Il peso e le parole. Il peso delle parole.

Intendevo scrivere questo post già da molto tempo. Poi ieri l’ennesima influencer, la nota tuttologa Selvaggia Lucarelli, ha aperto la bocca a casaccio, scatenando sulla socialmediablogosfera il solito putiferio di commenti superficiali e pressappochisti. E allora mi sono detta che è il momento giusto per cercare di mettere un po’ in ordine le idee. Vi avviso, sarà un post lungo, perché l’argomento è complesso e va trattato con la dovuta cautela.

Attualmente, a livello mondiale, gli esperti di settore fanno riferimento a un librone che si chiama DSM V, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali.

Il DSM dedica un’intera sezione ai disturbi relativi all’alimentazione, individuando per ciascuno di essi le linee guida per la diagnosi dei disturbi stessi. Possiamo riassumere i criteri diagnostici in questo modo:

1) Anoressia Nervosa (AN)

Per fare diagnosi di Anoressia Nervosa (AN), il DSM V richiede che siano presenti tutti e 4 i seguenti criteri diagnostici:
A. Rifiuto di mantenere il peso corporeo ai di sopra o al peso minimo normale per l’età e la statura (perdita di peso che porta a mantenere il peso corporeo al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto, oppure incapacità di raggiungere il peso previsto durante il periodo della crescita in altezza, con la conseguenza che il peso rimane al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto).
B. Intensa paura di acquistare peso o di diventare grassi, anche quando si è sottopeso.
C. Alterazione del modo in cui il soggetto vive il peso o la forma del corpo, o eccessiva influenza del peso e della forma del corpo sui livelli di autostima, o rifiuto di ammettere la gravita della attuale condizione di sottopeso.

Sottotipo:
– Con Restrizioni: nell’episodio attuale di Anoressia Nervosa (AN) il soggetto non ha presentato regolarmente abbuffate o condotte di eliminazione (per es. vomito autoindotto, uso inappropriato di lassativi, di diuretici o di enteroclismi).
– Con Abbuffate/Condotte di Eliminazione: nell’episodio attuale di Anoressia Nervosa (AN) il soggetto ha presentato regolarmente abbuffate o condotte di eliminazione (per es. vomito autoindotto, uso inappropriato di lassativi, di diuretici o di enteroclismi).

2) Bulimia Nervosa (BN)

Per fare diagnosi di Bulimia Nervosa (BN), il DSM IV TR richiede che siano presenti tutti e 5 i seguenti criteri diagnostici:
A. Ricorrenti abbuffate. Un’abbuffata è caratterizzata da entrambi i seguenti elementi:
1) mangiare in un definito periodo di tempo (ad es, un periodo di due ore), una quantità di cibo significativamente maggiore di quello che la maggior parte delle persone mangerebbero nello stesso tempo ed in circostanze simili;
2) sensazione di perdere il controllo durante l’episodio (ad es., sensazione di non riuscire a smettere di mangiare o a controllare cosa e quanto si sta mangiando).
B. Ricorrenti ed inappropriate condotte compensatorie per prevenire l’aumento di peso, come vomito autoindotto, abuso di lassativì, di diuretici, di enteroclismi o di altri farmaci, digiuno o esercizio fisico eccessivo.
C. Le abbuffate e le condotte compensatorie si verificano entrambe in media almeno due volte alla settimana, per tre mesi.
D. I livelli di autostima sono indebitamente influenzati dalla forma e dal peso corporei.
E. L’alterazione non si manifesta esclusivamente nel corso di episodi di Anoressia Nervosa (AN).

Sottotipo:
– Con Condotte di Eliminazione: nell’episodio attuale di Bulimia Nervosa (BN) il soggetto ha presentato regolarmente vomito autoindotto o uso inappropriato dì lassativi, di diuretici o di enteroclismi.
– Senza Condotte di Eliminazione: nell’episodio attuale il soggetto ha utilizzato regolarmente altri comportamenti compensatori inappropriati, quali il digiuno o l’esercizio fisico eccessivo, ma non si dedica regolarmente al vomito auto-indotto o all’uso inappropriato di lassativi, di diuretici o di enteroclismi.

3) Disturbo dell’Alimentazione Non Altrimenti Specificato (DANAS)

Questa categoria riguarda, come già detto, quei disturbi dell’alimentazione che non soddisfano i criteri di nessuno specifico Disturbo dell’Alimentazione. Gli esempi includono:
1) Per il sesso femminile, tutti i criteri dell’Anoressia Nervosa (AN) in presenza di un ciclo mestruale regolare.
2) Tutti i criteri dell’Anoressia Nervosa (AN) sono soddisfatti e, malgrado la significativa perdita di peso, il peso attuale risulta nei limiti della norma.
3) Tutti i criteri della Bulimia Nervosa (BN) risultano soddisfatti tranne il fatto che le abbuffate e le condotte compensatorie hanno una frequenza inferiore a 2 episodi per settimana per 3 mesi.
4) Un soggetto di peso normale che si dedica regolarmente ad inappropriate condotte compensatorie dopo aver ingerito piccole quantità di cibo (es. induzione del vomito dopo aver mangiato due biscotti).
5) Il soggetto ripetutamente mastica e sputa, senza deglutirle, grandi quantità di cibo.
6) Disturbo da Alimentazione Incontrollata (DAI): ricorrenti episodi di abbuffate in assenza delle regolari condotte compensatorie inappropriate tipiche della Bulimia Nervosa (BN).

Chiara Ferragni e Chiara Biasi o qualche altra fashion blogger soffrono di uno di questi disturbi?

Dal punto di vista psicologico io non sono assolutamente in grado di fare una diagnosi e credo che nemmeno Selvaggia Lucarelli, nonostante la sua millantata onniscienza, sia in grado di farla. C’è stato un mutamento fisico per entrambe negli ultimi mesi? Assolutamente sì. Da quanto ci è dato di vedere, il loro Indice di Massa Corporea è nella media? A meno che non si abbiano gli occhi foderati di prosciutto (sgrassato, per carità) direi proprio di no. E se non vi ricordate che cosa sia l’Indice di Massa Corporea, ve ne ho parlato QUI.

Il democraticissimo popolo del web è insorto davanti alle affermazioni della Lucarelli, con una serie di argomentazioni dal banale al grottesco, nella maggior parte dei casi del tutto prive di qualsiasi nozione di medicina, nutrizione o semplice buon senso.

Eh ma le grasse le kiamate CURVY e dite ke sono belle e si devono accettare x kome sono. Se sei magra invece dikono ke sei malata!!!11!

Ed eccoci a quello che secondo me è un punto fondamentale: è questa associazione tra peso e bellezza ad avervi fottuto il cervello. Esistono belle donne magre e belle donne grasse, così come esistono donne non belle magre e donne non belle grasse. E le donne non belle, magre o grasse che siano, possono comunque piacere a qualcuno ed essere amate da qualcuno e scopare con qualcuno.

