KellaPlanner 2.0

Per la serie “chi la dura la vince”, potrei aver trovato una soluzione ad una delle mie 235898243 questioni in sospeso.

Io lo so che già mesi e mesi fa avevo detto che ci ero riuscita, ma stavolta giuringiurello, parola di scout, montone pecora agnello alla tua specie al tuo credo al tuo gregge sii fedele, ci siamo sul serio.

Il KellaPlanner c’è.

Per l’esattezza c’è un KellaPlanner 2.0, versione riveduta, corretta e migliorata, secondo il mio insindacabile giudizio di ideatrice/produttrice/tester del planner medesimo.

Lungi dall’essere una roba raffazzonata con materiali raccattati in giro per casa di recupero, stavolta mi sono affidata alla sapienza di Pinco Panco e Panco Pinco, i miei gemelli salvatori, proprietari di macchinari atti alla produzione di qualsivoglia bene grafico e/o editoriale di ogni forma e dimensione. Vogliate bene a Pinco Panco e Panco Pinco, sono degli eroi.

Ma basta scazzafottere, parliamo di specifiche tecniche.

Il KellaPlanner 2.0 misura 25×21 cm. è composto da fogli con grammatura 140, che per voi è un dato del cazzo, mentre per me è stato motivo di infiniti ripensamenti e inenarrabile stress. Nello specifico, mi sono fatta stampare un prototipo con carta con grammatura 200: pazzesco, ma serve un filippino deputato al trasporto dell’agenda, qualora volessimo farla uscire di casa. E, ahimé, le spese di spedizione dei filippini di questi tempi sembrano essere piuttosto alte, quindi ho rinunciato. La carta da 140 permette di avere un’agenda dal peso accettabile (tipo una Smemo medio-grande), senza il pericolo che l’inchiostro di pennarelli simil-Stabilo Boss macchi la pagina (provato per voi).

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La spirale metallica, come sanno coloro i quali da mesi sfrangio i coglioni, era un must e sono riuscita ad ottenerla. Le copertine sono disponibili in bianco, nero e stiamo lavorando sul rosa (vi do conferma tra qualche giorno).

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Per quanto riguarda gli interni, li ho ridisegnati praticamente da zero. Resta l’idea di base, che è quella di un planner volutamente molto minimal e pensato per essere decorato a vostro piacimento. C’è una veduta mensile spalmata su due pagine, seguita da un layout settimanale, sul quale, a parer mio, si può scrivere un sacco di roba. In particolare, in questa versione 2.0, siamo passati a un layout verticale, visto e considerato che qui siamo tutte discretamente liste-addicted. Sono previste pagine per le note, una pagina con il calendario annuale e una (colpo di genio siori e siore) per accogliere tutte le vostre password, ID, sarcazzo. Non lasciatevi ingannare dal fatto che io la riempio di cose rosa e pucciose, potenzialmente il planner si adatta senza grande fatica anche ai signori maschi, qualora ci fosse qualche lettore maschio di questo blog.

Il planner è composto da 12 mesi e potete scegliere voi da che mese farlo iniziare.

Il progetto sarebbe poi pubblicare dei piccoli tutorial di arricchimento del planner, cose furbissime tipo tasche, divisori, dashboard e altre minchiate assolutamente fondamentali.

Il prezzo del Kella Planner 2.0, fatti fare i dovuti conti alle menti contabili della mia CRIU (risate registrate), è stato fissato a 25 Eury. Se siete di Roma o dintorni, possiamo organizzarci per consegnarla a mano e approfittarne per prenderci un caffé insieme. Per chi si trovasse altrove, la spedizione sarà effettuata via corriere espresso, ad un prezzo che si aggira intorno ai 6 euro (ero andata a chiedere alle Poste: AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH).

Sarà mia premura scartravetrarvi le palle con foto e spam bestiale, non appena i pianeti si allineeranno e io potrò beneficiare di una giornata di sole ed una reflex nel medesimo momento.

Per ora beccatevi questa preview.

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Qualora qualcuno fosse interessato al KellaPlanner 2.0, può contattarmi qui sul blog, su Facebook, su Twitter, via e-mail o tramite gufo. Trovate tutti i miei contatti nella sezione Info del blog.

