25 09 2016

Ci sto provando, lo giuro.

Andare oltre. Il pensiero è sempre lì, ma vado oltre.

Anche perché “lì” non c’è più. Forse non c’è mai stato. Era una costruzione di bugie e troppa pazienza.

Mi resta un “non hai mai creato un problema, non hai mai fatto pesare nulla” che sa di beffa e bile. Non riesco a togliermelo dalla testa. Mi dà serenità e mi fa incazzare insieme. 

La capacità di trasformare un pregio in difetto. 

Ci sto provando, lo giuro.

Sono goffa. Nei movimenti e nei sentimenti. Una vita da timida che cerco di scrollarmi di dosso, diventando insopportabilmente invadente, inutilmente sfacciata.

Risultato: giochino divertente per un po’, poi messo da parte per noia, per paura che possa creare problemi, che possa crearmi illusioni e aspettative.

“Non hai mai creato un problema.”

Paradosso.

Mi annoio in fretta di tutto. Quel che non mi annoia, mi fa sentire sbagliata, fuori luogo, ignorata. 

Rientrare nella parte di quella invisibile è più faticoso di quanto pensassi. 

Leggo molto. “Era un funanbolo con se stessa, fondamenta con il resto del mondo”. Non credo che saprei dare una descrizione migliore di me.

Qualche tempo fa ho scritto “siccome non mi piace vedere le persone che mi sono simpatiche tristi, ti racconto una storia”. Si vede che non era una storia abbastanza bella. Ed è rimasta lì, sola, persa nel silenzio. Pure lei.

Ci sto provando, lo giuro. Ma non è facile, soprattutto in questi giorni. Ché i ricordi mi prendono a pugni il cervello, e le alternative sono solo acquerelli pallidi disegnati a suon di “facciamo che” non corrisposti.

Sono ossessionata dalle immagini. Faccio foto di tutto. Faccio troppe foto anche di me. Perché non c’è nessuno a guardarmi e voglio ricordarmi. Un esibizionismo infantile e disincantato. Mi riempio di surrogati di occhi. 

Sono ossessionata dalle parole. Sono ossessionata dal non dire. Ho imparato il peso dell’inespresso. Cerco di evitare che se ne accumuli ancora. Il non detto incancrenisce in fretta. Allora dico troppo, dico cose che non dovrei, insisto fino al ridicolo.

Cerco compagnia per fare cose che avrei voluto fare. Se non la trovo, cerco di fare quelle cose comunque. Finisce sempre con un gran senso di vuoto, di inutilità. Non è così che lo volevo. E perde tutto il sapore e diventa malinconia.

È tornata quella canzone lì. Quella che non riuscivo a smettere di ascoltare. Quasi mi aspetto che prima o poi mi arrivi il suono di una chitarra a dire che non hai tempo per i ragazzi all’angolo, che fanno casino giù in strada, non hai tempo per le ragazze che passeggiano, perché stanotte vuoi stare con me.

Ci sto provando, lo giuro. 

Però quell’idea che non creare problemi non sia un difetto, l’idea di fare cose normali, in modo normale. L’idea di poter essere apprezzata perché so prendermi cura, perché divento rossa per i complimenti, perché sono indipendente e chiedo poco, perché vedo il bello anche nelle cose banali. L’idea di essere portata in spiaggia un sabato sera, di metterci a ballare in un bar, quell’idea che nothing matters in this whole wide world, when you are in love with a Jersey girl, ecco, di quella non riesco proprio a liberarmi.

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Utopia

Chiamami e dimmi che stai arrivando, di mettere la prima cosa che trovo e farmi trovare sotto al palazzo.

