7 years ago.

Sono passati sette anni ed a me sembrano molti di meno e molti di più.
Mi sono liberata di tanti fardello,   ma mi è rimasta la malinconia. Ho imparato che certe ferite non si rimarginano, forse ci si abitua al dolore. Forse.
Sono passati sette anni e sembra che tutto sia cambiato e a me pare impossibile che tu non l’abbia visto.
Ho lavorato, quest’anno. E ho pensato che non c’eri quando ho avuto il mio primo lavoro. Mi sto laureando. E penso che non ci sarai il giorno della discussione.
Passo il tempo a pensare a come sarebbe stato, se ci fossi stata tu. A che avresti pensato conoscendo Coso.

Faccio fatica a trovare la mia strada. Sembravo essere una persona sopra la media, per un po’ ci ho creduto perfino io. E invece probabilmente no. Vi sbagliavate. Ci sbagliavamo.

Ogni tanto provo una grande rabbia verso Padre, perché non fa le cose come le facevi tu. Non che sia tenuto a farle, ma a me mancano e allora mi arrabbio con lui.
Quando gli ho detto la data della laurea mi ha risposto “altri tre mesi senza fare un cazzo”. Mi è tornato in mente quel sei in matematica in prima superiore, per cui ti incazzasti tantissimo; avevo preso dei quattro e dei cinque, senza che tu facessi una piega. Ma per quel sei mi cazziasti a morte, perché non avevo studiato come avrei dovuto, perché il punto non è il voto, ma fare del proprio meglio.
Ecco, è stata un po’ quella mortificazione lì.

Sono passati sette anni e io penso che ho passato più della metà della mia vita a star male. Mi alzo tutti i giorni, non ci sto più nel letto, anche se a volte vorrei proprio farlo. Ogni tanto sono stanca e penso che mi dia tu la forza. Questa infantile abitudine di chiederti aiuto quando sono in difficoltà non riesco proprio a togliermela.

Sono passati sette anni e V. e P. se lo ricordano sempre.
V. è sempre la mia migliore amica, anche se non so se lei pensi più lo stesso di me. Ma resta il mio gancio, la mia roccia. V. è l’unica persona che ha avuto le palle ed il cuore di non mollarmi. Si è presa un bel carico da quando, quel 31 agosto, quando tu non eri in grado di prepararmi la festa di compleanno, lei e la sua famiglia si occuparono di tutto. Ho un debito di gratitudine verso di loro che non sarò mai in grado di saldare.

Sono passati sette anni e il pianoforte ha le gambe scrostate ed andrebbe accordato. Gli spartiti si sono fatti vecchi, sembra che la carta debba sbriciolarmisi tra le mani ogni volta che li apro. Sono sette anni o poco più che nessuno suona il valzer “Sul Danubio blu”. Io ogni tanto suono Battisti, ma non è la stessa cosa.

Sono passati sette anni e mi è rimasta l’ultima boccetta del tuo profumo. Ha il tappo rotto. La tengo in una scatola nell’armadio di Roma e di tanto in tanto la apro ed è strano. C’è il tuo profumo in posto in cui tu non sei mai stata.

Sono passati sette anni e tra un po’ è di nuovo Natale. Ci guarderemo ancora tutti con gli occhi lucidi, brindando. Nonny piangerà e noi fingeremo di fare del gran casino, per non sentire la tristezza.
C’è quel gioco in cui si costruisce una torre con i bastoncini di legno e poi si toglie un bastoncino per volta, cercando di non far crollare la torre. Io non so chi ha vinto e chi ha perso, ma tu sei stata il bastoncino che, una volta tolto, ha fatto cadere la torre. È andato tutto a pezzi ed i margini non combaciano più.

C’è questa canzone che mi commuove un sacco, perché sembra dire quello che tu hai sempre detto a me. Ma sembra anche parlare di te. Ché a cadere e rialzarci noi non abbiamo mai avuto rivali.
Non pensavo avrei resistito sette anni.
Mi manchi, Mamma.

http://https://youtu.be/yNJsEBaasAo

Del Natale

Io ero un’invasata del Natale.
Mi prendevano crisi isteriche se l’albero non veniva addobbato l’otto Dicembre  (non il sette, non il nove) alla presenza della famiglia tutta. Tutti dovevano collaborare. Cioè, tutti dovevano eseguire i miei perentori ordini.
Mi si rovesciavano gli occhi nelle orbite, se al 10 Dicembre i pacchetti non erano ordinatamente disposti nelle ceste di vimini, i più grandi dietro ed i più piccoli davanti.
Godevo intimamente ascoltando le canzoni natalizie, riprodotte in loop dalla filodiffusione per le vie dello shopping della Terronia.
Mi esaltavo nella ricerca del regalo perfetto, selezionato con cura, confezionato da me medesima ed ovviamente corredato di targhetta con nome, decorata con pennarello metallizzato.
Mi beavo nella preparazione della tavola della Vigilia ed ancor più in quella lunghissima del pranzo di Natale.

