Storia di Kella

Non prometto che questo non sarà l’ennesimo polpettone di angoscia esistenziale e odio profondo verso la vitadimmerda. Non è un bel periodo. Forse qualcuno lo ha appena appena subdorato. Quando le cose vanno così, tutto ciò che riesco a scrivere sono quella sorta di travasi di bile che vi propino. Roba non sempre cristallina nel suo significato, lo ammetto.
Quindi non prometto che non ci sia travaso di bile, ma tenterò di spiegare da dove viene, perché nasce.
Lo racconto e me lo racconto anche un po’ io, per andare a cercare l’origine del male.

Sono una persona strana. Una parte delle persone che conosco pensa che io sia tipo malata, che abbia qualcosa che non vada. Sono quelle che mi trattano con sufficienza, che non mi dicono quello che pensano di me; sono quelle che si comportano come se io fossi di cristallo. Poi c’è Padre che pensa che io sia una pigra, una che se ne è approfittata e a cui è piaciuto prendersela comoda; sí,  ci sarà pure stato qualcosa di vero, ma la cosa è diventata più grossa di quel che doveva.
L’atteggiamento di Padre spesso per me è stato motivo di frustrazione. Ma gli sguardi di pietà, le premure eccessive per timore delle mie reazioni sono stati un dolore sconfinato. Perché mi hanno costruito una cortina di silenzio intorno. Le persone non comunicano con me. Non mi parlano, non mi dicono se c’è qualcosa che non va, se sto sbagliando.  Per timore di ferirmi, perché pensano che sia inutile, perché non ne vale la pena.

Sono una persona strana.
Da bambina giocavo a dama e passavo ore con mio nonno e la sua enciclopedia Zanichelli. Indicava i frutti e gli animali e le bandiere e le tavole di anatomia al centro del grosso volume e poi mi diceva i nomi e io li ripetevo.
Sono stata una studentessa brillante, la prima della classe. Mi sono inimicata i compagni di classe perché ero brava, ma non me la tiravo, non leccavo il culo agli insegnanti e davo una mano a tutti, anche alla bambina cicciona dell’ultimo banco che tutti prendevano in giro.
Sono stata una bambina taciturna, col naso perennemente appiccicato a un libro. Sono stata l’amica dei maschi, con cui giocavo a basket e che mi trattavano come una di loro.
Ho cominciato a vacillare dopo la separazione dei miei. Una separazione dolorosa. Madre in depressione, mesi di mutismo con Padre, con cui non volevo avere nulla a che fare. Un vuoto enorme, una vita quasi perfetta che andava a pezzi.
Sono cominciati gli attacchi di panico. Durante le gite, mi sentivo malissimo. Restavo in albergo mentre gli altri andavano in giro. Vomito, debolezza, incapacità di muovermi, respiro corto.
Per molti versi la separazione mi ha reso adulta. Le amiche vivevano i primi amori e le prime delusioni. Io rimanevo indietro. Intrappolata dal complesso di Elettra, dall’assorbire il dolore altrui.
Le cose sono precipitate al liceo.
Semplicemente non uscivo più di casa. È cominciata la trafila della terapia comportamentale prima e di quella farmacologica poi.
È un casino, quando ti succedono certe cose a quell’età. Perdi delle tappe fondamentali. Niente primi appuntamenti, niente corteggiatori. La gente è spaventata o ha pena per te. Null’altro. Il panico è improvviso e totalizzante e allora eviti tutte quelle situazioni in cui non sai bene come comportarti, su cui non hai il controllo.