P.S. devo ringraziare moltissimo un sacco di persone carine che mi hanno sostenuto, soprattutto dopo l’ultimo sconfortante e sconfortato post. Francamente non me lo aspettavo e sono rimasta sbalordita e letteralmente senza parole. Grazie di cuore.

P.P.S. devo anche ringraziare Te, che mi accompagni dappertutto e ti arrampichi sulle sedie per fare delle foto come si deve, perché io sono impedita e non mi prendi quasi mai per pazza.

The ultimate Fall 2015 guide w/Morena D.

Sottotitolo: me la sentivo caldissima, che nemmeno Emily di Cashmere&Cupcakes.

Dunque, amiche, il fatidico momento è giunto: dobbiamo stabilire cosa metterci durante il prossimo autunno/inverno.

Visto e considerato che l’unico acquisto della stagione estiva è stata una gonna in denim con i bottoni, la situazione del mio armadio resta sempre, drammaticamente, la medesima e cioè QUESTA.

Ho girato tuuuutti i siti dei negozi in cui normalmente compro e la faccenda è veramente, ma veramente complicata, amiche. E lo so che siamo tutte in uno stato di impasse, che stiamo sfogliando senza sosta il sito di Zara  da settimane, chiedendoci dove sia il giusto e dove si nasconda l’errore, amiche. Lo so che stiamo tutte aspettando che la prima e più coraggiosa di noi apra le danze dello shopping autunnale, per sapere a che santo votarci.

Io stessa sono stata colta da profondo sconforto e mi sono rivolta ad una persona del cui gusto mi fido ciecamente e senza riserve, una persona che è stata in grado di farmi ricredere persino sui pantaloni coulottes. Sto parlando di Morena D. Dopo intense consultazioni, abbiamo deciso di mettere insieme le nostre forze, onde evitare di ritrovarci tutte vestite da Cugini di Campagna e/o da Brenda Walsh, perché è questo che le fescion bloggherz mireranno a farci diventare. Quindi stampate questo post e usatelo come memento per i prossimi mesi, copiaincollate il video di Morena sulla home del vostro pc e lasciatevi guidare dagli insidiosi perigli di questo limbo Anni ’70/Anni ’90 in cui siamo ancora intrappolate.

La parola d’ordine, amiche, è MODERAZIONE. Io lo so, lo so che è un attimo a farsi prendere la mano e a immaginarsi leggiadre ninfe strafatte di erba a Woodstock o cosplay della nostra Spice Girl preferita (la mia Mel C., da sempre e per sempre, anche perché negli anni ’90 non portavo altro che tute).

NO.

La regola base è seguire i trend, senza farla diventare una carnevalata, ma soprattutto FATE IN MODO CHE L’ABBIGLIAMENTO VI VALORIZZI e, se vi fa cagare qualcosa, non cedete anche se la vostra influenZer del cuore vi dirà che siete troppo out. Chiaro?

Ma veniamo a noi.

Seventies Vibe

Sottotitolo: ci voglio crederci come Lapo Elkann, al fatto che mi darete retta.

Grazie agli Déi della Muoooda, gli anni Settanta non ci hanno dato solo Gloria Gaynor e Renato Zero, ma anche Jane Birkin. Ecco, pensiamo intensamente a lei o a qualche look azzeccato di Florence Welch e Louise Ebel o a quella sempre perfetta stronza della Chung, prima di decidere l’autfich ov de dei nei mesi a venire.

Siccome sono buooona, vi appiccico qui un po’ di ispirazione.

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Ma non indugiamo oltre e procediamo ad elencare una serie di capi indispensabili per ottenere un look Seventies:

  • Cappello in feltro a tesa larga.
  • Panaloni scampanati: attenzione amiche, i pantaloni scampanati
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    H&M

    possono essere i vostri migliori amici o dei nemici senza quartiere. Li trovate un po’ su tutti i siti, con il nome di flare jeans o bootcut jeans. La regola vorrebbe che il taglio flare fosse più scampanato di quello bootcut. Ribadisco, la moderazione è d’obbligo, quindi preferite gambe non eccessivamente larghe, perché qui quasi nessuna è Gisele ed è un attimo sembrare degli ippopotami vestiti da ballerine di flamenco. Piuttosto scegliamo pantaloni che si allarghino dal ginocchio in giù senza trasformarsi in mocho Vileda e che coprano totalmente la scarpa. La quale sarà senza se e senza ma, dotata di tacco, quanto più alto possibile. In questo modo vi assicurerete chilometri e chilometri di gambe. Io da qualche parte dovrei avere un jeans comprato già due o tre stagioni fa. Medito di comprarne uno nero e non andrò oltre.

