#2

Va male. Molto male.
Scrivo in maniera bulimica. Nel senso che non sono in grado di parlare – meno amcora del solito – e allora continuo a buttare giù tonnellate di parole scritte.
Sono due giorni di telefonate assurde. Nonna mi chiede come sto e io balbetto qualcosa e scoppio a piangere e allora piange anche lei.
Quando le ho detto che non riuscivo a partire, ha pianto fortissimo. Quando le ho detto che sono una buona a nulla ancora di più. Ho dovuto scrivere a Fratello per assicurarmi che fosse a casa e la calmasse.
Penso che questa sensazione di film già visto, di vita già vissuta ce l’abbia anche lei.
Tremo tutta, continuamente.
Manco completamente di concentrazione. Ho un unico pensiero. Le mani un po’ ruvide, una bocca sempre imbronciata e due grandi occhi blu.
Questa cosa di vivere tutto con dieci anni di ritardo rende tutto estremamente ridicolo. Perché dovrei essere un’alta che sa controllarsi. E invece no.
Ogni tanto (sempre ) penso a come debba essere avere una vita normale. Di quelle in cui ci sono una mamma e un papà che, via via che cresci, riacquistano la loro libertà e i loro spazi. Quelle vite in cui concludi la scuola dignitosamente, ti laurei con un ritardo socialmente accettabile,  tipo un anno, massimo due. Quelle vite in cui vai a fare le vacanze in un posto caldo e divertente in estate e il capodanno con gli amici. Quelle vite in cui ti alzi la mattina e non hai paura di uscire dal letto. In cui iniziare a far qualcosa di nuovo, comporta quel timore normale e non la paralisi totale.
Io ho ventisei anni e non sono in grado di fare nulla. Sono una completa nullità. Non mi sono ancora laureata, non so lavorare. Sono terrorizzata all’idea di dover stare molte ore fuori di casa, di non avere il controllo sul mio tempo. Sono terrorizzata dalla possibilità di sentirmi male, di svenire, di vomitare o, peggio ancora, dal diventare,  come spesso mi succede, pallida pallida, tremante e con il cuore che sembra scoppiare nel petto. È la prospettiva che mi atterrisce più di tutti perché non la so spiegare agli altri. Non so dire cosa ho. E nemmeno sono in grado di nasconderla e di mascherarne i sintomi.
È una solitudine completa. Perché non c’è prospettiva.
Sai che, finché sarai così, non potrai stare vicino a nessuno e nessuno ti vorrà vicino.
E invece vorrei solo che avessi la forza di venirmi incontro.
Ma non ce l’hai. E non è colpa tua. Sono io quella rotta. E tu meriti il meglio, non una persona rotta.

#1

Ieri sera ho dovuto chiamare Padre perché mi sentivo male. Ha aperto il divano letto e mi ha fatto dormire da lui. Mi ha messo a letto e ha lasciato la porta aperta.
Piango quasi ininterrottamente. Per il dolore che sento, ma soprattutto per quello procurato.
“Mi hai illuso”.
Hai ragione. Mi sono illusa anche io, ma non si può chiedere  a nessuno di stare accanto a una come me.
C’era questa signora che aveva una figlia un po’ più grande di me, con una malattia di quelle serie, non questa roba senza capo né coda che a volte prende me, che più che una malattia è solo inettitudine e debolezza di carattere probabilmente.
Questa ragazza aveva roba seria, andava spesso  in giro per ospedali e stava male di frequente e all’improvviso. Aveva un ragazzo. Non l’ha mai lasciata. Lei glielo disse “guarda che se la situazione è troppo pesante per te, io lo capisco. Ci sono cose che forse non potrò fare e tu hai il diritto di farle.”
Lui le rispose che la amava e voleva stare con lei.
Hanno messo su casa. Si sono sposati.
Nonostante lei ogni tanto stesse comunque davvero male.
“Stai tranquilla, sono cose che rafforzano l’amore queste”.
Non basta l’amore, Pa’. Non basta.