Il peso non va di pari passo con la bellezza, ma con la salute. Un eccesso di magrezza o di sovrappeso non è bello o brutto, ma poco salutare e, in taluni casi, patologico. Al netto di costituzione, ossatura, metabolismo e quant’altro, la magrezza, superata una certa soglia è patologica quanto il sovrappeso. Non è sana. Rassegnatevi.

Qual è la differenza tra sovrappeso patologico e magrezza patologica? Perché ci sono campagne “pro-curvy”? Perché socialmente il grasso è stato negli anni stigmatizzato, individuato come male supremo, come polo negativo. Grasso è brutto, è ributtante, è sintomo di incuria, di mancanza di rispetto verso se stessi. La magrezza, al contrario, è sempre stata il polo positivo di questa assurda equivalenza. Magro è bello e buono e vincente. Questo messaggio è diventato talmente pervasivo che è stato necessario creare un “contro-modello”, quello della donna curvy, che rimettesse le cose in equilibrio. È stato necessario che dall’esterno ci ricordassero che non siamo tutte taglie 38 e che va bene così. Che anche sopra la 44 si può essere belle. E, ribadisco perché sia chiaro, si può essere bellissime anche sopra la 56, ma in quel caso non si è in salute.

Ma perké attakkare la Ferragny! Tutte le modelle sono secche anoressiche!!11!

Il fatto che ci siano altre donne patologicamente magre, alla vista addirittura più magre di Biasi e Ferragni, non toglie che Biasi e Ferragni siano molto, molto, troppo magre.

Sapete perché la magrezza delle Chiarette nazionali genera più dibattito di quella delle modelle da passerella? Perché, per loro stessa natura, le fashion blogger nascono come “ragazze normali”, non come professioniste della moda e della bellezza. Sono le nostre sorelle, amiche, figlie, vicine di casa. Ed è questo a renderle particolarmente “pericolose”, ma anche particolarmente appealing per i brand. Il “follower tipo” della fashion blogger/influencer è la femmina tra i 14 e i 25 anni. Si tratta di ragazze che stanno costruendo la propria identità e questo le rende particolarmente suscettibili (chi più chi meno) alle influenze esterne. Le stesse Biasi e Ferragni e compagnia sono dei brand e, in quanto tali, il loro obiettivo è quello di far aderire ai propri valori il maggior numero di persone-target possibile.

È legittimo liquidare la magrezza di una ragazza con un “datele un panino”?

Nemmeno per idea. È maleducato, offensivo, semplicistico, populista e sposta la discussione su un piano totalmente inadeguato. Esattamente come dire a una persona patologicamente obesa “smettila di mangiare”. Chi (Lucarelli compresa) se ne esce con frasi del genere dovrebbe essere gentilmente invitato a recarsi a fanculo.

Se Peppinella da Boscotrecase risulta essere in salute, si vede bene, vive bene pur essendo sottopeso, chiunque andasse da lei a dirle “devi magnà perché sei secca” dovrà aspettarsi un legittimo “fatti i cazzi tuoi” in risposta.

Se poi di Peppinella da Boscotrecase, sottopeso, ignoriamo SE sia in salute o abbia qualche disturbo clinico, SE si veda bene e SE viva bene, a maggior ragione dovremo farci una sostanziosa forchettata di cazzi nostri (tanto sono low-carb, non vi preoccupate), perché le informazioni che abbiamo per esprimere un giudizio sulla sua condizione e sul suo aspetto sono assolutamente insufficienti. Il giudizio senza conoscenza è il segnale primario della stupidità.

È legittimo avere dei dubbi circa la proposta di Ferragni e Biasi come modelli fisici di riferimento?

Io credo che sia più che legittimo. Le fashion blogger sono a tutti gli effetti personaggi pubblici. Non stiamo parlando di Peppinella da Boscotrecase. Stiamo parlando di persone estensivamente ed intensivamente sottoposte ad esposizione mediatica. Ed in quanto tali (volenti o nolenti) hanno una responsabilità nei confronti di chi le segue. Credo sia loro dovere veicolare messaggi positivi. E l’eccesso di magrezza, che vi piaccia o no, positivo non è.

Che l’insulto, l’offesa o il lucarelliano “mangiati un panino” siano fuori luogo, maleducati e segno inequivocabile di ottusità lo ribadisco nuovamente, giusto per amor di chiarezza. Ma, talvolta, fuori luogo è anche l’ironia eccessiva sull’argomento alimentazione e magrezza, la sorridente istigazione al senso di colpa nei confronti di uno strappo alla regola alimentare. È, in sostanza, fuori luogo qualsiasi forma di semplificazione rispetto ad un argomento complesso e di enorme pervasività e risonanza. Soprattutto se chi lancia il messaggio sa di rivolgersi ad un pubblico che spesso non ha le capacità di discernimento necessarie ad una ricezione corretta dello stesso. è una comunicazione colpevolmente distorta, quella che si limita ai 140 caratteri di un tweet o alla lapidaria sentenza in cinque righe di post su Facebook, quando si tratta di certi argomenti.

Il peso delle parole, quello sì che va tenuto sotto controllo.

Sonosoloinvidiosa

Alla fine è successo. Ed il merito è tutto di Snapchat, un’applicazione che io, ingenuamente, avevo snobbato, rifiutato, sarcasticamente liquidato con un “è roba da bimbominkia”. Scusami, Snapchat, io non avevo capito che tu saresti stato il mio più grande alleato, la mia inconfutabile prova, il mio rasoio di Ockham. Tu, mio caro Snapchat, sei stato quello che il DNA mitocondriale è stato per Bossetti: l’evidenza incontestabile che la mia teoria è sempre stata giusta.

Posso affermarlo senza timore di essere smentita adesso.

LE FASHION BLOGGER MI STANNO SUI COGLIONI.

Dio, che liberazione! Che leggerezza d’animo.

Ma farò di più e argomenterò questa mia affermazione, così per il gusto di essere definitivamente emarginata dalla socialmediablogosfera, esiliata su Plutone e colpita da riti voodoo.

In realtà dire che mi sanno sul cazzo le fashion blogger è fuorviante.

Ah Kella, stai già ritrattando? Stai già cercando di indorare la pillola?

Giammai, ma voglio essere precisa. Non mi stanno sul cazzo tutte le fashion blogger, perché non tutte le fashion blogger sono uguali. Ci sono le fashion blogger in senso proprio, quelle che si occupano di moda, tendenze, che fanno ricerche, analizzano fenomeni, parlano anche di musica, vita, film, caselibriautoviaggifoglidigiornale. Tra le italiane mi vengono in mente Giulia di Rock ‘n’ Fiocc , Claudia di Piccolo Spazio Vitale o le Marziane  (ma definire loro come fashion blogger è quantomeno riduttivo).