  • Blusa: io non sono un tipo coraggioso, quindi vi suggerisco di andarci molto, ma molto piano con le fantasie. Sceglietele piccole e discrete, oppure fate come me e datevi ai toni neutri. Se sapete dove trovare bluse morbide, non in 100% poliestere a cifre umane, siete pregate di comunicarmelo. Intanto credo che ripiegherò su queste proposte qui:

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    Mango, Zara, H&M
  • Camicia da uomo: abbiamo detto che Jane Birkin dovrà essere la nostra musa di riferimento. Quindi della camicia da uomo bianca o azzurra, con le maniche arrotolate, proprio non possiamo farne a meno. A me fanno impazzire anche gli chemisier, con una cinturina sottile in vita e over-the-knee boots (ma anche stringate maschili) oppure morbidi, con tacchi larghi e altissimi, magari con cinturino alla caviglia.
  • Botton down skirt: ce l’hanno propinata in tutte le salse già la scorsa stagione, quindi se (al contrario mio) siete gente sul pezzo, ce l’avete già. Io penso di prenderne una nel colore moda nero, da Stradivarius. In alternativa, se avete coraggio e le gambe adatte, potreste puntare sulla variante shorts.

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    Zara; Stradivarius.
  • Vestiti: time to channel your inside Florence Welch, amiche. Sì a tessuti leggeri e svolazzanti, gonne maxi, maniche scampanate. SEMPRE UN DETTAGLIO ALLA VOLTA E STATE MALEDETTAMENTE ATTENTE ALLE FANTASIE. Restate su disegni piccoli e, se il vestito è già “impegnativo” come struttura, magari rimaniamo sulla tinta unita, ché già ci vedo circolare coperte di paisley, convinte di essere it-girl al Coachella, mentre  invece sembriamo il copridivano della prozia Pierina. Enormi, colossali sì per le tutine o jumpsuit o romper o sarcazzo. Usiamole tantissimo ora, che quando arriva il freddo vero spogliarsi per fare la pipì diventa un incubo.

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    Zara; H&M; H&M.
  • Gilet di pelliccia: per quando arriverà il frescolino. Gilet, cappello di feltro, una collana lunga e sottile con un bel monile e siete più che a posto.
  • Giacca con le frange: ecco, questa è una cosa fuori dalla mia
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    H&M

    portata, ma l’hanno proposta praticamente tutte le catene. Anche qua, suggerisco un colore che non sia il cognac classico, che, oltre ad averci sfrantecato le palle essere un po’ inflazionato, ci rende particolarmente simili a Terence Hill, prima che andasse a fare il prete a Gubbio. In generale, andateci piano co’ ‘ste benedette frange. Un capo o un accessorio alla volta, non di più e possibilmente non completamente fatto di frange. Davvero, basta un dettaglio, non siete Sharon Stone in “Pronti a morire”. Un’ottima e poco inflazionata (ma dannatamente ’70s) alternativa è la giacca in suede con colletto, dritta oppure stretta in vita da una cintura, in stile trench. Inutile dirvi che Madre ne aveva una. Ancor più inutile specificare che è stata buttata.

Un momento di riflessione lo dedicherei al foularino super sottile à la Saint Laurent. Tenete presente che, essendo poco più di una riga orizzontale che vi attraversa il collo, tenderà inesorabilmente ad accorciare il medesimo. Quindi, se proprio dovete, provate a tirare su i capelli. Decisamente più di mio gradimento è l’alternativa molto Alexa Chung, di portarlo a mo’ di fiocco, su una camicia bianca. Purché sia bello morbido, avete il mio benestare. Personalmente, invece, eviterei le camicie con fiocco sul colletto incorporato. Il fantasma di Blair Waldorf è troppo vicino, sembreremmo delle meringhe leziosette.PicsArt_1440361391227

Back to Nineties

Come se il revival di una decade non fosse abbastanza complicato da gestire, l’autunno sembra non voler mollare questo trend anni ’90 dimmerda. Io soffro, amiche. Gli anni ’90 risvegliano in me ricordi troppo dolorosi perché io possa desiderarne il ritorno. Io le magliette Onyx, l’ombelico scoperto e le collanine di plastica del Cioè non le ho ancora superate. Non potete propinarmele di nuovo.