Dei Felini

Ho cominciato la mia avventura da gattara circa cinque anni fa.
Da bambina ho avuto un gatto di nome Chicco, non particolarmente amichevole. Avevamo una casa col giardino e lui viveva lì, con la sua cuccia, la sua pappa, qualche giochino, addomesticato, ma non granché avvezzo alla vita familiare.
Da ragazzina ho salvato un paio di cuccioli capitati per caso dalle mie parti, per brevi periodi e cedendoli poi a chi poteva occuparsene.
Quando sono venuta a vivere con  Fratello a casa di Nonny non stavo passando un periodo particolarmente esaltante della mia vita. Avevo poca voglia di uscire e men che meno avevo voglia di prendermi impegni.
C’era questa grossa gatta nera nera, così grassa da sembrare incinta, che tutti dicevano essere cattivissima. Una volta si era infilata in uno dei palazzi del parco e, quando una signora aveva provato a cacciarla a colpi di scopa, lei aveva reagito ringhiando e soffiando. “Sembrava posseduta!” andava raccontando la vecchina terrorizzata, a cui io avrei tanto volentieri spaccato la scopa sul cranio.

La gatta grassa e nera a me, che mi mettevo seduta nelle sue vicinanze senza muovere un muscolo e portandomi dietro scatolette di tonno o bocconcini, si avvicinava piuttosto educatamente, a coda alzata e strusciandosi contro le mie gambe. Ogni tanto reagiva male, a un movimento troppo brusco, a una carezza inaspettata.
Ho iniziato a capire i gatti così, tra un graffio e l’altro datomi dalle zampacce di Nerina.

Io non sopporto chi dice che i gatti siano animali scostanti, ruffiani o privi di affetto. Il punto è che, a differenza di quanto succede con i cani, l’affetto dei gatti va guadagnato. I gatti, sotto molti punti di vista, sono molto umani, hanno reazioni più complesse di quelle di cani e cavalli, per esempio.
Il gatto ti insegna che il sistema migliore per mantenere la leadership è la persuasione. Non puoi costringere il gatto a fare quello che lui non vuole fare, devi convincerlo che quello che tu vuoi che faccia è esattamente quello che lui vuole fare.
Il gatto ti insegna  a non arretrare davanti al dolore. Sulla mia pelle (letteralmente, perché soprattutto all’inizio, avere a che fare con i gatti vuol dire ridursi mani e braccia peggio del più ortodosso degli emo) ho imparato che non conviene mai ritirare la mano che sta per essere graffiata. Fisica spicciola: alla forza impressa dalla zampa che tenta di colpirci, si aggiunge quella che imprimiamo noi, intimoriti dalla possibilità di essere colpiti, ritirando la mano. Il risultato è molto più devastante di quello che si ha semplicemente lasciandosi colpire. Il graffio in questo caso è molto meno profondo.
Quando ci si guadagna la fiducia di un gatto, si sente di aver portato a termine una missione, di aver ottenuto un risultato. E la risposta è assolutamente sorprendente.
I gatti hanno l’abilità di muoversi intorno al loro umano, in perfetta armonia. Sanno quando salire, arrampicarsi, accoccolarsi , si muovono sempre al momento giusto, infilandosi nelle nostre pieghe, nel posto lasciato libero.
In effetti è quello che fanno anche col cuore del loro umano di riferimento. Si fanno posto un po’ alla volta, si creano il loro spazio.

In cinque anni avrò avuto a che fare con una decina di randagi. Maschi e femmine, coccoloni o schivi, disposti a fare amicizia o assolutamente scorbutici.
Li ho sfamati, coccolati, divisi durante i loro litigi notturni; ho avuto a che fare con servizi di pronto intervento mal coordinati e non sempre competenti, per assicurarmi che fossero sempre in salute; li ho disinfettati, ho dato loro antibiotici, antiparassitari, li ho pettinati e ripuliti, li ho visti partorire e ho avuto il privilegio di essere considerata da loro così degna di fiducia da poter rimanere sola con cucciolate nate da 24 ore.
C’è di più, I gatti sono stati il mio primo impegno dopo mesi di assoluta apatia. Dovevo vestirmi e preparare le ciotole, le medicine e le spazzole e uscire di casa, perché mi ero assunta la loro responsabilità.
Ho sofferto e soffro ancora del fatto di non poter tenere animali in casa. La mia situazione “logistica” è quella che mi ha spinto ad occuparmi dei gatti randagi, Però oggi penso che, anche se un giorno potessi permettermi di averne qualcuno in casa, non smetterei  comunque di occuparmi dei felini senza tetto.