Portami in centro, mangiamo schifezze, parliamo di stupidaggini importantissime. Giochiamo a chi conosce più citazioni dei Simpson e prendimi per mano. Guardami e fammi diventare rossa. Raccontami di quel viaggio. Fai finta che ti dia fastidio se dico di non volere la birra e poi bevo la tua, ma solo un po’. Prendimi in giro perché mi piace la tv spazzatura e lasciati sfuggire che però almeno una volta l’hai vista anche tu. Chiedimi di me, chiedimi dei miei progetti. Ridiamo, ridiamo tanto. Perché sono goffa, per una parola detta male, perché quella cosa che ti è capitata in effetti è davvero esilarante.

Baciami in un portone, sorridi perché mi imbarazzo, ma baciami ancora. Fregatene se ho sempre detto che in pubblico mi vergogno. Fammi vergognare e poi lascia che mi nasconda un po’ dietro di te.

Chiedimi di salire a vedere un film, una partita, il filmino della tua comunione. Cantiamo canzoni vecchie, cantiamo De André. Sorridimi quando ti dico che so suonare il piano, ma poco. Dimmi che sono brava, anche se quello bravo davvero sei tu. Offrimi da bere, non ti offendere se ti chiedo solo acqua a temperatura ambiente. Però se hai un biscotto lo mangio. 

Mettilo su ‘sto film, che ci serve una scusa per stare vicini. Fammi appoggiare. Non ti arrabbiare se guardo te invece del film.  

Spogliami, fatti spogliare. Facciamo l’amore, ma non prenderlo troppo sul serio. Voglio ridere pure mentre ti tengo addosso. Non chiedere il permesso. Non avere paura, non sei pesante, va tutto bene, sto bene. Fatti baciare i palmi delle mani e le orecchie.

Tienimi vicino, mentre me ne sto nuda a pancia in giù, anche se sei sudato e stanco. Diciamo cose stupide e senza senso, fin quando non ci si chiudono gli occhi. È tardi, dormiamo. Appoggiati.

28

Dicono che, per i caratteri come il mio, fare bilanci sia una pratica da evitare. 

E infatti eccomi qua.

Sono nata il 31 Agosto. Il giorno prima del 1 Settembre. Il giorno prima di Capodanno, praticamente. I bilanci sono inevitabili. 

E allora.

A 28 anni avrei voluto avere un lavoro e una casa. Avrei voluto abitare per conto mio e portare il mio cane a passeggio.

A 28 anni ho iniziato a lavorare da troppo poco per avere uno stipendio che mi faccia vivere per conto mio. Il cane non ce l’ho, perché la famiglia è allergica e contraria e perché le ore in cui sto a casa in stato vigile si contano sulle dita di una mano. Una casa non ce l’ho. Ho una stanza e mezzo. Risparmio, tollero. Ogni tanto sbarello. Passo un sacco di tempo sui siti di immobiliari e sogno il mio bilocale in centro a Roma. 30 metri quadri resi pazzeschi dalla mente geniale di un Ikeano in maglietta gialla.

Il lavoro certi giorni mi diverte, altri mi fa venire voglia di urlare. Ma forse è solo colpa degli ormoni. I colleghi sono belli belli in modo assurdo. Nel senso che una banda di pazzi così non sarebbero riuscita a metterla insieme di proposito, nemmeno istituendo un pool di luminari della gestione risorse umane. Oggi ci siamo sfondati di prussiane e mi hanno fatto trovare sulla scrivania un quaderno nuovo con su scritto “I hate meetings”. La promessa è di portarlo alla prossima riunione con Capissimo e Superconsulente. Non mancherò.  

A 28 anni avrei voluto passare i fine settimana a preparare cene per i miei amici.

Guess what? Non ho più una cucina. Però, sorprendentemente, ho gli amici. Vado nei parchi, faccio shopping, passeggio, mangio schifezze. In compagnia. Organizzo appuntamenti e li rispetto. Rido. Li faccio ridere. Credo. C’è un sacco di gente piena di cose da raccontare di giro. Basta fermarsi un po’ ad ascoltare.

A 28 anni pensavo che avrei avuto una mamma a cui rivolgermi.

