2 Maggio

Ci sono le parole che sono schiaffi in faccia.
Ci sono legami fragilissimi che non si possono spezzare.
Ci sono cose che ci sono quando io ci sono, ma quando io non ci sono, scompaiono.
C’è il bene.
C’è che il bene non basta.
C’è che non basto io.
Ci sono energie che vengono meno.
Ci sono urla strozzate in gola.
Ci sono le spalle strette e la testa bassa e le braccia conserte, perché ho freddo dentro al petto e nella pancia.
Ci sono notti che non dormo.
Ci sono magliette e profumi e risvegli umidi di lacrime.
Ci sono gesti che non posso fare, la mano che non posso prendere.
C’è che non mi posso appoggiare.
Ci sono occhi che non si incontrano.
Ci sono errori su errori su errori.
Ci sono cose non dette che ci sono marcite in bocca. Ferite da coltello infette.
Ci sono gli altri.
Ci sono quelli che parlano, che vogliono il tuo bene, che sanno le cose a metà.
Ci sono cose che non riesco a non fare, anche se forse sarebbe meglio che non le facessi.
Ci sono giorni lunghi e lontani.
Ci sono mancanze.
Ci sono presenze nuove e dolorose.
C’è la voglia di ribellarmi e la paura di perdere.
Ci sono i sorrisi tirati e la voglia di non parlare con  nessuno. Solo stare stesa con gli occhi chiusi e lasciarmi andare a fondo.
Ci sono i vuoti. Della pelle, delle mani, del letto, della distanza, degli sguardi persi.
Ci sono i vuoti che sono solo i miei e ci sono i vuoti che altre persone hanno riempito.
Ci sono io che mi ripeto che sono forte e coraggiosa.
Ci sono le lacrime perché non me lo merito.
C’è che in realtà forse sono solo una cretina, illusa e patetica.

Non ci sei tu.
Non c’è nulla.

Spezzata

Sono scesa dal treno, con la valigia grande e pesante che nessuno mi aiuta a portare. Sono uscita dalla stazione, ho sceso la prima rampa di scale, con la valigia grande e pesante. Mi sono seduta a metà della seconda rampa, da dove si vede bene il mare, e ho pianto zitta dietro gli occhiali da sole. C’erano due ragazzine con un cane.
Non lo so quanto tempo è passato. Mi sono alzata e ho camminato fino a casa, trascinando sul basolato irregolare la valigia grande e pesante. Ho camminato al centro della strada e ho attraversato col rosso, senza guardare. Non sono arrivate macchine e ho pensato che domani la rifaccio quella strada e attraverso di nuovo a quel semaforo. Ho salutato la signora incrociata sul pianerottolo e sono entrata in casa. Ho posato la valigia grande e pesante e sono andata in bagno.
Ho chiuso la porta a chiave. Ho aperto l’acqua della doccia e mi sono spogliata.
Mi sono messa davanti allo specchio, quello lungo che sta sull’anta del mobiletto e ho guardato.
Ho visto piedi tozzi e informi. La ricrescita dei peli sulle gambe pallidissime. Ho visto cosce grosse, gli accumuli di grasso al loro esterno e il punto in cui si toccano nel mezzo. Ho visto il mio sedere grosso e coperto di cellulite e i fianchi troppo larghi. Ho visto quelle maledette bolle nell’inguine, che non so come mandare via perché per farlo ci vorrebbero trattamenti che costano soldi che io non ho. Sono rosse e io ho la pelle sottile e pallidissima. Si vedono le vene sotto.
Ho visto i seni troppo piccoli, sproporzionati rispetto al resto. Sembrano vuoti. Ho visto un brufolo sul mento e uno vecchio, sulla fronte e anche le occhiaie e la pelle grigia e i capelli sporchi.
E mi sono messa a piangere e mi sono vergognata, da morire. Mi sono sentita un verme. Mi sento un verme. E mi faccio ribrezzo.
Un inutile, insignificante, incapace verme.

Alla mia Doc.

Mi è venuta voglia di scrivere alla mia Doc.  Non la sento da un po’, è rimasta piuttosto indietro.
Penso che sia perché non posso raccontare la piega che stanno prendendo le cose a Madre.

La maledetta tendenza a fare bilanci non la perdo mai.

Ogni tanto ho questa sensazione di non avere qualcuno che riconosca davvero il valore del mio percorso. Come se si fosse persa la memoria del punto da cui sono partita. V. è lontana, Madre non c’è ed è come se non ci si ricordasse più di quei giorni di scuola saltati, degli esami preparati e non dati, dell’incapacità di legarmi a una persona, della paura del dolore, dei sabato sera fatti saltare all’ultimo secondo. Come se non ci fossero più testimoni e i miei ricordi fossero incubi.
Allora mi è venuta voglia di scrivere alla Doc. Perché lei c’era. Perché conosceva Madre e Padre e V. Perché credeva in me come ci credeva Madre, senza dare per scontato che io riuscissi.

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Cara Doc,
spero che lei stia bene. Io sto meglio delle ultime volte in cui ci siamo viste. Ho degli amici, qualcuno virtuale e qualcuno in 3d, ho recuperato i miei interessi. Sono quasi convinta che non sia da pazzi non voler essere un architetto, un avvocato, un ingegnere o un impiegato in banca.
Ho iniziato a lavorare. La mia capa mi ha fatto i complimenti e ha detto al capo dei capi che è contenta di me. A me nemmeno pesa quello che mi fanno fare, solo un po’ la sveglia presto. Il capo dei capi dice che quelle cose che io so fare, non sono cose inutili. Le chiama soft skills. Dice che vanno coltivate.
Io, che non volevo mai uscire da casa, mi trovo a dormire in tre letti diversi in una settimana e a prendere treni un giorno sì e uno no. Continuano a farmi schifo i treni, però.
Ho trovato Lui, alla fine. O Lui ha trovato me. È stata dura, parecchio. Abbiamo faticato come due matti, due animali spauriti, disfatti, rotti. Ci curiamo a vicenda, giriamo intorno ai punti più malandati, quelli che ancora non riusciamo a sistemare e impariamo a volere bene pure a quelli. È bello, lui, sotto la scorza dura dura.
Lo avrebbe mai detto, Doc? Sì, perché lei lo ha sempre detto. Alla fine mi dovevo solo innamorare.
E la laurea invece ancora non l’ho presa. Alla fine è successo, Doc. Mi hanno bocciata. All’ultimo esame. Ho pianto un po’. Non so come andrà a finire, vediamo.
Tutto sommato sto bene.
La penso spesso.

Kella