Dopo circa cinque anni, Nerina aveva imparato a venire a mangiare ad un certo orario, ad essere presa in braccio e pettinata e pulita, senza spaventarsi o innervosirsi. Non ha mai più tirato fuori le unghie, se non appena appena, facendomi “la pasta” addosso, per mostrare il suo disappunto verso un qualche mio momento di distrazione. I bambini si fermavano per accarezzarla e lei li ha sempre lasciati fare di buon grado.
La sua pappa preferita era il baccalà, che divideva con la nonna. Il suo posto preferito, le mie gambe, su cui sapeva incastrarsi perfettamente.
Un dio che evidentemente non ha troppa simpatia per me, ha deciso di farla morire la mattina di Natale.

Questo post è innanzitutto un ringraziamento. Al mondo felino tutto e a Nerina e Moka e Ken e Martino in particolare, Per i sorrisi e le fusa e l’affetto e le soddisfazioni che mi hanno dato. Per avermi scaldato le mani in inverno ed aver accettato le mie carezze anche nelle giornate più torride.
Spero di essere risultata una ridicola pazza esaltata agli occhi di quelli che sono buoni a dire solo che è da deficienti spendere soldi ed energia per gli animali, dal momento che ci sono tante persone ad averne più bisogno; a gli occhi di quelli che pensano sia esagerato soffrire per la morte di un cane, di un gatto, di un coniglio o un criceto, perché “le vere disgrazie sono altre”.
Spero vivamente di aver fatto una pessima impressione a questo genere di persona, perché vorrebbe dire che sto investendo bene i miei soldi, le mie energie e il mio affetto, ogni volta che apro una scatoletta per portarla giù in cortile.

In secondo luogo, questo post è un invito.
Prendere con sé un animale richiede tempo e denaro e spazio ed energie che non tutti possediamo.
Lasciare in un angolo del cortile una ciotola con dell’acqua fresca e una manciata di crocchette, (ma anche semplicemente degli avanzi) è qualcosa che è alla portata di tutti.
Intervenire quando si incontra un animale in difficoltà, oltre che ad essere un dovere civico e prima ancora morale, non ha alcun costo. Nonostante la non sempre perfetta organizzazione, il Pronto Intervento degli animali è accorso in mio aiuto gratuitamente ogni volta che ne ho avuto bisogno. Basta chiamare il 118  ed il centralino vi fornirà i dati del veterinario di turno in quel momento. Non ci sono costi né oneri di altro tipo.
La vicinanza anche saltuaria di un randagio è di enorme conforto emotivo, sia per loro che per noi.
Vale la pena anche solo provare. Può essere uno dei buoni propositi per l’anno nuovo, pensateci su.

Nerina
(Unkown – 25/12/2014)

Casa e Chiesa

Entrare il libreria, per me, è un po’ come entrare a casa e un po’ come entrare in chiesa. C’è sempre un ordine, per quanto disordinate possano essere le pile di libri ammassate sugli scaffali, c’è sempre un senso. La divisione per generi e poi quella per nomi. Guardi gli scaffali ed e è come essere a una festa, vedi facce nuove, persone che non avevi mai incrociato e poi all’improvviso un volto noto, un titolo familiare. Il ricordo di un’emozione.

Oggi vagavo fra gli scaffali e pensavo a quante storie siano state scritte, al bisogno che abbiamo di scrivere, di raccontare. Per lasciare un segno, per essere ascoltati, per essere meno soli.  È una cosa grandiosa, se ci si pensa. Il potere della narrazione. Il bisogno atavico di sapere di quello che non siamo noi. Il bisogno atavico di sapere che quello che siamo noi sono anche altri.
C’è un sacco di vita in una libreria. Sì, è vero, non tutti i personaggi sono realmente esistiti, molti non sono nemmeno ispirati alla realtà, ci sono realtà nei libri che non sono nemmeno reali. Eppure sono state concepite da uomini e questo le rende umane e perciò reali. E io questo lo trovo assolutamente affascinante. C’è una tale grandezza nel concepire!
E quello che viene concepito da uno, è capito da altri. Ci sono persone che hanno una tale voglia di capire, che leggono i libri. E tutti i libri scritti, almeno una volta, sono stati letti da qualcuno. Perché c’è bisogno di storie, la narrazione ci rende sicuri, estende l’esperienza a campi della vita in cui non abbiamo esperienza alcuna.
E quindi entri in una libreria e sei circondato da storie, da persone e cose che si raccontano, anche se non esistono, perché qualcuno possa leggere.
Io la trovo una cosa straordinaria.