Eppure qualche buona idea c’è, purché vi ricordiate della regola base: LAVORIAMO PER SOTTRAZIONE.

Procediamo con elenco anche qui:

  • Camicia check: Sono arrivata alla determinazione che ne esistono solo di due varianti possibili: bianco e nero oppure rosso e nero. E infatti io ce l’ho in rosa e bianco e rosso e blu. Ottimo. Per il bianco e nero ho già individuato l’Oggetto dei Desideri da Mango, la variante col rosso che mi piace invece, potrebbe essere questa di Zara. Vi lancerò un’idea: sarebbe da provare anche una versione chemisier, magari con un bel paio di Doc. Martens. Riflettiamo.

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    Mango; Zara
  • Denim: sbizzarritevi ragazze. Salopette, gonne, camicie, l’immancabile giubbino. Tutto fa brodo. Io bramo un paio di vestiti, forse anche tre, ed un giubbino un po’ oversize. State lontane dal patchwork, per carità. Il denim sul denim richiede profonde riflessioni cromatiche, prima di essere dichiarato accettabile, ma se beccate la combinazione che funziona, per me è sì. Una prece, amiche: eliminiamoli dal mondo questi maledetti mommy jeans. Davvero, non donano a nessuno. Pure quella stronza di Kelly Taylor pareva avesse i fianconi per colpa loro. Sostituiamoli con un più donante taglio girlfriend. Già la vita è difficile, non condanniamoci volontariamente ad un esaurimento nervoso da culo grosso.

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    In senso orario: Topshop, Topshop, H&M, Topshop, Zara.
  • Basic: questa, per quanto mi riguarda, è la mia buona notizia. Bramo valanghe di vestiti mini e maxi in jersey o lana sottile, nei colori moda nero, antracite e grigio melange. Bramo skinny grigi e neri, t-shirt bianche con scritte nere, pull girocollo. Bramo il cappotto dritto grigio e il parka verde militare e il trench e la giacca di pelle nera. No fronzoli, tagli puliti, accessori minimali. Ci vorrei tutte così, effortless come modelle off-duty. E vorrei un cinque o seicento euro da spendere in capi basic di media qualità, per essere a posto per tutta la stagione.
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    Zara; H&M; H&M

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    Zara; Zara; Bershka.
  • Righe: che poi per me potrebbero rientrare nella categoria basic. Anche in questo caso, atteniamoci a combinazioni un po’ grunge, bianco e nero, grigio e nero, bordeaux o rosso. Dai su, ce li abbiamo presente tutti i look un po’ disagiati, wannabe Kurt Cobain. Ecco, quelli.

I Nineties sono stati pieni di insidie e questo fottuto revival sembra volerci far ricadere in antiche brutture. Ma ve lo dico subito, amiche, ci sono cose a cui dovrete dire dei fermi NO:

NO alle magliette monospalla, a meno che non abbiate un braccio solo.

NO alle maledette collanine di plastica del Cioè. Il passo successivo sono i braccialetti della medesima foggia, portati sul bicipite, a mimare il tatuaggio di Michelle Hunziker.

NO alle magliette in lana a mezze maniche. Abbiate pietà, facevano cagare già negli anni ’90 e nessuno ha mai saputo come e quando metterle, probabilmente perché non c’è occasione o temperatura o luogo a cui si adattino sul serio.

Incredibilmente vi dico che non sono totalmente contro il total look in lana, specialmente se composto da pull e pantaloni, ma c’è una regola imprescindibile da seguire, che chiameremo Regola delle Birkenstock: la tuta di lana non è un capo glamour o troppo fascion o che altro. Si tratta di un look comodo, da aeroporto, da casa, al massimo da veloce corsa al supermercato per comprare il latte vegetale. Stop. Niente aperitivi, niente cene di gala, niente appuntamenti di lavoro con la tuta in lana.