Quelle che irritano il mio sistema nervoso sono le adepte del metodo Ferragni. Quelle che trascorrono la loro esistenza a fotografarsi i vestiti, a photosciopparsi i brufoli, a instagrammare i pasti, a snapchattarsi nei cessi. Ecco, quelle lì, Ferragni compresa, mi provocano l’orticaria e le ragadi anali.

E poteva essere una falsa percezione, la mia. Poteva essere un pregiudizio, la voce della frustrazione del mio ego inappagato. Io me lo sono posto il problema, eh. Io e la mia atavica insicurezza e convinzione di essere un peso per la società intera ci siamo chieste se il mio odio non fosse altro una mal riposta forma di invidia, uno scazzo potente dovuto al fatto che a loro sì e a me no. E invece è arrivato Snapchat. Costoro campano della fama che i social media hanno loro attribuito ed il massimo concetto che riescono ad articolare si condensa nell’ermetica quanto universalmente valida frase “AI GAIS! DIS IS MAI AUCFIC OV DE DEI! SEI AAAAAIIII!”

Il resto sono bocche a culo di gallina, primi piani infiniti che nemmeno Sergio Leone, molestie a cagnolini innocenti. Perché la regola vuole che tu abbia un cagnolino, se sei una fashion blogger. Ma guai ad avere un cane che pesi più di 5 chili. Devono essere bestiole maneggevoli, da seviziare a piacimento, sottoponendoli ad estenuanti sciuting e dando loro comandi in lingue che non conoscono e con un tono di voce la cui frequenza è a un passo dall’ultrasuono. Ti prego, Mati tu che sei l’ambasciatrice dei quadrupedi schiavizzati, al prossimo sei ai beibi, ruttale in faccia alla Ferry, che magari si toglie il vizio di romperti i coglioni.

1[foto di Vita su Marte]

Ui ar goin tu de puuuulll cosa, che stai mettendo i piedi a mollo nella vasca delle tartarughe che hai sul balcone della tua casa di Tor Tre Teste?

Sei sulla fottuta spiaggia di Bali e il meglio che trovi da fare è inquadrare il tuo ragazzo che si aggiusta le palle nella retina del costume, prima della trecentesima immagine di te no filter, ma con sei chili di illuminante e tre paia di ciglia finte in riva al mare?

Questo accanimento nel far vedere quanto la laif sia emeizing non lo tollero. Sono profondamente convinta che le cose belle (nel senso più vasto del termine) siano quelle che rendono la vita sopportabile. Ma penso che siamo tutti d’accordo sul fatto che non ci sono solo cose belle nella vita.

Nella vita c’è la ricrescita dei peli, le mutande da ciclo, la diarrea, lo smalto che si sbecca sempre al momento meno opportuno, il pigiama di flanella con gli orsetti e la felpa del 1986 color vomito ereditata da papà. Ci sono le mutande in pizzo a 12 euro l’una che si scambiano in lavatrice, c’è da lavare il cesso con i guanti gialli di gomma. Ci sono i 25 minuti di attesa dell’autobus, con quaranta gradi all’ombra e la coda di 15 chilometri in autostrada. C’è che vai a cena fuori e ti macchi il vestito nuovo, c’è la cellulite, ci sono i pori dilatati e la lettiera del gatto da pulire.

Ed è inutile che facciate finta che queste cose non esistano. SIETE FALSE CAZZO! (semicit.)

A tutte noi vagymunite piace parlare di vestiti, osservare gli altrui vestiti, giudicare gli altrui vestiti. I vestiti sono gioia, soddisfazione, veicolo di stabilità emotiva, “passione, ossessione“.

A tutte piace vederci belle. Ritrarsi quando ci si sente belle lo trovo quasi sano, sicuramente rassicurante. Ci fornisce l’imperitura testimonianza che non siamo poi dei cessi fotonici, è un tonico per lo spirito in quei giorni in cui la PMS ci attanaglia e siamo gonfie come dirigibili Duff. Se poi è qualcun altro a ritrarci, qualcuno che sappia che l’ISO non è una malattia venerea, allora si raggiunge l’apice dell’autostima ed è subito Giselle lévati e torna a nascondere i ritocchini sotto al burqua che ‘sta copertina è mia. E quante più consensi si riscuotono, tanto più la soddisfazione aumenta. Liketemi, cuoratemi, condividetemi, fate sì che quel deficiente che ha osato friendzonarmi si mangi le mani e le braccia fino alle clavicole, riducete in poltiglia l’auostima di quella stronza con le tette rifatte che fa sempre la svenevole col mio uomo.

Ma farsi scattare due foto con la reflex settata in automatico non è un lavoro. Dire che le marche X e Y sono super top troppo fighe perché in cambio vi danno tre smalti celesti con i glitter non è un lavoro.

Guadagnare è diverso da lavorare. E va bene, vi ci manterrete con quelle quattro foto in total look Tally Weijl (l’ho googlato), ma questo non vuol dire che voi lavoriate. E tantomeno che abbiate qualche merito.

E allora avanti adesso, a darmi della soloinvisiosa.

Porca troia, sì che sono invidiosa. Delle possibilità che la vita ha offerto ad alcune (e badate bene solo ad alcune) di queste miracolate. Delle persone no, non sono invidiosa. Sono sottilmente imbarazzata e spesso fortemente irritata dalla povertà di contenuti dei post dei loro blog, dalla ignoranza di chi, pur passando la propria vita a vantarsi degli emeising pleis che visita di continuo, si esprime in un inglese che non consentirebbe nemmeno di superare il PET del Cambridge.

La Ferragni, il male primigenio, scatena in me una incazzatura particolarmente acuta. Sei stata messa su un fottuto piedistallo, senza nessun merito particolare e non hai fatto nulla per dimostrare di essere degna di starci. Bella è bella, non fraintendetemi. E negli anni sono migliorati i suoi capelli, il suo trucco e i suoi vestiti. Quasi sempre, almeno. Ma lei non è migliorata affatto. L’unica sua dote è quella di essere una carinissima bambola, incapace in tutto meno che nel saltellare in giro e sbiasciare frasi stentate in inglese, tormentando il povero schiavo, filippino, fidanzato Andrea Arturo.

fescion-aicon-chiara-ferragni-L-KTG7UJ[IO NON DIMENTICO]

La Ferragni è sostanzialmente una Francesco Sole che ce l’ha fatta.  Una signora nessuno che, per una serie di fortunati eventi, si è trovata ad essere circondata da persone brillanti e di talento.

Sì, Riccardo Pozzoli, parlo di te. A te va la mia sincera stima. Tu hai preso una sciacquetta provincialotta e ne hai fatto un business milionario. Ecco, Pozzoli è uno che ha dimostrato, nel suo campo, di avere talento. E cervello. Al punto che, quando si è rotto le palle di stare in mezzo al circo, ha fatto un passo indietro, ha assoldato il buon Andrea Arturo (del quale credo abbia i genitori in ostaggio, perché altrimenti non si spiega perché questo povero uomo si presti a fare da zerbino e giullare di corte della Ferragni, delle sorelle della Ferragni, della mamma della Ferragni, della criù della Ferragni) ed è rimasto a godersi i big money, lontano dall’onnipresente telefonino e dal molesto SEI AAAAAIII!

