Cliché: la lista dei buoni propositi

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Non prometto di mettermi a dieta, ma di mangiare meglio.
Non prometto di essere meno pigra, ma di non rinunciare a cose che mi danno soddisfazione per pigrizia.
Non prometto di fare sport, ma di darmi da fare per farmi un po’ meno schifo.
Non prometto di postare di più, ma di temere meno il giudizio degli altri su ciò che posto e di fidarmi un po’ più del mio istinto.
Non prometto che sarò meno rincoglionita, ma che cercherò di segnarmi tutto in modo ordinato, per non perdermi nella mia devastante stupidità.
Non prometto che non scaricherò le mie frustrazioni su chi non dovrei, ma prometto di chiedere scusa.
Non prometto di essere più paziente, ma di distribuire equamente la mia pazienza.
Non prometto di spendere meno soldi, ma di darmi da fare per guadagnarne di più.
Non prometto di essere più ordinata, ma di mantenere la casa in una condizione di perpetua instagrammabilità.

Prometto di sforzarmi di ricordare a chi ho detto cosa.
Prometto di completare il mio guardaroba minimal, ma non prometto di smettere di lamentarmi perché non ho nulla da mettere.
Prometto di imparare a fare le cose che mi piacerebbe imparare a fare.
Prometto di continuare a struccarmi tutte le sere. Non prometto di truccarmi tutti i giorni.
Prometto di alzarmi tutte le mattine, anche quando vorrei rimanere tutto il giorno a fare il fusillo sotto il piumone.
Prometto che continuerò a buttare la roba inutile.
Prometto di andare a Milano, perché rimando da troppo tempo.
Prometto di rileggere questa lista una volta al mese, per rinfrescarmi la memoria. Non prometto di riuscire a rispettare tutti i punti.

Buon 2016.

7 years ago.

Sono passati sette anni ed a me sembrano molti di meno e molti di più.
Mi sono liberata di tanti fardello,   ma mi è rimasta la malinconia. Ho imparato che certe ferite non si rimarginano, forse ci si abitua al dolore. Forse.
Sono passati sette anni e sembra che tutto sia cambiato e a me pare impossibile che tu non l’abbia visto.
Ho lavorato, quest’anno. E ho pensato che non c’eri quando ho avuto il mio primo lavoro. Mi sto laureando. E penso che non ci sarai il giorno della discussione.
Passo il tempo a pensare a come sarebbe stato, se ci fossi stata tu. A che avresti pensato conoscendo Coso.

Faccio fatica a trovare la mia strada. Sembravo essere una persona sopra la media, per un po’ ci ho creduto perfino io. E invece probabilmente no. Vi sbagliavate. Ci sbagliavamo.

Ogni tanto provo una grande rabbia verso Padre, perché non fa le cose come le facevi tu. Non che sia tenuto a farle, ma a me mancano e allora mi arrabbio con lui.
Quando gli ho detto la data della laurea mi ha risposto “altri tre mesi senza fare un cazzo”. Mi è tornato in mente quel sei in matematica in prima superiore, per cui ti incazzasti tantissimo; avevo preso dei quattro e dei cinque, senza che tu facessi una piega. Ma per quel sei mi cazziasti a morte, perché non avevo studiato come avrei dovuto, perché il punto non è il voto, ma fare del proprio meglio.
Ecco, è stata un po’ quella mortificazione lì.

Sono passati sette anni e io penso che ho passato più della metà della mia vita a star male. Mi alzo tutti i giorni, non ci sto più nel letto, anche se a volte vorrei proprio farlo. Ogni tanto sono stanca e penso che mi dia tu la forza. Questa infantile abitudine di chiederti aiuto quando sono in difficoltà non riesco proprio a togliermela.

Sono passati sette anni e V. e P. se lo ricordano sempre.
V. è sempre la mia migliore amica, anche se non so se lei pensi più lo stesso di me. Ma resta il mio gancio, la mia roccia. V. è l’unica persona che ha avuto le palle ed il cuore di non mollarmi. Si è presa un bel carico da quando, quel 31 agosto, quando tu non eri in grado di prepararmi la festa di compleanno, lei e la sua famiglia si occuparono di tutto. Ho un debito di gratitudine verso di loro che non sarò mai in grado di saldare.