Io lo so che mi sono dimenticata almeno sette o ottocento regole fondamentali per sopravvivere a questo durissimo autunno. La cosa bellissima di fare una collaborazione è che, sicuramente, quello che ho dimenticato io ve lo saprà dire in maniera molto più convincente Morena D. sul suo canale You Tube. Devo davvero dirvi di andare di corsa a seguirla? C’è qualcuno tra voi che ha il barbaro coraggio di non seguirla ancora? Dal canto mio, lo faccio ormai da un bel po’ di anni, da quando le piacevano i fiocchi e gli orecchini “a bottoncione” e portava quasi sempre i capelli legati. L’ho amata da subito e non mi sono mai persa un video. Questa collaborazione è stata per me un onore e spero di non aver deluso le aspettative e, come direbbe Morena, “di avervi dato qualche consiglio utile”.

Per qualunque dubbio, domanda o perplessità, potete lasciare commenti, scrivermi su Twittersulla pagina Facebook , inviarmi uno snap ( mi trovate come Kellakiara) o un piccione viaggiatore. E adeso filate tutti a guardare il video di Morena.

In mezzo.

Non è la cosa più facile del mondo affrontare certe esperienze senza poter contare su una mamma.
Ho dei vuoti nell’educazione, nella capacità di comportarmi nelle relazioni.
Ho dei buchi nella capacità di gestire certe situazioni.
È soprattutto in questo che mi manca ultimamente.
Ma è mancato il tempo.

Ho voglia di un posto mio, dove non dover chiedere permessi, sottostare a regole di altri.
Ho voglia di capire cosa sono in grado di fare con la mia vita.
Penso a quanto io sia ridicola, tutta contenta per il solo fatto di avere un curriculum. Lo guardo e penso che, quando ho avuto l’occasione, ho sempre dimostrato di essere capace e di sapere la cavare. Poi penso che ho 27 anni e non ho idea di come realizzare quello che vorrei essere.
Certi giorni penso che mi basterebbe un pc nuovo, una reflex e il mio quaderno degli appunti. Qualche soldo da investire in un piccolo progetto. Qualcuno che mi dia due dritte. Io imparo in fretta, giuro.
Ho voglia di parlare di libri, di vestiti, di cose belle. Ho voglia di andare alla mostra di La Chapelle e provare a mettere nero su bianco l’effetto che fa.
Ho voglia di prendere la reflex e andare in giro a fotografare, finché le cose non appaiono come sono per me. Ho voglia di prendere un aereo e vedere un’altra città e di raccontare com’è riprendere un aereo dopo dieci anni.
Ho voglia di trasformare. Mi piace quando do un consiglio e le persone poi sono soddisfatte del risultato.

L’altro ieri sono andata a comprare il pane e ho pensato che mi manca andare a fare shopping con la mamma. Che è diverso dall’andarci col papà o con le amiche o con il fidanzato.
Ecco, ogni tanto mi vengono in mente cose che io non posso fare più. Mai più.
Ed è come prendere un ceffone in faccia, tutte le volte. Resto un po’ intontita e mi diventano lucidi gli occhi.

Tra quindici giorni compio 27 anni. E mi sento un po’ alla deriva, perché mi sono tanto allontanata dal punto di partenza, ma il punto d’arrivo non riesco ancora a vederlo.
E non posso domandarti nulla, durante questo tempo vuoto in cui sto fluttuando.

Mi accompagni dal medico?
Credi sia una buona idea?
Ci riesco, secondo te?
Sto andando bene?

Storia di Kella

Non prometto che questo non sarà l’ennesimo polpettone di angoscia esistenziale e odio profondo verso la vitadimmerda. Non è un bel periodo. Forse qualcuno lo ha appena appena subdorato. Quando le cose vanno così, tutto ciò che riesco a scrivere sono quella sorta di travasi di bile che vi propino. Roba non sempre cristallina nel suo significato, lo ammetto.
Quindi non prometto che non ci sia travaso di bile, ma tenterò di spiegare da dove viene, perché nasce.
Lo racconto e me lo racconto anche un po’ io, per andare a cercare l’origine del male.

Sono una persona strana. Una parte delle persone che conosco pensa che io sia tipo malata, che abbia qualcosa che non vada. Sono quelle che mi trattano con sufficienza, che non mi dicono quello che pensano di me; sono quelle che si comportano come se io fossi di cristallo. Poi c’è Padre che pensa che io sia una pigra, una che se ne è approfittata e a cui è piaciuto prendersela comoda; sí,  ci sarà pure stato qualcosa di vero, ma la cosa è diventata più grossa di quel che doveva.
L’atteggiamento di Padre spesso per me è stato motivo di frustrazione. Ma gli sguardi di pietà, le premure eccessive per timore delle mie reazioni sono stati un dolore sconfinato. Perché mi hanno costruito una cortina di silenzio intorno. Le persone non comunicano con me. Non mi parlano, non mi dicono se c’è qualcosa che non va, se sto sbagliando.  Per timore di ferirmi, perché pensano che sia inutile, perché non ne vale la pena.