Di fritto, fa male solo l’aria

Lo sentite l’hype? Percepite la voce del vostro Super-Io che si ribella ad ogni forchettata di amatriciana? Che vi pianta una grana dopo ogni anacardo mangiato all’aperitivo? Lo sentite? Bene, questo è il richiamo dell’estate che si avvicina e della prova costume che incombe. Questo è il periodo in cui, più che in ogni altro momento dell’anno, proliferano foto di miracolosi prima e dopo su Instagram e fioriscono le minchiate sulla bocca dei sedicenti esperti di dimagrimento. È il momento in cui si moltiplicano le criminali promesse di perdere 10 chili in 10 giorni, mangiando solo bacche di rododendro raccolte da un monaco buddista albino, nella stagione dell’accoppiamento del muflone tibetano.

STIAMO CALMI.

Posate quel giornalaccio dimmerda che promette di farvi diventare doppleganger di Adriana Lima in un week end. A meno che non vi chiamiate Ninfadora Tonks, magie di questo genere non sono in vostro potere. E smettete anche di stare a sentire l’amica della sorella della parrucchiera, la beauty guru che si improvvisa esperta di indici glicemici, la fashion blogger fotografatrice seriale di junk food, che ha acquisito know-how in ambito dietistico facendo marchette ai libri della Lambertucci.

4d7ae1b5d10681e9a185e9d01999a859Calmatevi, respirate a fondo e aprite bene le orecchie. No, non è me che dovete stare a sentire. Non ho alcuna qualifica per propinare a chicchessia una sfilza di consigli su cosa-come-quando mangiare, quindi non mi sogno lontanamente di farlo. Però ne ho piene le tasche di sentire parlare a sproposito del cibo e del rapporto col cibo, ne ho piene le tasche di aborti pseudoscientifici spacciati per miracolosi Graal dell’essere magri&sani&belli&instagrammabili, iniziando con la arcinota Dukan, passando per le varie Atkins, tisanoreica, cronodieta, dieta dei gruppi sanguigni, dieta a zona, fino ad arrivare alle meravigliosamente creative dieta della luna e dieta del biscotto.
In virtù del mai abbastanza ribadito principio secondo il quale bisogna sapere ciò di cui si parla e argomentarlo a dovere, sono corsa dalla mia biologa nutrizionista di fiducia, per cercare di fare chiarezza. La dottoressa Zennaro si è gentilmente prestata ad aiutarmi, cercando di fare ordine tra leggende metropolitane, verità e minchionerie varie.

Domanda numero 1: SIAMO DAVVERO GRASSE COME PENSIAMO?

A livello internazionale, il valore a cui si fa riferimento per capire se una persona sia sottopeso/normopeso/sovrappeso è l’IMC, cioè l’indice di massa corporea, che si calcola (prendete le calcolatrici) dividendo il peso corporeo per l’altezza al quadrato. Per ritenervi in forma, il valore dell’IMC deve essere compreso tra i 18,5 e i 24,9.

ATTENZIONE: l’IMC è un range, non un valore specifico. Per capirci, una persona alta 170cm, potrà pesare (orientativamente) dai 60 ai 75 chili, rimanendo all’interno del range “normopeso”. Ci sono, inoltre, una serie di fattori che l’IMC non considera, come le percentuali di massa magra e massa grassa. Una persona particolarmente muscolosa, infatti, può facilmente superare il valore massimo di 24,9, pur essendo a tutti gli effetti un individuo magro e perfettamente in forma. Questo per dire che l’IMC è un valore orientativo e che, come spesso accade quando si parla di alimentazione e peso, va interpretato con una certa elasticità.

Chi fosse interessato a sapere quale sia la propria massa grassa, più che gingillarsi con formulette raccattate un po’ a caso in giro per Internet, dovrebbe  affidarsi a chi sa correttamente rilevare e interpretare i dati raccolti tramite plicometria (avete presente quando si usa quella sorta di calibro per strizzare la ciccia e vedere che spessore ha?) o impedenzometria (una roba con un nome così difficile è chiaramente qualcosa che non possiamo improvvisare in casa con l’aiuto di un tutorial di You Tube, CHIARO?).

Domanda numero 2: UNA PERSONA NORMOPESO QUANTE CALORIE AL GIORNO DOVREBBE INTRODURRE?

Voi non ci crederete, amici, ma c’è un sistema scientifico, non alla cazzo di cane, non fondato sul sentito dire, per capire quanto dobbiamo mangiare. Incredibile! Anche in questo caso, infatti, fior fior di specialisti si sono messi a tavolino e hanno tirato fuori una bella formuletta per facilitarci la vita, secondo la quale l’apporto calorico giornaliero corrisponde a:

metabolismo basale x LAF

CHEVVORDI’? Allora. Il metabolismo basale corrisponde a una media della nostra capacità di bruciare energia e quindi calorie. Adesso aprite bene le orecchie: il metabolismo basale è frutto di un calcolo empirico, per cui è bene affidarsi a uno specialista che, sulla base di studi ed esperienza pregressa, ha già un’idea dei valori da considerare nel calcolo del metabolismo basale medesimo. LAF non è una parolaccia o forse sì, dal momento che indica il livello di attività fisica: chi si diletta nel triathlon cinque giorni a settimana deve necessariamente introdurre più calorie rispetto alla legione dei culopesanti, a cui io fieramente appartengo, la cui unica attività fisica è lo zapping sul divano, ok?

Orientativamente (ricordiamoci che dobbiamo essere sempre un po’ elastici con i numeri) un adulto sano deve introdurre all’incirca 1800-2700 calorie al giorno nel proprio corpo, con variazioni all’interno di questo range legate a sesso, età, attività fisica and so on.

E SE DOBBIAMO DIMAGRIRE?
Perché sì, tutto bellissimo, tutto razionalissimo, ma quei tre chili del cazzo io li voglio perdere perché altrimenti mi scende male la midi skirt e mi vengono le crisi di nervi.
Benissimo: sappiate che per dimagrire normalmente vanno sottratte circa 500 calorie al giorno, rispetto al consumo abituale. Se passate di botto da 2000 a 1000 calorie giornaliere, non avrete un dimagrimento duraturo e sottoporrete il corpo e la mente ad uno stress del tutto inutile. Il dimagrimento “sano” si basa su un semplice principio: l’accelerazione del metabolismo. Per fare ciò, fondamentale è NON SALTARE I MALEDETTI PASTI. Voi non mangiate? Pensate di dimagrire così? Stolti! Il metabolismo è infingardo e torna in modalità “uomo primitivo con poca disponibilità di cibo”, quindi rallenta, quindi al primo boccone di cibo x siete fregati, perché viene tutto assorbito e immagazzinato per i momenti di carestia e si deposita beatemente sul vostro culone.
Per dimagrire (o anche semplicemente per non ingrassare) è invece necessario mantenere un regime giornaliero costante: siamo dei poppanti anche da grandi e l’ideale è mangiare qualcosina ogni quattro ore. QUALCOSINA, non un’amatriciana fritta nel grasso di cinghiale con contorno di polpette.
Inoltre, è buona norma ridurre l’apporto di zuccheri (soprattutto semplici, soprattutto raffinati, posate la Nutella) e, con buona pace della legione dei culopesanti, aumentare l’attività fisica.