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Non sento più nulla.
L’anno scorso mi sono rifiutata di mettere mano alle decorazioni. Ho fatto regali banali. Ho sperato passasse in fretta, come l’amaro in bocca dopo che hai preso la medicina.
Solo che non c’è zucchero che possa addolcire questa pillola.

Sarà che non ci sono più bambini. Anche i cuginetti sono cresciuti e se ne stanno buoni ad aspettare la tombola sul divano, con il telefono in mano e gli occhi incollati a una conversazione su Whatsapp.
Sarà che vedo Nonny invecchiare e non riuscire più a tenere il passo con le tradizioni.
Sarà che non ho più le possibilità per fare a ciascuno il regalo che so che vorrebbe e che aveva desiderato. E la cosa mi fa incazzare a morte, perché tutti meritano di ricevere un bel regalo a Natale.
È che ho smesso di cercare di tenere insieme i pezzi.
Mi sono arresa.
Ho tentato di ricomporre frammenti e tutto ciò che ho ottenuto è stato riempirmi le mani di tagli.

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Ho questo ricordo chiarissimo del primo Natale dopo la separazione dei miei.
C’era l’albero enorme in mezzo alla stanza e Madre, Fratello ed io che aprivamo i rami, con metodo, dalla base alla punta.
Si dovevano mettere le luci. Ed era sempre stato compito di Padre.
E mi ricordo che mi dissi che lo avrei fatto io, perché Fratello era troppo piccolo e non spettava a Madre farlo.
Quindi lo avrei fatto io.
L’ho fatto per anni, con ottusa ostinazione. Sempre nello stesso modo, ripercorrendo i gesti che tante volte avevo visto fare a Padre.
Molto anni dopo, Padre ha affermato che detestava quei preparativi, tutti gli anni uguali. Io ero già grande a quel punto, ma è stato lo stesso come prendere uno schiaffo in faccia.

È che per tanti anni il Natale è stata la rassicurante rievocazione di un passato che non c’era più.
Andava tutto a puttane, però, in quei giorni lì, tutto andava esattamente come era sempre andato. Si ripetevano gesti collaudati, riti. Si fingeva che nulla fosse mai cambiato.
Poi invece è diventato doloroso e basta. E mi fa sentire sola.

Allora preferisco fare come se non ci fosse, preferisco che i giorni vadano come al solito. Che non facciano meno schifo, ma nemmeno più schifo del solito.
Preferisco dover fingere per quel poco tempo necessario. L’entusiasmo per i regali, il divertimento per la tombola.
Fingo che non mi manchi l’aria. Fingo di non avere un coltello conficcato fra le costole.

Non lo odio, il Natale.
È che l’ho amato troppo.

Frustrazione

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Chiudo gli occhi.

Ci sono i 500 fottutissimi euro che mi servirebbero per far diventare realtà il progetto del KellaPlanner.
L’ho ridisegnato e secondo me è bellissimo. Ho trovato il sistema per fare le copertine di un colore a scelta. Potenzialmente, avessi un pc decente, potrei addirittura creare design personalizzati. Ci sono le spirali metalliche, argentate o dorate. C’è la possibilità di creare inserti aggiuntivi, per rispondere a particolari esigenze.
Ci sarebbe addirittura possibilità di creare stickers su misura.
Ci sono persone a cui questa idea piace e che decidono di comprare quello che io ho prodotto.
C’è il blog, che riceve tante visite. Che è stato finalmente sistemato ed è diventato più interattivo, più figo. Ci sono sempre io che straparlo di minchiate, ma ci sono anche cose nuove. Tipo foto belle di me e di quello che vedo e vivo. Tipo video in cui mostro come decorare il KellaPlanner o faccio piccoli lavoretti.
C’è qualcuno a cui piacciono i miei sproloqui.
Ci sono io che organizzo tavole rotonde su temi che sono il sottofondo delle vite di un sacco di persone. Il cibo, il corpo, la depressione, l’ansia, l’amore. E ci sono persone che sono felici di partecipare e dicono la loro.
Ci sono persone che si sono rotte il cazzo della socialmediablogosfera  così come è. Che vogliono la qualità. Che studiano o lavorano e gli rode il culo se chi è tanto fortunato da vivere parlando di vestiti o scarpe o trucchi lo fa con mediocrità. Che si sono rotte il cazzo dell’autopromozione e dell’imposizione di modelli e regole. Che sono stanche di aspettare l’imprimatur per stabilire cosa farsi piacere e cosa no. Che vogliono consigli tarati sulle proprie esigenze e vogliono poter dire che qualcosa fa schifo, anche se la it-girl del momento afferma il contrario.
Ci sono persone che trovano che le mie idee non siano poi tanto stupide, anzi. C’è qualcuno che crede in me ed è disposto a supportarmi oppure semplicemente a darmi un’occasione. 

Apro gli occhi.