Crack.

Tu lo sai che sta arrivando, ma fingi spudoratamente. Osservi con la coda dell’occhio, nel timore che uno sguardo diretto rompa quel fragile equilibrio.

Crack.
All’improvviso, come i temporali di Aprile. Un dettaglio. Sai di aver perso il controllo.

Crack.
La situazione è fuori dal tuo controllo.
Tu sei fuori dal tuo controllo.
Per un dettaglio.
La nausea, la tachicardia, il fiato corto. Da stesa, immobile nel letto. Il sangue che sale alla testa e te la fa girare. Gli occhi annebbiati.
Ho perso il controllo. Piango. Zitta, per non far rumore.

Crack.

Random

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Sono riuscita a mettere in fila tre foto cromaticamente armoniche su Instagram, quindi oggi ho fatto una foto al mio primo tentativo di fiore ad acquerello, ma non posto postarla perché mi altera l’equilibrio visivo. Che poi il fiore è pure bruttarello, quindi non tutti i mali vengono per nuocere.
Tutti felici per il weekend lungo, tristi perché il tempo fa schifo e succede sempre così, oh mai una pasquetta o un venticinque aprile o un primo maggio con il sole. Io del weekend lungo sono anche contenta, perché sono stanca come la merda, ma il tempo bello non mi serve a niente, quindi che piova, che tiri vento, così poi martedì torna il bello e posso camminare i miei tre chilometri per arrivare a lavoro senza inzupparmi. Ora che ci penso, anche il mio ombrello è là, con i rimpianti e la voglia di urlare.
Son tutta fuori posto, sempre. Ogni tanto mi accorgo che sono comunque in piedi, che faccio un passo e poi un altro e un altro ancora, anche se sono stanca, con le vesciche ai piedi e il fiato corto. Mi sembra strano. Mi aspetto di vedermi immobilizzata, annichilita da un momento all’altro, però intanto riesco a mettere un piede davanti all’altro e va bene così.
Incerta, precaria. Non so, non si sa. Forse il prossimo fine settimana, tra un mese riempiamo gli scatoloni o invece no, dipende. Lo sai che sono fatto così. Sì, lo so. Ansia, apatia, un buco sotto lo sterno, no, non è fame, però la pizza a tre euro ordinatela anche per me. Il senso di colpa, ecco, quello stavolta no, nemmeno se poggio l’orecchio sulla porta del cuore. Che se mi chiedessi “come sta? È aperta almeno un po’?” mi scapperebbe da ridere, perché ho dovuto murarla e nascondere i cocci sotto il tappeto, tirare fuori il mio sorriso più convincente e dire che è tutto ok, va bene. Qualcuno ci casca. Credo si tratti di un caso di high functional addiction, dottore. Vale anche per le persone, no?
Certe volte vorrei mandare all’aria tutto. I soldi, la macchina, “sto andando in ospedale”, le gocce, “mi misuri la pressione?”, le cose che non ho e di cui avrei bisogno, quelle che ho e che non servono a niente. Faccio spazio, butto, do via, qui manca l’aria.
Sai quando hai delle idee e non hai i mezzi per realizzarle? E quando ti sbatti talmente tanto per trovare i mezzi che non ti resta più la forza per mettere insieme i pezzi?
Io penso che, se passi per l’inferno, cerchi solo la pace. E se non è tutto perfetto, fa nulla. E se devi romperti il culo per mantenerla, fa nulla. E se gli altri ne hanno di più e non fanno nemmeno fatica, beati loro, ma per me fa nulla lo stesso. È che non so se so arrivarci, ma dove voglio arrivare e con chi lo so benissimo. Ed è talmente bello che chissenefrega se ci arrivi massacrato. È quando non sai dove vuoi andare il problema. È incolpare gli altri, perché le cose non vanno come vorresti, ma la verità è che non lo sai se è vero perché non sai come vorresti che andassero.
La verità è che pensiamo di essere stati messi in gabbia. Ma, se guardi bene, ti accorgi che la gabbia te la sei costruita tu; ti accorgi che lì dentro è piccolo e stretto e ci stai male, ma sempre allo stesso modo, di un male prevedibile che  conosci e puoi controllare. Fuori non lo sai che ti può succedere. È che ti caghi sotto. Io mi cago sotto tutte le mattine, però a un certo punto devi scegliere: o ti pulisci e ti alzi e ci provi o muori.

Cosa sono i milioni se in cambio ti danno le scarpe?

Questa faccenda della vita-da-adulta-che-lavora mi ha costretto a fare una cosa che non facevo da circa un anno e mezzo: comprare abbigliamento.

Il perché per circa un anno e mezzo io non abbia comprato vestiti meriterebbe un post a sé, la cui scrittura ho più volte intrapreso nell’epoca oscura in cui ero senza PC. Se a qualcuno interessa, posso anche decidermi a raccontare quest’altra storia.

Per ora basti sapere che la sottoscritta dispone di un guardaroba ormai ridotto ai minimi termini. Che va necessariamente rimpolpato in virtù del fatto che, a quanto pare, la società civile non apprezza che si vada in giro in pigiama e pantaloni di tuta rubati ai fratelli.

Affronteremo perciò l’annosa questione delle scarpe primaverili da città, che, contro ogni aspettativa, non sembrano essere le simil-converse comprate in svendita al reparto bambini di Panorama tre estati fa. Incredibili le cose che accadono nel magico mondo degli aventi impiego.

Attualmente l’unico paio di scarpe in mio possesso che si presta all’arduo compito di non farmi sembrare una scappata di casa è quello delle adorabili ballerine con i lacci alle caviglie di Mango, scopiazzatura delle celeberrime Aquazzurra. Molto graziose, ma non particolarmente comode quando si tratta di camminare a lungo, come spesso mi accadrà di fare nei prossimi mesi. Allego diapositiva tratta dal mio cromaticamente scoordinatissimo profilo Instagram.
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Un’attenta analisi di mercato mi ha dunque indotto ad individuare i tre tipi di calzatura che dovrò necessariamente procurarmi nelle settimane a venire.

  1. I MOCASSINI COLLEGE

I have a dream chiamato Church’s. Tuttavia I haven’t proprietà immobiliari da ipotecare, il che mi sta inducendo a cercare ovunque delle valide alternative. Magari in pelle. Magari made in Italy, che male non farebbe. Suppongo che la soluzione sia scandagliare i negozi di scarpe per vecchi. Intanto la grandedistribbbuzionemultinazionale mi ha offerto dei suggerimenti.

 

2. SLINGBACK BICOLORE

Credo che qualche anno fa Melluso abbia fatto un modello molto simile alle slingback di Chanel. Non oso immaginare cosa avrei detto di una donna con meno di settant’anni che avesse avuto la sciagurata idea di mettersele ai piedi. Ed invece eccomi qui, nell’anno solare 2016, ancora una volta schiava della muuuoda, a cercare sui siti cinesi delle repliche convincenti in 100% poliuretano.

 

3. SLIPON

Per le giornate in cui non basteranno le pressioni della società capitalista a convincermi che certi contesti esigono un abbigliamento adeguato, ma voglio mantenere un briciolo di dignità. Siccome sono un essere oltremodo noioso e votato alla a-cromia, ovviamente io le desidero nere, in un ormai avvistato in tutte le salse motivo pseudo-rettile. In tutta onestà, però, le trovo molto carine anche nei toni del pesca e del cipria.