Domanda numero 3: VADE RETRO, CARBOIDRATO?

Raga sedetevi, perché sto per darvi una notizia sconvolgente, che non so se potrete reggere.
L’ESSERE UMANO VA A CARBOIDRATI. Cè ciioè le cellule nervose funzionano “nutrendosi” di glucosio, capito coomeee?. Non possiamo vivere senza carboidrati. Il 60% del nostro fabbisogno energetico deve derivare dai carboidrati.
Ma ci sono rivelazioni ancora più sconvolgenti.
Avete presente quando vi parte l’embolo e eliminate ogni forma di zucchero, semplice o complesso, e vi nutrite di sole proteine? IL CORPO UMANO TRASFORMA LE PROTEINE IN ZUCCHERI! SABOTAGGIO! DICHIARIAMO GUERRA AI MITOCONDRI!
Tenetevi forte adesso, perché la prossima è una bomba.
Sapete quante calorie ha un grammo di carboidrati? Quattro.
Sapete quante calorie ha un grammo di proteine? QUATTRO!

e8b604fc1a199caf8a60f62c8f73d3bfAllora, smettiamola di fare i coglioni. Certo, c’è da distinguere tra carboidrato e carboidrato. No, non possiamo nutrirci di zucchero bianco a cucchiaiate per un totale di 1600 calorie giornaliere. Concentriamoci sui carboidrati buoni, quelli a lento assorbimento, possibilmente ricchi di fibre. Variamoli e cerchiamo di non mischiarli. Se mangiamo un piatto di spaghetti con le vongole, evitiamo di abbinarli alle patate al cartoccio, per dire.
Per il resto, parlando di adulti sani, il carboidrato è una necessità, può eventualmente essere ridotto, non eliminato. Ed in ogni caso, mai si può rinunciare agli zuccheri per più di una settimana.
Le diete iperproteiche, questa meraviglia della natura che da un po’ di anni a questa parte tentano di rifilarci in ogni modo, sul lungo periodo sono dannose. Studi in corso presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano ne hanno dimostrato la validità su periodi lunghi, solo sotto stretta supervisione medica, in presenza di particolari patologie, tra cui l’epilessia. Siccome mi auguro che la maggior parte di noi non abbia tali problemi, la cosa non ci riguarda.

CHE SUCCEDE SE ELIMINO I CARBOIDRATI?
Che mi autoavveleno.
Esiste una cosa complicata che si chiama ciclo di Krebs, che è il procedimento attraverso il quale ricaviamo energia dagli zuccheri. Se non ce ne sono a disposizione, il corpo provvede ad “estrarli” dalle proteine. Il prodotto di scarto di questa operazione sono i corpi chetonici, che sono velenosi per il corpo umano. Velenosi proprio nel senso che sono sintomo di una patologia; propro nel senso che se il medico scopre che un paziente è in chetosi, lo sottopone a cure specifiche. Per di più fanno pure puzzare a bestia l’alito, quindi mangiatevi ‘sti 70 grammi di pasta e non ci pensiamo più.

Domanda numero 4: CARNE, LATTE E BESTIALITÀ VARIE.

Partiamo da un presupposto: il latte è l’alimento proprio dei lattanti (ma va? Ma giura!), quindi tecnicamente gli adulti possono avere difficoltà a digerirlo. Fatto sta che, comunque, abbiamo bisogno di nutrienti che sono contenuti proprio nel latte, il calcio su tutti.
Morale? Se non avete problemi di digestione o di intolleranza, bevete pure il vostro latte vaccino. Se, al contrario, siete colti da cagotto fulminante aereofagico dopo il primo sorso, potrete superare il problema consumando latte vegetale, magari arricchito da calcio.

In caso non rientraste nella cerchia dei poveri disgraziati col colon incazzoso, il passaggio a prodotti di origine vegetale (il discorso qui si può estendere, al di là del latte, ad i vari prodotti a base di soia, seitan, tofu e compagnia bella), è una scelta legittima, ma basata su presupposti non spiccatamente dietistici. Per esempio si può tenere presente il fatto che il latte vaccino o le carni siano in un certo senso “inquinati” dai sistemi di produzione industriale. Ma sono osservazioni che vanno al di là dei valori nutrizionali. (Anzi, per puro divertimento, vi metto qui i link a una pagina contenente i valori nutrizionali del petto di pollo e dell’hamburger di soia e poi riflettiamo tutti insieme).

A onor del vero, è legittimo anche dire che alcuni di questi “cibi alternativi” stanno facendo la loro parte di danni. Per dire, la commercializzazione da parte delle multinazionali della quinoa , l’equivalente della terra promessa  per i patiti delle proteine, sta mandando a rotoli l’economia delle comunità andine che da sempre la coltivano. Per non parlare dell’origine OGM della maggior parte dei prodotti a base di soia.
Ma, come dicevo, queste sono questioni che attengono all’etica, più che alla nutrizione.
Diverso è il discorso per le carni rosse: la comunità scientifica ha unanimamente stabilito che vanno consumate in quantità minime. Anche qui, però, il discorso è legato primariamente a valutazioni più ampie, in particolare relative alla prevenzione dei tumori.

Domanda numero 5: DRITTE E CURIOSITÀ.

