Things I love right now

Moleskine
Una passione che mi accompagna da diversi anni ormai, da quando ho abbandonato le Smemoranda cicciotte e immancabilmente piene di scritte. 
Ho bisogno di qualcosa su cui appuntare pensieri, fare liste, registrare cose, fatti, persone.
Le trovo maledettamente belle. Essenziali, compatte, hanno un che di romantico. Non sono una fan dei loghi, dei colori. Il mondo potrebbe tranquillamente essere in scala di grigi, per quanto mi riguarda. Le Moleskine inevitabilmente incontrano il mio gusto.
Ho l’insana abitudine di voler scrivere sempre con lo stesso colore, se non proprio con la stessa tipologia di penna. Quest’anno mi sono fissata con un pennarello dalla punta sottilissima, grigio. Il nero mi sembrava creasse un contrasto troppo forte, che tracciasse linee troppo nette, troppo dure. Il grigio mi dà una sensazione di maggior morbidezza. Sì lo so, sanità mentale, questa sconosciuta.
Uso la giornaliera, in formato grande. L’ho bramata a lungo bianca, ma non sembrano volermi accontentare. Signor Moleskine, per piacere, producimi l’agenda giornaliera bianca in formato grande, please.

Rossetto 
Tutto è cominciato qualche anno fa, quando mi sono perdutamente innamorata del Rouge Noir di Chanel. Io sono di un pallidume spettrale, che nel tempo ho imparato ad apprezzare. Avere la pelle chiarissima ha i suoi vantaggi, in fatto di trucco. Per esempio i rossetti scuri ci stanno da dio.
Il rosso lacca lo amo, ma non mi dona. Cerco sempre colori con base blu, tipo fuxia o burgundy.
L’ultima passione è il Rimmel Lasting Finish by Kate Moss, numero 107.
Colore meraviglioso, texture confortevole, non se ne va in giro per la faccia e dura un’eternità.
Grazie Kate.
Fedor e Lev
Una volta ero una che divorava libri su libri. Da quando vado all’università, fatico non poco a trovare il tempo e la voglia di concentrarmi e leggere. Una scusa dimmerda, me ne rendo conto, ma tant’è. Ho una marea di titoli accumulati e non trovo lo stimolo adeguato per iniziarli.
Ad ogni modo, quando decido di avere l’impellenza di perdermi in una storia, finisco sempre a rivolgermi a Dostoevskij e Tolstoj. Non so come sia nato questo amore per i classiconi russi. Non sono un’esperta, non ho letto tutto quello che ci sarebbe da leggere, non ho motivi “sovrastrutturali” a spingermi verso questo tipo di romanzo.
Però non mi lasciano mai delusa.
Gli autori francesi, per esempio, finiscono quasi sempre per annoiarmi. Per leggere “I Miserabili” ci è voluta tutta la mia forza di volontà, per dire. Invece dalle pagine de “L’idiota” non riuscivo a staccarmi.
Al momento sono alle prese con “Guerra e Pace”. Sei arrivata a venticinque anni senza averlo mai letto? Sì, me ne vergogno parecchio, ma è così. Chiedo venia.
Parigine

Credo fermamente che stare in casa non sia una buona ragione per diventare un tutt’uno col pigiama di pile. In effetti non ho pigiami di pile con cui diventare un tutt’uno, ma questa è un’altra storia.
Le parigine sono diventate la mia divisa invernale. Sono calde, sono comode e sono graziose. Il che non guasta. Il trucco sta nel trovare un modello che non stringa sulla coscia, ché l’effetto cotechino è dietro l’angolo e no, grazie, ne facciamo a meno. Le abbino quasi sempre con gli shorts, di jeans o di pelle. E magliettone o felpone o megamaglioni.
Qui andrebbe aperto il doloroso capitolo della mancanza di fidanzato a cui rubare suddetti capi. Perché è ovvio che io felpone e magliettone con le stampe dei fumetti non le comprerò mai. I maschi le comprano, le femmine le rubano. Mi sembra piuttosto banale dirlo, ché qua già ci roviniamo il portafoglio con l’intimo di pizzo e non è che possiamo fare tutto noi, eh.