Invece non ce l’ho. Ho una nonna eccezionale, una zia e una cugina pazzesche. Un sacco di sorelle maggiori, incontrate un po’ dappertutto. Le TwitterMamme che mi mandano i cuoricini e gli incoraggiamenti, la collega che mi abbraccia e mi compra il pranzo quando me lo dimentico, la dottoressa che è diventata il ponte tra passato e presente. 

Poi ho i ricordi e il patrimonio genetico di 23 cromosomi. Sono quasi sempre certa di sapere cosa mi direbbe. 

Poi ho il vuoto e questa ferita che comunque di rimarginarsi non ne vuole proprio sapere. Però non è più infetta, non si allarga. Sta lì.

A 28 anni avrei voluto avere una persona speciale accanto. Oppure avrei voluto essere indipendente e fregarmene, restare quella che stava bene da sola.

Sono sola. Non sto bene da sola. Ed è un fatto. E non è affatto semplice da accettare. Non sono ancora così disperata da volere qualcuno a caso, pur di non stare sola. Per fortuna. 

Però sono stanca. Di dormire sola. Di svegliarmi sola. Di trovarmi la sera sola sul divano, davanti alla tv. Di andare alle feste sola, di fare cose che ho paura di fare sola. 

Sono stanca delle bugie, dei sotterfugi. Sono stanca di sentirmi un tappabuchi, un ripiego. Sono stanca di sentirmi dire che non è colpa mia, non è che io sbagli, però meglio di no. Sono stanca di essere ignorata. Di vedere gli appuntamenti saltati e le serate rimandate all’ultimo. Sono stanca di elemosinare attenzione.

Oggi il tempo grigio mi ha fatto scoppiare un gran mal di testa. E avrei voluto avere qualcuno a cui scriverlo. “Mi è venuto il mal di testa, uffa”.

A 28 anni ho capito che per essere felici basterebbe veramente poco.

Basta la pazienza. Capire che la felicità è una cosa difficile e faticosa, perché va costruita. Ma è anche tanto semplice. È amare e essere amati. Non serve altro.

Basta la consapevolezza di sapere che ti stai facendo il culo per mettere insieme qualcosa che è tuo, che ti rimane pure quando tutti se ne vanno.

Basta la condivisione. Di un posto, un momento, una canzone, una pizza, una voglia.

Basta avere qualcuno a cui fare proposte indecenti e che non veda l’ora di farle diventare realtà. 

Basta l’empatia. Rispettare gli altri, ascoltare. Abbracciare. Essere disponibili.

Io aspetto che tu ti accorga che ci sono. Aspetto. Che tu mi venga a prendere e mi tenga stretta stretta. Che tu scopra che con me si può ridere, piangere e perfino guardare la partita in tv.

A.A.A.

Non ho nessun entusiasmo alla prospettiva di tornare in Terronia. 

Non ho nessun entusiasmo alla prospettiva di tornare al lavoro.

Riflettevo. Gli uomini che mi sono piaciuti in quasi 28 anni si contano letteralmente sulle dita di una mano. Credo di essere piaciuta a due di loro. Per un po’. 

Due non sapevano nemmeno che esistessi.

Uno boh. 

“Perchè non dormi?”

E che ne so. Cioè, lo so. Ma non posso farci niente, quindi nulla cambia. Non dormo.

In un parco, chiacchierando con Amica, ho riflettuto sul fatto che non è poi così terribile desiderare di non essere sola. Non è poi qualcosa di cui vergognarsi.

“Ma sei pentita?” 

No, nemmeno un po’. Non ho nulla di cui pentirmi.

Volevo dire al Principe Azzurro che questi sono giorni buoni per prendere la moto e portarmi via. Volevo dirgli che sono simpatica, se serve audace, non rompo i coglioni, non sono a dieta e mi piacciono i film violenti, le partite di calcio e la pizza. Volevo dirgli che non ho grosse aspettative, a parte ridere, fare l’amore e andare a guardare il mare ogni tanto. 