  • fe8a8a52335b4eff48029a3d3f297d7aPer gli attacchi di follia da carenza di dolci the answer is quadratino di cioccolato fondente. Quadratino, non tavoletta. Non barate.
  • La frutta può essere tranquillamente mangiata a fine pasto, perché segna la fine del pasto stesso. Certo, a meno che non vi fermenti in pancia e vi faccia pentire di essere nati, allora magari è meglio mangiarla per merenda.
    L’antica credenza che la frutta non vada mangiata a fine pasto nasce nella notte dei tempi, in Anglosassonia, luogo notoriamente meno ricco di varietà di frutta dell’area mediterranea. Gli albionici volponi, quindi, hanno pensato bene che fosse meglio relegarla agli spuntini e concludere il pasto con un biscotto Digestive.
    Noi, che avremmo pure tanti problemi, ma di sicuro non quello della frutta (semicit.), possiamo tranquillamente concludere il pasto con una bella mela, invece che con i biscottini della Regina.
    Ecco, magari la frutta E i biscottini insieme facciamo che li evitiamo, eh.
  • Ogni tanto il fritto non solo non ci danneggia, ma sembra addirittura che faccia bene al fegato. L’importante è che sia fritto bene: olio pulito, friggitrice e mai superare il punto di fumo.
    Ogni tanto, amici. Non è che farsi il bagno nelle patatine di McDonald’s sia terapeutico, sia chiaro.
  • Non pesatevi tutti i giorni, men che mai più volte al giorno. Pesarsi una volta a settimana è già troppo, specialmente per noi femminucce, sempre preda degli ormoni che una volta ci gonfiano, una volta ci scazzano, una volta ci chiudono lo stomaco.
  • NON FATEVI LE PIPPE MENTALI. Si può mangiare una pizza o un panino o un dolce ciccione o un bagel una volta a settimana. Potete andare al matrimonio di vostra cugina e strafogarvi e prosciugare la fontana di prosciutto crudo ed esaurire le scorte di supplì. Non è questo che fa ingrassare. Il giorno dopo andate a fare una seduta extra di palestra, mantenetevi leggeri, ma mangiate.
  • Siate razionali. Non per tutti valgono le stesse regole. Imparate a conoscervi. Imparate a distinguere le verità scientifiche dalla fuffa, dal fumo negli occhi, dalle minchiate dette tanto per far rumore. Informatevi, chiedete, documentatevi, invece di imbabolarvi davanti al fottuto Instagram. SÌ KELLA PARLO ANCHE CON TE.

È d’obbligo (e sentitissimo) un ringraziamento alla dottoressa Greta Zennaro, che mi ha dedicato la sua domenica mattina, per far sì che potessi scrivere questo post. La dottoressa è una persona seria, le parolacce e le intimidazioni sono tutta farina del mio sacco, ovviamente.

Storia di Storie

C’era una volta, in un paese lontano lontano, una bellissima principessa, con gli occhi grandi e belli e il sorriso dolce dolce. La principessa era tanto bella, ma non lo sapeva, perché non aveva specchi nel suo castello. Aveva un animo gentile ed una bellissima voce e le piaceva usarla per raccontare storie. Una volta, una strega cattiva, gelosa di lei, lanciò un maleficio su tutto il Regno: qualunque cosa la principessa avesse detto, le sue parole sarebbero state percepite come rumori terribili. La principessa, disperata, decise di chiudersi nel castello e non aprire mai più bocca.

Però era triste. Aveva tanti tanti pensieri, immaginava cose, le disegnava nella sua mente, inventava racconti e non aveva nessuno con cui condividerli. Era triste, la principessa, perché sentiva che, a forza di starsene da sola in silenzio, stava perdendo la voce.

Una sera, mentre era ancora una volta chiusa nel castello, pensando al suo triste destino, le apparve la Fata Madrina. “Principessa – le disse – la strega cattiva ha cambiato la tua voce, ma non il tuo cuore. Il Regno era incantato dai tuoi racconti, non dalla tua voce. Devi solo trovare un modo nuovo per farti ascoltare. Per questo ho deciso di regalarti un blog su WordPress, in cui potrai scrivere tutte le tue storie e raccogliere quelle degli altri, cosicché tutti possano conoscerle.”

La principessa aprì il suo pc, cliccò sul tasto “Nuovo Post”, iniziò a scrivere e finalmente, dopo tanto tanto tempo, ricominciò a sorridere.

E tutti vissero felici e contenti.

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Storia di Storie non è un semplice blog, è un progetto a cui tutti sono invitati a partecipare. Ognuno di noi ha qualcosa da raccontare, per quanto banale, per quanto mal scritto. Ognuno ha una storia. Ogni storia è degna di essere scritta e ogni storia prima o poi verrà letta.

Chiara è la mia Principessa. Passate dal suo regno.

New Beginning

Insomma tira una certa aria di cambiamenti da queste parti, che dite? Che ve ne pare di questo posto nuovo? A me non dispiace per nulla, mi sembra più ordinato, pulito. Più sensato. E devo complimentarmi con il Signor WordPress, perché la app è 8509838157 volte migliore di quella Blogger. Per il resto, Signor WordPress, temo che mi servirà un insegnante di sostegno, perché sono incapace a gestirti a livelli non contemplati prima.

Scusa, Blogger, io ti ho molto amato, perché ti capivo, eri comprensibile perfino ad una testa di minchia bionda come me, che a stento è in grado di premere il tasto di accensione del ferro arricciacapelli, per farlo riscaldare (e non sempre me ne ricordo e passo i successivi venti minuti a bestemmiare in sanscrito PERCHÉ STO COSO DIMMERDA NON FUNZIONA?!”)

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È che a me le cose facili non sono mai piaciute, caro Blogger. E quindi mi ritrovo qui, davanti a questo editor noto soprattutto per la possibilità di aggiungere plugin, senza capire dove cazzo stiano, questi benedetti plugin. Machemmifrega?! La tastiera è sempre quella, anzi qua ci sono pure già inseriti i caratteri speciali, così non devo farmi venire le crisi per scrivere la “e” maiuscola con l’accento. Che poi, il 2015, le sonde su Marte, le macchine ad idrogeno, la domotica e qua io ancora non ho la “e” maiuscola accentata sulla tastiera. Ho il simbolo “ç”, ho perfino il simbolo “§”, che Dio solo sa cosa voglia dire  (sono quasi certa che non compaia nemmeno in “Metodo semplificato per la lettura delle Antiche Rune”, quindi è molto probabile che sia un segno convenzionale del maligno), MA NON HO LA FOTTUTISSIMA E MAIUSCOLA ACCENTATA. Due cose dovevate fare, scienziati intellettualoidi dei miei coglioni: inventare il teletrasporto e mettere la “e” maiuscola accentata sulle tastiere. No, voi espandete l’ASCII, vi inventate la codifica a 16 e 32 bit dei caratteri per rappresentare gli ideogrammi cinesi, ma la “e” maiuscola accentata sulla tastiera non siete in grado di metterla. Chevvipossino, scienziati burloni che non siete altro.

Vabbè quindi, bando alle ciance. Sono qui per una dichiarazione di intenti. Seguirà lunghissimo giro di parole, prima di arrivare alla dichiarazione medesima.

Siccome io sono nata stanca, sono pigra, infingarda e baso la mia vita sul potente motto del “mi scoccio”, dico che faccio le cose e poi finisco sempre per non farle. Allora, siccome io DEVO farle, perché in realtà lo voglio, ma sono affetta da pesoculismo cronico, vi elenco di seguito i post che intendo scrivere nei prossimi giorni. Non mesi, non anni, non in un imprecisato futuro spazio-temporale. DEVO scriverli nei prossimi giorni:

– Storia di Storie: un progetto BELLISSIMO, pazzesco, con un potenziale altissimo, ideato da una persona dolcissima, che stimo ogni giorno di più. Intanto vi lascio il link https://storiadistorie.wordpress.com/

– Home Decor: ovvero essere poveri e voler rendere instagrammabile la propria camera.