Sylvie
Sylvie Guillem è, per quanto mi riguarda, La Ballerina. Tecnicamente inarrivabile, stilisticamente perfetta in ogni interpretazione. Praticamente un alieno. Potrei passare ore solo a fissare i piedi di Sylvie.
Anni fa (oramai un bel po’ di anni fa) sono stata in Russia con Madre e la mia insegnante di danza. Per me fu un viaggio particolare. Per il momento che vivevo, per le cose che ho visto, le persone che ho incontrato. Perché è stato l’ultimo viaggio fatto con Madre e l’unico fatto sole io e lei.
Pochi mesi dopo essere tornata, ho mollato la danza. Mai più messo piede in una sala prove. Una storia d’amore interrotta bruscamente.
Quando anche l’altra storia, quella di Madre, si è interrotta con altrettanta brutalità, mi sono ritrovata a giochicchiare con dei vecchi ricordi. Ne è venuta fuori questa sagoma, ricalcata da una foto di Sylvie nei panni di Odette. Un pezzo di carta che sta lì, sulla mia bacheca, da allora. Ogni tanto lo guardo e mi viene in mente la  danza, la Russia, la mamma.
E penso sempre che, semmai mi facessi un tatuaggio, sarebbe quella sagoma lì.
Amo i tatuaggi, almeno certi tipi di tatuaggi. Però non ne ho. Né tatuaggi, né piercing e nemmeno i buchi alle orecchie. Non saprei nemmeno se sia una cosa fattibile, se sia poi bello, dove farlo, come fare a farlo, da chi andare. Però è da un po’ che accarezzo l’idea.
Jersey Girl
La vera ossessione di questo periodo.
Di quelle canzoni che fanno sanguinare il cuore e stringere fortissimo i denti. Quelle che ti prego, fa che pensi a me in quel modo lì.
C’è la vita e l’amore. C’è che sei tutto quello che mi serve. C’è che corri qua, non c’è tempo per fermarsi a spiegare, a parlare. C’è che tutto fa schifo e siamo stanchi, ma siamo io e te abbracciati stretti e c’è il mare e allora va bene. 
E allora canta, Bruce. canta forte. Canta finché non sento più i miei singhiozzi, ma solo la tua voce.
‘Cause nothing matters in this whole wide world
When you’re in love with a Jersey Girl.

Giorni confusi

Dopo tanto silenzio, anche un rumore piccolo piccolo fa tremare forte.
E non sai se tremi di felicità o di paura.
Mi muovo come un gatto. Circospetta, mi guardo attorno. Vedo mani tendersi verso di me e la voglia di credere che non siano minacciose, che siano lì per offrire dolcezza, è tanta.
Però poi un movimento improvviso, un tono di voce, un silenzio. E io che torno nel mio angolo, arruffando il pelo, in allarme. Ché non lo sai mica che succede dopo.
Mi metto in attesa, annuso l’aria.
Sto zitta.
Avrei un milione di cose da dire, di domande da fare. E invece sto zitta. E aspetto.
C’è già tanto di quel rumore intorno che la mia lingua si blocca e non riesco a dire nulla.
Resto immobile, ma ho tutti i muscoli pronti a scattare.
Non mi fido di quello che sento, di quello che vedo. Non mi fido di me.
Come quando, ripensando a una caduta, ti sembra ancora di sentire i lividi e i graffi sulla pelle.
Sono di cristallo. Fragile e trasparente. E cerco di proteggermi e non so se ce la faccio.
Più mi nascondo, più mi si legge in faccia il timore, l’insicurezza.

[tumblr]

Servirebbero gli abbracci. Quelli con le mani nei capelli e il naso nel collo. Quelli che appòggiati e stai zitto e poi forse piangiamo un po’, ma non lo diciamo a nessuno. Non ce lo diciamo nemmeno noi.
Servirebbero gli abbracci. Quelli pigri, con le mani sui fianchi e le carezze sulla schiena e guardarsi negli occhi e sorridere perché possiamo darcene mille di abbracci così, distratti e fugaci, perché tanto sono sempre a portata di mano.
Servirebbero gli abbracci, quelli in cui addormentarsi. Con le gambe intrecciate e la testa poggiata sul cuore e il respiro lento e regolare. Quegli abbracci lì, che ti ridanno la calma e il senso di appartenersi. Che adesso chiudo gli occhi e domani mattina siamo ancora così e so che ci sei dall’odore, prima ancora che gli occhi si aprano di nuovo.