Sono una persona strana.
Da bambina giocavo a dama e passavo ore con mio nonno e la sua enciclopedia Zanichelli. Indicava i frutti e gli animali e le bandiere e le tavole di anatomia al centro del grosso volume e poi mi diceva i nomi e io li ripetevo.
Sono stata una studentessa brillante, la prima della classe. Mi sono inimicata i compagni di classe perché ero brava, ma non me la tiravo, non leccavo il culo agli insegnanti e davo una mano a tutti, anche alla bambina cicciona dell’ultimo banco che tutti prendevano in giro.
Sono stata una bambina taciturna, col naso perennemente appiccicato a un libro. Sono stata l’amica dei maschi, con cui giocavo a basket e che mi trattavano come una di loro.
Ho cominciato a vacillare dopo la separazione dei miei. Una separazione dolorosa. Madre in depressione, mesi di mutismo con Padre, con cui non volevo avere nulla a che fare. Un vuoto enorme, una vita quasi perfetta che andava a pezzi.
Sono cominciati gli attacchi di panico. Durante le gite, mi sentivo malissimo. Restavo in albergo mentre gli altri andavano in giro. Vomito, debolezza, incapacità di muovermi, respiro corto.
Per molti versi la separazione mi ha reso adulta. Le amiche vivevano i primi amori e le prime delusioni. Io rimanevo indietro. Intrappolata dal complesso di Elettra, dall’assorbire il dolore altrui.
Le cose sono precipitate al liceo.
Semplicemente non uscivo più di casa. È cominciata la trafila della terapia comportamentale prima e di quella farmacologica poi.
È un casino, quando ti succedono certe cose a quell’età. Perdi delle tappe fondamentali. Niente primi appuntamenti, niente corteggiatori. La gente è spaventata o ha pena per te. Null’altro. Il panico è improvviso e totalizzante e allora eviti tutte quelle situazioni in cui non sai bene come comportarti, su cui non hai il controllo.

Il controllo è il problema. Senti che tutto ti sfugge di mano e allora diventi rigidissima e eviti tutto quello che non ti fa essere salda e lucida.
Non bevi e non ti droghi.
I miei amici sono sempre stati ragazzi normali. I ragazzi di provincia, quelli che bevono fino a star male, per noia, per stare insieme, per divertirsi. Che si fanno le canne. Qualcuno ha preso cocaina, qualcuno ha buttato giù qualche roba sintetica. La cosa non mi è mai riguardata. Non ho mai avuto un pensiero negativo su di loro per quello che facevano. Semplicemente io non lo facevo.
E allora, tra un sorriso e una battuta sulla mia onnipresente bottiglietta d’acqua, sono diventata quella strana. Bigotta, bacchettona, suora. Noiosa.
La gente si sente giudicata, credo. Come se il mio non bere e non drogarmi fosse un implicito atto d’accusa al loro bere e drogarsi.
Poco importa che nel frattempo abbia imparato a bere bene. Mi piace il vino,  a tavola, ben abbinato a quello che si mangia.
Resto la bigotta, bacchettona, suora, noiosa.
Se non fai certe cose, non sai divertirti. Non sai goderti una serata in un posto incasinato, andare a ballare, vedere posti, stare con persone.

Ma c’è un’altra cosa che la volontà di mantenere il controllo impedisce di fare: innamorarsi.
Per anni la mia preoccupazione più grande è stata non aggiungere dolore al dolore. Vivevo sofferenze talmente intense, che l’idea di una storia (immatura e sicuramente destinata a finire, come mi diceva il mio cervello in perenne allarme) corrispondeva per me solo all’idea di un ulteriore e inutile dolore.
E allora gli altri uscivano, si innamoravano, si lasciavano e io no.

Venirne fuori è stata una guerra. Quando finalmente mi sono sentita pronta a lasciarmi andare, abbastanza forte da rischiare, intorno ai 19/20 anni, il dolore per la perdita di Madre mi ha ributtato in un baratro senza fine.
Ho allontanato tutti. Anche gli amici più fidati hanno dovuto mollare la presa.