Il controllo è il problema. Senti che tutto ti sfugge di mano e allora diventi rigidissima e eviti tutto quello che non ti fa essere salda e lucida.
Non bevi e non ti droghi.
I miei amici sono sempre stati ragazzi normali. I ragazzi di provincia, quelli che bevono fino a star male, per noia, per stare insieme, per divertirsi. Che si fanno le canne. Qualcuno ha preso cocaina, qualcuno ha buttato giù qualche roba sintetica. La cosa non mi è mai riguardata. Non ho mai avuto un pensiero negativo su di loro per quello che facevano. Semplicemente io non lo facevo.
E allora, tra un sorriso e una battuta sulla mia onnipresente bottiglietta d’acqua, sono diventata quella strana. Bigotta, bacchettona, suora. Noiosa.
La gente si sente giudicata, credo. Come se il mio non bere e non drogarmi fosse un implicito atto d’accusa al loro bere e drogarsi.
Poco importa che nel frattempo abbia imparato a bere bene. Mi piace il vino,  a tavola, ben abbinato a quello che si mangia.
Resto la bigotta, bacchettona, suora, noiosa.
Se non fai certe cose, non sai divertirti. Non sai goderti una serata in un posto incasinato, andare a ballare, vedere posti, stare con persone.

Ma c’è un’altra cosa che la volontà di mantenere il controllo impedisce di fare: innamorarsi.
Per anni la mia preoccupazione più grande è stata non aggiungere dolore al dolore. Vivevo sofferenze talmente intense, che l’idea di una storia (immatura e sicuramente destinata a finire, come mi diceva il mio cervello in perenne allarme) corrispondeva per me solo all’idea di un ulteriore e inutile dolore.
E allora gli altri uscivano, si innamoravano, si lasciavano e io no.

Venirne fuori è stata una guerra. Quando finalmente mi sono sentita pronta a lasciarmi andare, abbastanza forte da rischiare, intorno ai 19/20 anni, il dolore per la perdita di Madre mi ha ributtato in un baratro senza fine.
Ho allontanato tutti. Anche gli amici più fidati hanno dovuto mollare la presa.

La verginità a 26 anni è un taboo. Appare assurda l’idea che sia una cosa che mi è capitata. Non c’è stata cosciente motivazione dietro. Non c’è causa religiosa, etica o sarcazzo per cui ho aspettato tanto. Deve esserci qualcosa. Devi essere malata o disturbata o difettosa o una suora.

A 26 anni ho conosciuto La Persona. E non ho più avuto paura di niente. Mi sono completamente affidata. È stato facile, naturale. Niente scene di panico, niente isterismi, niente  sanguemorteoddiolamortecheschifomaipiù. Anzi.
Pensi che finalmente le cose siano andate per il verso giusto. Trovi un senso a tutta lammerda che hai dovuto buttare giù per anni, al senso di inadeguatezza. Pensi che è valsa la pena aspettare il momento perfetto. Che è tutto meno che perfetto, ma va bene così.
Il fatto è che le cose non stanno così. Gli anni persi non si recuperano. E un giorno, senza preavviso, ti senti dire che non sai nulla e che non hanno voglia di insegnarti, perché a una certa età certe cose si sanno, non si chiedono. Non te l’hanno detto prima perché sono strana, ho qualcosa che non va.
E allora capisci che sei fuori tempo massimo.
Che sei rotta, forse malata. Che facevi bene ad aver paura e a tenere tutti lontano. Che il dolore, sommato ad altro dolore, è insostenibile.

Dormire/Vai via

Elaboro pensieri lugubri.
Penso che, no, il coraggio di prendere una lametta in mano non ce l’ho.
Mi farò un tatuaggio. Lo voglio all’interno dell’avambraccio destro, sotto la piega. Dicono faccia male. Non la trovo una prospettiva terribile. Anzi.
Magari svengo.
Sono quasi andata giù lunga anche oggi. Alzandomi dalla scrivania. Avevo mangiato, ma ero nervosa, avevo un gran magone. Mi sono alzata dalla sedia e il sangue è sceso tutto giù nei piedi e la vista si è appannata. 
Mi sono seduta di nuovo.
Poi ho pensato che, se fossi svenuta, avrei passato del tempo senza pensare, senza stare male. Mi è quasi dispiaciuto.

Il cinque maggio.
Il dieci maggio.
Il venti maggio .
Faceva caldo, il venti maggio. Anche alle otto di mattina.