Sono passati sette anni e il pianoforte ha le gambe scrostate ed andrebbe accordato. Gli spartiti si sono fatti vecchi, sembra che la carta debba sbriciolarmisi tra le mani ogni volta che li apro. Sono sette anni o poco più che nessuno suona il valzer “Sul Danubio blu”. Io ogni tanto suono Battisti, ma non è la stessa cosa.

Sono passati sette anni e mi è rimasta l’ultima boccetta del tuo profumo. Ha il tappo rotto. La tengo in una scatola nell’armadio di Roma e di tanto in tanto la apro ed è strano. C’è il tuo profumo in posto in cui tu non sei mai stata.

Sono passati sette anni e tra un po’ è di nuovo Natale. Ci guarderemo ancora tutti con gli occhi lucidi, brindando. Nonny piangerà e noi fingeremo di fare del gran casino, per non sentire la tristezza.
C’è quel gioco in cui si costruisce una torre con i bastoncini di legno e poi si toglie un bastoncino per volta, cercando di non far crollare la torre. Io non so chi ha vinto e chi ha perso, ma tu sei stata il bastoncino che, una volta tolto, ha fatto cadere la torre. È andato tutto a pezzi ed i margini non combaciano più.

C’è questa canzone che mi commuove un sacco, perché sembra dire quello che tu hai sempre detto a me. Ma sembra anche parlare di te. Ché a cadere e rialzarci noi non abbiamo mai avuto rivali.
Non pensavo avrei resistito sette anni.
Mi manchi, Mamma.

http://https://youtu.be/yNJsEBaasAo

#picamarcord

Su Twitter oggi è sbocciato l’hashtag #picamarcord e, con esso, un numero tendente all’infinito di foto di bambini anni ’80/’90.
Non potevo esimermi dall’esibire qualche chicca del mio repertorio infantile. Dunque, come novella Messner, ho sfidato la sorte, arrampicandomi sullo sgabello della penisola, mentre in casa non c’era nessuno, per prendere uno degli otto (OTTO, Signori miei) scatoloni di foto che stazionano sul mio Pax.
Gli otto sopracitati scatoloni sono rigorosamente divisi per periodi, facilmente individuabili per mezzo della graziosa etichetta che su ciascuno di essi la sottoscritta ha diligentemente apposto.
Se pensate che ciò sia follia, sappiate che, all’interno di ogni scatolone,  troverete le foto sistemate negli appositi raccoglitori Kodak (guai a far stampare le foto in un luogo che non stampasse su carta Kodak i rullini Kodak), ciascuno provvisto di etichetta, sulla quale la mano materna ha riportato senza fallo alcuno il luogo e la data in cui quegli scatti hanno visto la luce. Se, malauguratamente, un unico rullino (e dunque un unico raccoglitore) accoglie foto scattate in più occasioni, l’etichetta riporta la data ed il luogo di ciascuna di esse. Ça va sans dire.

Insomma, scesa inaspettatamente indenne dallo sgabello, ho aperto il mio scatolone preferito: quello 1990-1992.
I miei anni d’oro. Quelli in cui ero ancora figlia unica e avevo su di me tutti i flash dei fotografi, come meritavo. Poi è nato Fratello e con le sue cicciosissime membra da Buddha mi ha portato via tutta la gloria.
Gli anni tra il 1990 ed il 1992 sono stati quelli in cui ho espresso tutto il mio potenziale di fescion bloggher. Una roba che Ferragny chi sei vienimi a pulire i sandaletti Superga.
Anni luminosi, di cui ho deciso di offrirvi una sintesi, tanto per dimostrare che avevo i numeri.
Poi invece ho cominciato a darli, i numeri.

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Righe mon amour
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Trendy con i panta-coulottes
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Finta naturalezza, in realtà studiatissima
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Sfilata al tramonto
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Work those angles
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Swag
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Tipico servizio pseudo bucolico da wannabe fescion blogghe
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Jumpsuit
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Portavo la gonna con le sneakers before it was cool
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Winter style
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