La verginità a 26 anni è un taboo. Appare assurda l’idea che sia una cosa che mi è capitata. Non c’è stata cosciente motivazione dietro. Non c’è causa religiosa, etica o sarcazzo per cui ho aspettato tanto. Deve esserci qualcosa. Devi essere malata o disturbata o difettosa o una suora.

A 26 anni ho conosciuto La Persona. E non ho più avuto paura di niente. Mi sono completamente affidata. È stato facile, naturale. Niente scene di panico, niente isterismi, niente  sanguemorteoddiolamortecheschifomaipiù. Anzi.
Pensi che finalmente le cose siano andate per il verso giusto. Trovi un senso a tutta lammerda che hai dovuto buttare giù per anni, al senso di inadeguatezza. Pensi che è valsa la pena aspettare il momento perfetto. Che è tutto meno che perfetto, ma va bene così.
Il fatto è che le cose non stanno così. Gli anni persi non si recuperano. E un giorno, senza preavviso, ti senti dire che non sai nulla e che non hanno voglia di insegnarti, perché a una certa età certe cose si sanno, non si chiedono. Non te l’hanno detto prima perché sono strana, ho qualcosa che non va.
E allora capisci che sei fuori tempo massimo.
Che sei rotta, forse malata. Che facevi bene ad aver paura e a tenere tutti lontano. Che il dolore, sommato ad altro dolore, è insostenibile.

Dormire/Vai via

Elaboro pensieri lugubri.
Penso che, no, il coraggio di prendere una lametta in mano non ce l’ho.
Mi farò un tatuaggio. Lo voglio all’interno dell’avambraccio destro, sotto la piega. Dicono faccia male. Non la trovo una prospettiva terribile. Anzi.
Magari svengo.
Sono quasi andata giù lunga anche oggi. Alzandomi dalla scrivania. Avevo mangiato, ma ero nervosa, avevo un gran magone. Mi sono alzata dalla sedia e il sangue è sceso tutto giù nei piedi e la vista si è appannata. 
Mi sono seduta di nuovo.
Poi ho pensato che, se fossi svenuta, avrei passato del tempo senza pensare, senza stare male. Mi è quasi dispiaciuto.

Il cinque maggio.
Il dieci maggio.
Il venti maggio .
Faceva caldo, il venti maggio. Anche alle otto di mattina.

Aspetto venerdì. Di mettermi a letto. Forse prendo qualcosa e dormo. Così non so che la gente vive e si diverte e fa festa. Voglio dormire per non pensare di non essere dove vorrei, con chi vorrei. Voglio dormire e non pensare che niente è  sensato, che io so solo fare le cose a pezzi perché non sono capace, non sono all’altezza, non sono abbastanza brava. Non sono abbastanza e basta.
Voglio dormire e non pensare che se ne sono andati. E chi non lo ha fatto ancora, lo farà. Altre strade, altri mondi, altre vite. Lontano da me. Nel tempo e nello spazio.
Voglio dormire e non pensare che ho qualcosa che non va. Non sono adatta alla felicità. So risolvere problemi, ma non vado bene per tutto il resto. Non sono capace, sono un problema, non lo so fare. Ti rimetto insieme e vado a pezzi io.
Voglio dormire e non pensare alla mancanza. Non voglio pensare che non me lo merito, quindi è normale che non lo abbia. Non voglio pensare di essere stata spremuta, usata, sostituita. Perché non sei capace, sbagli sempre tutto, c’è lei, c’è lei, guarda, la vedi?  È dappertutto dove eri tu, ma meglio. Stai indietro, hai dato quello che volevano. Fai pena e non ne vali la pena.
C’è lei, c’è lei. È dappertutto dove eri tu. Ma meglio.
Non sono problemi tuoi, vai via.

