Spezzata

Sono scesa dal treno, con la valigia grande e pesante che nessuno mi aiuta a portare. Sono uscita dalla stazione, ho sceso la prima rampa di scale, con la valigia grande e pesante. Mi sono seduta a metà della seconda rampa, da dove si vede bene il mare, e ho pianto zitta dietro gli occhiali da sole. C’erano due ragazzine con un cane.
Non lo so quanto tempo è passato. Mi sono alzata e ho camminato fino a casa, trascinando sul basolato irregolare la valigia grande e pesante. Ho camminato al centro della strada e ho attraversato col rosso, senza guardare. Non sono arrivate macchine e ho pensato che domani la rifaccio quella strada e attraverso di nuovo a quel semaforo. Ho salutato la signora incrociata sul pianerottolo e sono entrata in casa. Ho posato la valigia grande e pesante e sono andata in bagno.
Ho chiuso la porta a chiave. Ho aperto l’acqua della doccia e mi sono spogliata.
Mi sono messa davanti allo specchio, quello lungo che sta sull’anta del mobiletto e ho guardato.
Ho visto piedi tozzi e informi. La ricrescita dei peli sulle gambe pallidissime. Ho visto cosce grosse, gli accumuli di grasso al loro esterno e il punto in cui si toccano nel mezzo. Ho visto il mio sedere grosso e coperto di cellulite e i fianchi troppo larghi. Ho visto quelle maledette bolle nell’inguine, che non so come mandare via perché per farlo ci vorrebbero trattamenti che costano soldi che io non ho. Sono rosse e io ho la pelle sottile e pallidissima. Si vedono le vene sotto.
Ho visto i seni troppo piccoli, sproporzionati rispetto al resto. Sembrano vuoti. Ho visto un brufolo sul mento e uno vecchio, sulla fronte e anche le occhiaie e la pelle grigia e i capelli sporchi.
E mi sono messa a piangere e mi sono vergognata, da morire. Mi sono sentita un verme. Mi sento un verme. E mi faccio ribrezzo.
Un inutile, insignificante, incapace verme.

Alla mia Doc.

Mi è venuta voglia di scrivere alla mia Doc.  Non la sento da un po’, è rimasta piuttosto indietro.
Penso che sia perché non posso raccontare la piega che stanno prendendo le cose a Madre.

La maledetta tendenza a fare bilanci non la perdo mai.

Ogni tanto ho questa sensazione di non avere qualcuno che riconosca davvero il valore del mio percorso. Come se si fosse persa la memoria del punto da cui sono partita. V. è lontana, Madre non c’è ed è come se non ci si ricordasse più di quei giorni di scuola saltati, degli esami preparati e non dati, dell’incapacità di legarmi a una persona, della paura del dolore, dei sabato sera fatti saltare all’ultimo secondo. Come se non ci fossero più testimoni e i miei ricordi fossero incubi.
Allora mi è venuta voglia di scrivere alla Doc. Perché lei c’era. Perché conosceva Madre e Padre e V. Perché credeva in me come ci credeva Madre, senza dare per scontato che io riuscissi.

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Cara Doc,
spero che lei stia bene. Io sto meglio delle ultime volte in cui ci siamo viste. Ho degli amici, qualcuno virtuale e qualcuno in 3d, ho recuperato i miei interessi. Sono quasi convinta che non sia da pazzi non voler essere un architetto, un avvocato, un ingegnere o un impiegato in banca.
Ho iniziato a lavorare. La mia capa mi ha fatto i complimenti e ha detto al capo dei capi che è contenta di me. A me nemmeno pesa quello che mi fanno fare, solo un po’ la sveglia presto. Il capo dei capi dice che quelle cose che io so fare, non sono cose inutili. Le chiama soft skills. Dice che vanno coltivate.
Io, che non volevo mai uscire da casa, mi trovo a dormire in tre letti diversi in una settimana e a prendere treni un giorno sì e uno no. Continuano a farmi schifo i treni, però.
Ho trovato Lui, alla fine. O Lui ha trovato me. È stata dura, parecchio. Abbiamo faticato come due matti, due animali spauriti, disfatti, rotti. Ci curiamo a vicenda, giriamo intorno ai punti più malandati, quelli che ancora non riusciamo a sistemare e impariamo a volere bene pure a quelli. È bello, lui, sotto la scorza dura dura.
Lo avrebbe mai detto, Doc? Sì, perché lei lo ha sempre detto. Alla fine mi dovevo solo innamorare.
E la laurea invece ancora non l’ho presa. Alla fine è successo, Doc. Mi hanno bocciata. All’ultimo esame. Ho pianto un po’. Non so come andrà a finire, vediamo.
Tutto sommato sto bene.
La penso spesso.

Kella