– Rubrica Pinterest: essendomi autoeletta reginetta incontrastata di Pinterest, ho pensato che tipo una volta al mese potrei sottoporvi le cose che più mi sono piaciute, riguardanti varie categorie che sono ancora da stabilire, ma se avete idee, sparate pure.

– Libri: io non vi parlo mai dei libri. E questa cosa non va bene. Non che io sia un’esperta, però proprio per questo, sottoponendovi le mie riflessioni, potrei avere spunti interessanti.

– Beauty: anche questa vorrei che diventasse una rubrichetta. Qui, però, più che mai gradirei il vostro aiuto. Ci sono argomenti specifici che vi interessano? Qualcosa che più di altro vi crea grattacapi, dubbi, difficoltà? Chiedete e vi sarà scritto.

– Alimentazione: ci siamo, è QUEL  periodo dell’anno, quello in cui ritornano le anZie per l’imminente prova costume. Stufa di leggere minchiate in giro per la socialmediablogosfera, ho deciso di parlare dell’argomento a modo mio.

Ecco qua. Questi sono i miei piani. Adesso tocca a voi: dovete lamentarvi, cagarmi il cazzo, minacciarmi di mutilazioni e di farmi vestire Desigual per i prossimi dieci anni, in caso non mi sia una mossa a scrivere e non mantenga la parola data. Su, datemi il mignolo, pinkie promise.

Social Media Kella: un post polemico

Sono una che sui social è arrivata molto tardi e in maniera molto ingenua. Probabilmente troppo. E infatti ci ho messo un bel po’ a prendere le misure, a capire se e come esprimere la mia opinione, a creare legami sani.

Quando ho aperto questo blog, l’ho fatto senza velleità alcuna. E a tutt’oggi, non penso che mi possa portare da qualche parte. Scrivo perché mi piace, spesso perché ne ho bisogno. Ogni tanto scrivo per esercitarmi nell’articolare un pensiero o un’opinione. 
Mi piacerebbe scrivere per “lavoro”? Sicuramente sì. I social mi sono serviti a riscoprire una passione che avevo messo via a lungo, relegata a mero sfogo delle frustrazioni nei miei momenti più bui. 
Mi sono serviti anche ad allenare una attitudine che possiedo per natura: l’attitudine all’osservazione. Io sono profondamente affascinata dalle persone, dal loro modo di ragionare, dalle relazioni che intessono ed i social sono una miniera d’oro in questo senso.
Puoi vedere menti ribollire, amicizie stringersi, odio insorgere, fenomeni nascere.
Ci sono, però, sui social anche cose che mi avviliscono profondamente. Per esempio il fatto che il “successo”, sulla socialmediablogosfera, sembra molto spesso andare a braccetto con una forma di prepotenza ed arroganza.
Io, per natura, sono una che col cazzo mi metto ad alzare la voce, piuttosto resto nel mio angolino a farmi schiacciare da quelli che, piantato il loro bel piedistallo, ci montano sopra e mettono in scena il loro teatrino. 
Io non sono capace di farlo, ma poi mi lamento del fatto che nessuno si accorga di me. Però, se mi si nota, faccio di tutto per sminuirmi e rendermi piccola e inutile, fino a sentirmici davvero e a nutrire così le mie stesse frustrazioni.
Non sto bene nella massa, ma odio avere i riflettori puntati addosso. Ha senso?

Insomma è un po’ di tempo che osservo, leggo e rifletto. 
Spesso mi domando quale sia quel quid che determina la popolarità, il successo di un blog, un account o che so io.
L’aspetto fisico conta, certo, ma non è tutto. Le ragazze oggettivamente belle, sulla socialmediablogosfera, le bonazze, ammiccanti e sempre un po’ discinte in maniera fintamente casuale, hanno decine di migliaia di follower, ma non si può dire che siano figure di successo. Il 90% di chi le segue, usa i loro profili alla stregua di una succursale di YouPorn e, probabilmente, non sarebbe in grado di distinguerli l’uno dall’altro. 
Allora è una questione di contenuti? Verrebbe da dire di sì. E invece.
Sulla socialmediablogosfera esiste una sottile quanto ineludibile  linea di demarcazione: chi non l’ha superata, deve effettivamente  produrre contenuti di qualità quantomeno buona, per avere un riscontro. 
Chi quella linea, al contrario, l’ha già superata, ha successo a prescindere da ciò che produce. Ad un certo punto quello che si scrive diventa meno importante di chi lo scrive. È la persona a dare successo all’idea e non l’idea a dare successo alla persona. Ecco, io questo non lo sopporto. Mi fa venire le bolle e voglia di urlare e l’epistassi per la pressione alta.
Il gradimento va guadagnato. 
E non bisogna confondere il gradimento con l’approvazione: posso non approvare un’idea, non essere d’accordo, ma trovarla espressa in una maniera coerente, motivata e per questo apprezzabile.
Insomma questa cosa che chi più alza la voce vince a me disturba. Eppure sembra pagare.
La polemica paga, i toni fuori dalle righe e le sentenze lapidarie pagano. 
C’è solo una cosa che sulla socialmediablogosfera sembra pagare di più: il sesso. Ma questo argomento merita di essere trattato separatamente. 
Il punto è che spesso, superata la famosa linea di demarcazione, sembra che tutto si riduca al “basta che se ne parli”.
Col cazzo! Io non sono d’accordo. Non mi sta proprio bene.
Non credo ci si possa permettere di dire tutto e di dirlo senza argomentazioni, solo perché si sa di essere nella condizione di chi è ascoltato, ma non contraddetto. Non credo si possa decidere di esporsi e al contempo trincerarsi nel silenzio o nell’insulto, nel caso in cui vengono espresse obiezioni o mosse critiche. A chi la linea di demarcazione non l’ha superata (e che quindi non è parte del sistema) questo non è concesso. E, se è vero che la socialmediablogosfera è democratica, questo vuol dire che tutti, indipendentemente dal loro status, devono prendersi la responsabilità del proprio pensiero e di come questo viene espresso. 
Il sottrarsi a questo principio vuol dire distorcere le regole del gioco, dopo averle usate per procurarsi uno spot privilegiato.
Sia chiaro, chi segue un personaggio della socialmediablogosfera, pur schifandolo, per il solo gusto di passare il tempo a perculare, insultare e disprezzare, non solo è altrettanto deprecabile, ma perfino patologico, a parer mio.
Ciò non toglie che io continui a infastidirmi davanti all’esasperazione, al diventare caricature di se stessi, solo per poter far parlare di sé.
Il valore del silenzio, sulla socialmediablogosfera, è quantomeno sottovalutato. Ma anche questa è un’altra storia.