Aspetto venerdì. Di mettermi a letto. Forse prendo qualcosa e dormo. Così non so che la gente vive e si diverte e fa festa. Voglio dormire per non pensare di non essere dove vorrei, con chi vorrei. Voglio dormire e non pensare che niente è  sensato, che io so solo fare le cose a pezzi perché non sono capace, non sono all’altezza, non sono abbastanza brava. Non sono abbastanza e basta.
Voglio dormire e non pensare che se ne sono andati. E chi non lo ha fatto ancora, lo farà. Altre strade, altri mondi, altre vite. Lontano da me. Nel tempo e nello spazio.
Voglio dormire e non pensare che ho qualcosa che non va. Non sono adatta alla felicità. So risolvere problemi, ma non vado bene per tutto il resto. Non sono capace, sono un problema, non lo so fare. Ti rimetto insieme e vado a pezzi io.
Voglio dormire e non pensare alla mancanza. Non voglio pensare che non me lo merito, quindi è normale che non lo abbia. Non voglio pensare di essere stata spremuta, usata, sostituita. Perché non sei capace, sbagli sempre tutto, c’è lei, c’è lei, guarda, la vedi?  È dappertutto dove eri tu, ma meglio. Stai indietro, hai dato quello che volevano. Fai pena e non ne vali la pena.
C’è lei, c’è lei. È dappertutto dove eri tu. Ma meglio.
Non sono problemi tuoi, vai via.

Cinque Maggio

Ci sono giorni che fanno male più di altri. Sono più lunghi e più pesanti.
Fai tutto come al solito. Però devi fingere un po’ più del solito.
Oggi è uno di quei giorni.
Sento la tua mancanza ancora più del solito.
Penso che stasera ci sarebbe stata una cena, magari con gli amici, in qualche pizzeria alla buona. Come per i tuoi cinquant’anni. Oppure che semplicemente ci saremmo dovuti mettere a cenare intorno al tavolo tondo, nel tinello dei nonni. Una di quelle cene squallide che sanno di casa. Magari con la tovaglia buona, invece della solita, troppo corta per coprire tutto tutto il tavolo. Sicuramente con una torta alla fine. La crema chantilly dentro e le decorazioni di panna.
Invece sono in una casa non mia, in un letto non mio, circondata da cose che non mi appartengono.
La tua preoccupazione, che è anche quella di Nonna, di Padre e di tutti gli altri, era quella che io non riuscissi a sistemarmi, a trovare un lavoro. È  stata la vostra ossessione, la paura che io non fossi capace di mantenermi.
Sto lavorando. È una cosa provvisoria e non mi permette di mantenermi da sola, ma lavoro. Forse alla fine riesco a prendere pure questa laurea di merda, che ormai per me è solo motivo di vergognata, un monumento ai miei fallimenti. Però, in fin dai conti, la direzione è quella che auspicavate tutti.
Ho le giornate piene, prendo treni, metro, cammino, guadagno.
E lo sai come mi sento? Vuota e infelice. E sola, tanto sola.
Non ho qualcuno con cui condividere le mie cose, non ho una buona ragione per sorridere. Vivo meccanicamente, trascinata da una stupida inerzia. Non ho chi mi dia il buongiorno e la buonanotte. Non sono speciale per nessuno, anzi.
Vorrei sapere cosa ne pensi di quello che sto facendo. Vorrei parlarne con te.  Perché ci sei passata.
Tu riempivi pagine e pagine del quadernone cartonato a fiorellini. Io semino qua e là i miei pensieri, cercando di fare ordine. Sono silenziose grida d’aiuto.  Cose che vorrei dire, realtà che vorrei sovvertire. Le scrivo e spero che Lui legga. Le scrivo e spero che tu possa sentirmi. Spero di trovare comprensione. Spero che sia un brutto sogno.  Spero di svegliarmi e trovare la torta in frigo e un posto anche per Lui a tavola, per mangiarla tutti insieme.
Spero di trovare le risposte alle domande che non ti ho potuto fare.
Spero di riuscire a sopportare tutto questo dolore, tutta questa solitudine.  Spero che, almeno tu, veda la cosa nel suo insieme. Che almeno tu veda la via d’uscita a questo male e a questo vuoto. Spero che mi aiuterai. Spero di avere la forza. Quella che avevi tu.

Buon Compleanno, Mamma.