[tumblr]

Ma io gli abbracci non li ho.
Ho solo questa sensazione di stare sulla corda. E ogni tanto perdo l’equilibrio, sento il senso di vuoto nello stomaco e il cuore che martella in petto e ho paura da morire.
E penso che in fondo la cosa più saggia sarebbe scendere, rinunciare.
Ma non ci riesco. E allora aspetto.
Aspetto il momento in cui qualcuno decida che la corda va tagliata.
Aspetto di sentire di non avere possibilità di tenermi in piedi, il vuoto intorno e io che cado.
Aspetto l’impatto col suolo, lo shock e poi il dolore e poi i lividi.
E ho paura.

Annaspare

Vederti annaspare.
L’acqua ti sta sommergendo, un po’ alla volta. Non è bello da vedere.
Sogni lunghi mesi. Nient’altro che sogni. O forse no.
C’è del vero nei sogni. Non si finge quello che non dici e che c’è. Tu non lo dici, ma è lì. Il cuore, il vuoto, non si fingono.
Usarti come specchio.
Il dolore, il rifiuto, l’abbandono, buttare tutto all’aria. Provare a cambiare senza cambiare davvero. La gente che procede mentre tu rimani lì bloccato. Ché indietro non si torna e avanti fa troppa paura andare.
Aiutare qualcun altro, per provare a sé stessi che se ne può venire fuori.
Vederti sbattere contro un muro e non poter far nulla per evitarlo. E mordersi le mani, perché non possono afferrarti e tirartene fuori.
Non ti ridanno mai quello che ti è stato tolto. La storia non si cambia.

[tumblr]

Vederti annaspare.
Rubare la felicità degli altri, invece di costruirla per sé.
Lavorare duro per i realizzare i desideri e poi accontentarsi. Quando sei a un passo dal riprovarci di nuovo, quando ti torna la voglia di pensare a quello che c’è dopo domattina. Tra un mese, tra un anno. Accarezzare l’idea di ricominciare. E la felicità sono quei sorrisi che, anche se non li vedi, li senti esplodere. E poi mollare.
Costruire corazze. Contro le paure e il terrore di non farcela a rialzarsi un’altra volta, l’ennesima.
Fingersi cattivi, fingere di non valere nulla. Tentativo di rendere la vita più semplice. Tentativo di sentirsi libero. Nessuna responsabilità, nessuna colpa.
Fingersi menefreghisti, perché vedere gli altri delusi da te, ti fa star male.
Dare dei buoni motivi per non avvicinarsi. Riuscirci benissimo e soffrire perché si è soli.

Vederti annaspare.
La rabbia che si riversa sugli altri e che, immancabilmente, io riverso su di me.
Perché è inutile punire gli altri per il male che ci è stato fatto. La legge del taglione non va d’accordo con i sentimenti. E allora fare del male per vendicarsi del male subito, per me non ha senso.
Distruggere quello che non capisci e che ti fa incazzare. Distruggere tutto quello che contraddice quello che pensi di essere. Distruggere le reazioni che non ti aspetti, pensando che non siano giuste, solo perché diverse dalle tue.

[tumblr]

Vederti annaspare.
Nelle convinzioni del cazzo, nell’annullarsi nell’altro.
Creare dipendenze. Rendersi necessari perché non si è capaci di dire che siamo noi a non poterne fare a meno. Da soli non ci si trova un senso. Non bastiamo a noi stessi. Non essere abbastanza per essere felici.
Sei il mio riflesso.
E mi sanguinano le mani a forza di morderle.
Essere vigliacchi, scappare cercando scuse, scaricando responsabilità. Riempire gli altri di sensi di colpa, per non sentire i propri.
Creare difficoltà, creare ostacoli al bene. E gli occhi saranno sempre più benevoli guardando gli altri che guardando sé stessi.
E allora vorrei guardarmi come guardo te.

Io la smetto di annaspare, prima o poi. Io la smetto.