Insomma oggi ero in libreria e, quando entro in libreria, io tolgo la suoneria al telefono e non parlo mai a voce alta. I libri meritano rispetto, non si può essere sguaiati o rumorosi davanti ai libri, secondo me. Fa parte del codice tra gli avventori delle librerie l’essere silenziosi. Scegliere un libro è un po’ come andare ad un appuntamento, c’è bisogno di intimità per capire se ci si può piacere, non è educato che chi è intorno si metta a far cagnara.
Solo che adesso le librerie sono diventate un po’ anche negozi di giocattoli, per motivi che francamente mi sono oscuri, e quindi c’era questa bambina che correva urlando dappertutto. E i genitori fermi, senza dirle nulla, mentre lei prendeva, toccava, apriva.
Poi ha scelto un libro, lo ha fatto vedere al padre e lui le ha detto: “No, ti avevo detto che non potevi prenderne nessuno.”
L’ho trovato molto triste. Non penso che debba mai essere negato a un bambino di avere un libro. Sì, ok, siamo sotto Natale e probabilmente per la bambina saranno già stati preparati molti doni sotto l’albero, magari le regaleranno proprio dei libri. Sì, va bene, non è che i bambini debbano essere accontentati in ogni loro capriccio, non possono avere sempre tutto, dire no è importante.
Ma io lo trovo molto triste lo stesso, il fatto di negare una storia ad un bambino che te la chiede.

Quando c’era Madre, andavamo spesso in libreria insieme. Madre era stata una lettrice accanita in gioventù, con una speciale passione per i gialli. Io ho ereditato molti dei grandi classici che aveva conservato dalla sua infanzia. “Cuore”, “Incompreso”, “Marilù”, “I ragazzi della Via Paal” (perché nessuno legge più “I ragazzi della Via Paal”?  È un libro bellissimo).
Da quando la vita ha cominciato a non andarle troppo bene, aveva smesso di leggere. Diceva che non riusciva più a concentrarsi.
Però in libreria ci andavamo spessissimo, ci passavamo ore intere. Lei qualche volta cercava qualcosa per sé. ma più spesso cercava libri che sarebbero potuti piacere a me. Ci dividevamo e ognuna faceva silenziosamente le proprie ricerche. Poi ci confrontavamo e sceglievamo insieme.
Io di solito arrivavo da lei con una pila gigante di libri in mano, spiegandole perché avrei voluto leggere questo o quest’altro. Faceva fatica a dirmi di no, anche se “no” significava prendere cinque libri invece di sei. Facevamo i conti, questi te li regalo, però quelli li prendi con i tuoi risparmi, questo magari adesso no, dai. Però torniamo quando li hai finiti tutti, così se vuoi lo puoi prendere.
Quasi le dispiaceva che non potessi averle tutte e subito, quelle storie. E alla fine in libreria mi ci riportava sempre.

Assenza della capacità.