Carta dei Diritti Fondamentali della Vagymunita

Ero lì che repinnavo tutto il repinnabile su Pinterest, dopo aver buttato i tre quarti del contenuto del mio armadio, quando sono stata colta da un’improvvisa epifania.
Nessuno si è mai preoccupato di stendere una Carta dei Diritti Fondamentali della Vagymunita.
La cosa mi ha lasciato indignata e basita.
Il terzo millennio, le nanotecnologie, la moviola in campo e nessuno che si prenda la briga di dire che ci sono cose che alle donne dovrebbero essere concesse costituzionalmente.
Io mi rendo conto che aprire un dibattito vuol dire incaricarsi di affrontare argomenti spinosi e mettere fortemente in crisi lo status quo. Ma io credo che in una società che si voglia definire civile, bisogna esporsi e prendere posizione anche su questi temi spinosi.
Come una novella Saragat, ho quindi deciso di prendermi questa responsabilità e di mettere nero su bianco almeno un canovaccio di questo quanto mai necessario documento.
CARTA DEI DIRITTI FONDAMENTALI DELLA VAGYMUNITA.
Art. 1 
La Vagymunita ha diritto a una cabina armadio, provvista di scarpiera a muro, cappelliera, scomparti di diverse dimensioni per le borse, scatole per riporre adeguatamente cinture, foulard e sciarpe e di una domestica che si occupi di ripiegare e ordinare i capi per tipologia e in ordine cromatico.
Art.2
La Vagymunita ha diritto ad un tavolo da toletta, con specchio magnificatore retroilluminato a parte, nonché a un numero adeguato di scatole e contenitori in acrilico trasparente, che rendano facile il reperimento di prodotti di make up e accessori, ma che soprattutto ne renda la disposizione esteticamente gradevole alla vista e altamente instagrammabile.
Art.3
La Vagymunita ha diritto ad avere ferie retribuite dal lavoro o assenze giustificate dalla scuola durante il mestruo. In quei giorni sarà socialmente accettabile che la Vagymunita medesima non si alzi dal letto, non si tolga il pigiama, non si trucchi, non si pettini e si lamenti in maniera ininterrotta. Le spetteranno, inoltre, di diritto, scorte illimitate e gratuite di ibuprofene e assorbenti in lactifless, che le dovranno essere consegnati a domicilio, da un fattorino cieco e muto.
Art. 4
La Vagymunita ha il diritto di essere  accompagnata presso Ikea/ Maison du Monde/Zara Home/ Coin da un penemunito, anche di domenica se serve, salvo in caso di incontro di campionato della squadra del cuore del penemunito medesimo. L’accompagnatore si dovrà occupare dei carichi pesanti e di annuire con convinzione, quando gli saranno sottoposti quesiti campali riguardanti:
–  la supremazia del sistema componibile Pax su ogni altro tipo di armadio esistente;
–  il conflitto irrisolto tra l’obsolescenza della pratica di accendere incensi e la necessità di comprare il quindicesimo bruciaessenze;
– la possibilità di abbinare strofinacci dal gusto shabby a cucine dalla linea moderna. 
Alla Vagymunita è altresì riconosciuto il diritto di passare tutto il cazzo di tempo che vuole nel reparto dei tessili ed in quello delle candele, senza che le venga messa fretta.
N.B. Non rientra tra i diritti della Vagymunita quello di essere accompagnata da un penemunito, in caso di saldi e comunque ogni qualvolta si preveda che la seduta si shopping superi i 120 minuti di durata. Si vieta altresì l’abbandono anche temporaneo dei penemuniti stessi al di fuori delle profumerie e dei negozi di accessori. 
Art.5
La Vagymunita ha il diritto di affermare che le proprie amiche siano bellissime e intelligentissime e assolutamenta adorabili, anche qualora le stesse manifestassero oggettivamente evidenti difetti fisici ed innegabili deficit cognitivi.
La Vagymunita ha altresì il diritto di trovare assolutamente orride, detestabili, e deficienti le proprie nemiche, le rivali, amorose, le fidanzate di fratelli, cugini e amici e qualunque altra vagymunita che tenti di mettere in discussione lo status quo di Vagymunita Alpha, all’interno del proprio territorio. 
Art. 6
La Vagymunita ha il diritto di insultare in maniera becera, immatura e irrazionale le ex del proprio uomo e/o l’attuale donna del proprio ex.
Sono ammessi insulti su difetti fisici, tic, abbigliamento, segni o attributi particolari dell’oggetto dell’odio.
Art. 7
La Vagymunita ha il diritto (di quando in quando) di esibirsi in scenate isteriche all’indirizzo del proprio uomo e/o di assumere atteggiamenti passivo-aggressivi, se motivati da:
– PMS;
– gelosia;
– mancanza di attenzioni.
Art. 8
La Vagymunita ha il diritto di insultare i propri ex.
Sono ammessi insulti riguardanti: cattive abitudini, aspetti caratteriali, abbigliamento, facoltà intellettive.
In nessun caso l’insulto dovrà riguardare aspetti economici, fisici o legati alla virilità dell’ex, perché vi è piaciuto fare il giro sulla giostra pure a voi, è meglio glissare per non mettere in dubbio i vostri stessi gusti. 
Art. 9
La Vagymunita ha il diritto di lamentarsi ripetutamente e nonostante eventuali rassicurazioni, per quanto riguarda:
– cellulite;
– mancanza di vestiti/scarpe/accessori adeguati ad un certo look/occasione/umore;
– eventi, cose o istanze collegate allo stress, compreso:
  •  ripercussioni dello stress medesimo su pelle e capelli;
  • aumenti e diminuzioni di peso;
  • stanchezza e insonnia;
  • occhiaie

– peso, anche se lo si fa ingurgitando tonnellate di cibi ipercalorici.

– uomini, con particolare riferimento a:

  • lamentele per mancanza di uomini;
  • lamentele sugli uomini altrui;
  • lamentele sul proprio uomo;
  • lamentele per uomini che si vorrebbero, ma che non ricambiano;
  • lamentele per uomini che ci vorrebbero, ma che non ricambiamo.
Art. 10

La Vagymunita ha il diritto di guardarsi allo specchio, vedersi brutta e darsi della cessa.

  • Chi è magra ha il diritto di vedersi grassa.
  • Chi è ha le gambe lunghe ha il diritto di sentirsi infelice perché spilungona.
  • Chi è bassa ha il diritto di sentirsi infelice perché bassa.
  • Chi ha i capelli ricci ha il diritto di volerli lisci e chi li ha lisci ha il diritto di volerli almeno un po’ mossi.
  • Chi ha le tette grosse ha il diritto di odiare il proprio seno e chi ha le tette piccole pure.
  • Chi è pallida ha il diritto di vedersi malaticcia e volersi fare le lampade.
  • Chi ha un colorito olivastro ha il diritto di bramare carnagioni nordiche e pallori settecenteschi.
  • Chi ha la pelle grassa ha il diritto di odiare l’effetto lucido in zona T e le impurità cutanee.
  • Chi ha la pelle secca ha il diritto di angosciarsi per una prematura comparsa dei segni di espressione. 

Si riconosce alla Vagymunita il diritto di odiare tanto specifiche parti del proprio corpo, quanto il corpo nel suo complesso.

Terronia, 1 Febbraio 2015.