi impegno a mettermi il rossetto, se serve anche i tacchi, però poi mi invitate a mangiare pizza e patatine fritte sul divano, chiacchierando e guardando Full Metal Jacket.
Ecco, potrei anche andarci volentieri ad un Primo Appuntamento così.