Ho passato gran parte della giornata a riflettere sul concetto di impotenza.
Impotènza: s.f [dal lat. impotentia].
Assoluta e avvilente assenza delle normali o necessarie capacità.
Avvilente. Assenza della capacità di.
C’è stata un’epoca -che a me sembra l’altro ieri, ma in effetti parliamo di dieci anni fa- dieci? In che senso, deve esserci un errore- sì in effetti sono anche di più.
Comunque, c’è stata quest’epoca in cui l’unica cosa che facevo nella mia vita era vegetare. Perlopiù dormivo di uno strano sonno. Un sonno che non riposava e sembrava non bastare mai. Se non dormivo, me ne stavo a letto con gli occhi chiusi. Il desiderio di cancellare il mondo fuori, oppure di cancellare me stessa.
Impotènza.
Avvilente. Assenza della capacità di.
Mi lavavo a stento, vestirsi non se ne parlava neanche. Pigiami, tute, felpe. Nient’altro. Non avevo un posto dove andare, non avevo persone da vedere.
Non volevo andare in nessun posto, non volevo vedere nessuno.
Che sembra la stessa cosa e invece non lo è.
Quel sonno era strano, una specie di oblio. Una benefica pesantezza. Un po’ tipo una droga. Non ne potevo fare a meno, di stare a letto, di dormire, di tenere gli occhi chiusi.
Quando li aprivo, piangevo. Nel mio solito modo ordinato e silenzioso, sviluppato in anni di pianti notturni, di dolori segreti e pareti sottili. Oppure solo frutto di un’ attitudine. Alla riservatezza, al timore di disturbare, di infastidire, di essere giudicata -giudicarmi- debole, indifesa. Di fare pena. Fatto sta, che si contano sulle dita di una mano le persone che mi hanno vista piangere.
Impotenza.
Avvilente. Assenza della capacità di.
Non piangevo per un motivo particolare.
Piangevo per la solitudine. Perché era triste che tutto ciò che fossi in grado di fare fosse stare stesa a dormire e, tuttavia, non ero in grado di fare altro. Piangevo per invidia, di quelli che la mattina si alzavano, andavano a scuola, facevano sport, incontravano gente, si innamoravano. Piangevo perché io avrei voluto essere come loro e invece riuscivo solo a stare a letto, dormendo uno strano sonno.
Ma soprattutto piangevo per il dolore di vedere le persone che mi volevano bene arrabbiate, disperate, deluse dal fatto che tutto ciò che ero in grado di fare era stare a letto a dormire.
Impotenza.
Avvilente. Assenza della capacità di.
Prendete la prima della classe nella Classe delle Figlie e mettetele davanti sua madre, che si dispera, perché la figlia si è rotta. La figlia che ha dato sempre pochi problemi, che ha avuto sempre risultati eccellenti a scuola, che faceva sport e usciva con gli amici. Ad un tratto non si alza più dal letto. E lei non se ne fa una ragione, la prende con le buone, poi cerca di farsi aiutare, poi la prende di peso e la strattona e le tira via le coperte di dosso. E piange, urla e si incazza e strilla e dice che lei non ne può più di quella figlia rotta che sa solo dormire.
Per la figlia è uno shock, perché mai vorrebbe vedere sua madre torcersi le mani così, alzare la voce, scagliarle addosso cose, gridare forte forte e disperarsi. Mai vorrebbe vederla accasciarsi su una sedia, in preda al pianto e all’avvilimento. La figlia non vorrebbe essere rotta, se non altro per far contenta sua madre. Ma non sa fare altro che stare a letto e dormire, di un sonno che non la riposa, che la fa svegliare stanca e triste. E si arrabbia con se stessa, perché non sa fare altro, e con sua madre, perché non capisce che lei lo farebbe, ma non sa farlo.
Impotenza.
Avvilente. Assenza della capacità di.
Non ero mai stata dall’altra parte.
Penso di aver capito solo in questi giorni la disperazione di mia madre. Ho percepito chiaramente la rabbia che monta mentre sei costretto a stare a guardare la sofferenza dell’altro. Ho capito la sua insistenza nel tentare di scuotermi. Il parlare, dicendo cose a caso pur di riempire il mio silenzio ostinato e ostile, pieno di sensi di colpa. La frustrazione davanti ad un dolore che non puoi alleviare, non puoi neanche capire fino in fondo. Ho capito che è umano senso di protezione, amoroso tentativo di mettere fine a quella sofferenza. Ho capito la bocca che schiuma e la voglia di strapparsi i capelli e fare a pezzi tutto.
Io stavo male e lei era impotente.
Quando ero dall’altra parte, non la capivo. Sbagliavo.
Oggi mi sono dimenticata di essere stata dall’altra parte.
Ho sbagliato ancora.
Impotenza.
Avvilente. Assenza della capacità di.