Cinque Maggio

Ci sono giorni che fanno male più di altri. Sono più lunghi e più pesanti.
Fai tutto come al solito. Però devi fingere un po’ più del solito.
Oggi è uno di quei giorni.
Sento la tua mancanza ancora più del solito.
Penso che stasera ci sarebbe stata una cena, magari con gli amici, in qualche pizzeria alla buona. Come per i tuoi cinquant’anni. Oppure che semplicemente ci saremmo dovuti mettere a cenare intorno al tavolo tondo, nel tinello dei nonni. Una di quelle cene squallide che sanno di casa. Magari con la tovaglia buona, invece della solita, troppo corta per coprire tutto tutto il tavolo. Sicuramente con una torta alla fine. La crema chantilly dentro e le decorazioni di panna.
Invece sono in una casa non mia, in un letto non mio, circondata da cose che non mi appartengono.
La tua preoccupazione, che è anche quella di Nonna, di Padre e di tutti gli altri, era quella che io non riuscissi a sistemarmi, a trovare un lavoro. È  stata la vostra ossessione, la paura che io non fossi capace di mantenermi.
Sto lavorando. È una cosa provvisoria e non mi permette di mantenermi da sola, ma lavoro. Forse alla fine riesco a prendere pure questa laurea di merda, che ormai per me è solo motivo di vergognata, un monumento ai miei fallimenti. Però, in fin dai conti, la direzione è quella che auspicavate tutti.
Ho le giornate piene, prendo treni, metro, cammino, guadagno.
E lo sai come mi sento? Vuota e infelice. E sola, tanto sola.
Non ho qualcuno con cui condividere le mie cose, non ho una buona ragione per sorridere. Vivo meccanicamente, trascinata da una stupida inerzia. Non ho chi mi dia il buongiorno e la buonanotte. Non sono speciale per nessuno, anzi.
Vorrei sapere cosa ne pensi di quello che sto facendo. Vorrei parlarne con te.  Perché ci sei passata.
Tu riempivi pagine e pagine del quadernone cartonato a fiorellini. Io semino qua e là i miei pensieri, cercando di fare ordine. Sono silenziose grida d’aiuto.  Cose che vorrei dire, realtà che vorrei sovvertire. Le scrivo e spero che Lui legga. Le scrivo e spero che tu possa sentirmi. Spero di trovare comprensione. Spero che sia un brutto sogno.  Spero di svegliarmi e trovare la torta in frigo e un posto anche per Lui a tavola, per mangiarla tutti insieme.
Spero di trovare le risposte alle domande che non ti ho potuto fare.
Spero di riuscire a sopportare tutto questo dolore, tutta questa solitudine.  Spero che, almeno tu, veda la cosa nel suo insieme. Che almeno tu veda la via d’uscita a questo male e a questo vuoto. Spero che mi aiuterai. Spero di avere la forza. Quella che avevi tu.

Buon Compleanno, Mamma.

2 Maggio

Ci sono le parole che sono schiaffi in faccia.
Ci sono legami fragilissimi che non si possono spezzare.
Ci sono cose che ci sono quando io ci sono, ma quando io non ci sono, scompaiono.
C’è il bene.
C’è che il bene non basta.
C’è che non basto io.
Ci sono energie che vengono meno.
Ci sono urla strozzate in gola.
Ci sono le spalle strette e la testa bassa e le braccia conserte, perché ho freddo dentro al petto e nella pancia.
Ci sono notti che non dormo.
Ci sono magliette e profumi e risvegli umidi di lacrime.
Ci sono gesti che non posso fare, la mano che non posso prendere.
C’è che non mi posso appoggiare.
Ci sono occhi che non si incontrano.
Ci sono errori su errori su errori.
Ci sono cose non dette che ci sono marcite in bocca. Ferite da coltello infette.
Ci sono gli altri.
Ci sono quelli che parlano, che vogliono il tuo bene, che sanno le cose a metà.
Ci sono cose che non riesco a non fare, anche se forse sarebbe meglio che non le facessi.
Ci sono giorni lunghi e lontani.
Ci sono mancanze.
Ci sono presenze nuove e dolorose.
C’è la voglia di ribellarmi e la paura di perdere.
Ci sono i sorrisi tirati e la voglia di non parlare con  nessuno. Solo stare stesa con gli occhi chiusi e lasciarmi andare a fondo.
Ci sono i vuoti. Della pelle, delle mani, del letto, della distanza, degli sguardi persi.
Ci sono i vuoti che sono solo i miei e ci sono i vuoti che altre persone hanno riempito.
Ci sono io che mi ripeto che sono forte e coraggiosa.
Ci sono le lacrime perché non me lo merito.
C’è che in realtà forse sono solo una cretina, illusa e patetica.

Non ci sei tu.
Non c’è nulla.