27 07 2016

Mi sento come quei cuccioli di cane che, per provare a capire cos’è qualcosa che non conoscono, girano la testa di qua e di là, per cambiare prospettiva.

Non c’è niente di quanto succede che non conosca già. Non c’è una prospettiva che io non abbia esplorato, eppure continuo a girare la testa di qua e di là, cercando di dare un senso.

Mi sveglio stanca, sono stanca durante il giorno, mi metto a letto e non dormo.

Ho la tachicardia, le gambe molli. Ho voglia di tirarmi le coperte sopra la testa e dormire.

Disegno scenari. Sembra che, quando manchino le possibilità, aumentino le voglie.

Allora ho voglia di pizza a letto, dormire nudi, girare in moto, camminare di notte, mettere i tacchi alti e farmi carina, andare a mare alle sei di pomeriggio, farmi il bagno e leccare le goccioline di acqua salata dalla pelle. Ho voglia di stare abbracciati, di ridere, di fare le smorfie nelle foto, sentire musica bella in macchina coi finestrini abbassati, bere la birra sul lungomare mangiando taralli, ballare canzoni stupide, addormentarmi durante un film, andare in un locale affollato e poi fuggire mano nella mano. Ho voglia di dita raggrinzite dall’acqua, di sentirmi dire che sono bella, di leggere, di appoggiarmi con la testa sulla spalla, della mano sulla coscia mentre guidi, di un altro tatuaggio, di vestiti nuovi, di passare qualche ora nel reparto “fotografia” di una libreria, di rincoglionirmi tra i corridoi dell’Ikea e mangiare hot dog a 1 euro. Ho voglia di una casa che mi assomigli, di stabilire orari, di riavere i miei spazi, di perdermi negli occhi, di guardare programmi trash in mutande e ridere delle stesse cose.

Memories

Di Coso mi mancano le orecchie. Tonde e lisce. Destinate a diventare rosse rosse al primo imbarazzo.

Di Coso mi mancano le rughe sulla fronte e intorno agli occhi, che diventavano più profonde quando era stanco o appena sveglio.

Di Coso mi manca l’attenzione nel prepararmi la tavola, col tovagliolo piegato e le posate allineate, salvo poi mangiare dalla padella la pasta gocciolante di formaggio fuso.

Di Coso mi mancano i piedi. Magri e sottili, col tallone indurito dalle scarpe scomode.

Di Coso mi manca sentire il braccio che mi ferma per proteggermi da un semaforo rosso che non ho visto, perché sono sempre troppo distratta.

Di Coso mi mancano le mani bellissime, le unghie un po’ mangiate perché tagliarle è troppa fatica; la pelle un po’ inspessita alla giuntura; il modo di muoversi mentre sistemano il tabacco nella cartina.

Di Coso mi manca la voce sottile a prima mattina, quando le corde vocali dormono ancora ed il piumone è caldo e la sveglia viene spenta e ancora cinque minuti.

Di Coso mi mancano i nei sporgenti e la pelle liscia dei fianchi.

Di Coso mi manca lo sguardo da spaccone quando si sente insicuro o teme di avere torto.

Di Coso mi mancano certe parole che non riesco più ad usare.

Di Coso mi mancano le cicatrici sul collo, dove si erano infilati i pezzetti di vetro e ora si incastrano i peli della barba.

Di Coso mi manca il fatto che si appoggiasse sempre completamente su di me, senza aver paura che potesse essere un peso. 

11 Giugno

Tutto sta a capire che le canzoni non sono soluzioni, ma descrizioni.
Ed alcune parlando di cose successe veramente, a persone in carne, ossa e cuore.
Qui ci sono io e quello che non è stato. Ed è fatto di carne, ossa e cuore anche quello, a giudicare dal male che fa.

En e Xanax non si conoscevano prima di un comune attacco di panico e subito
filarono all’unisono.
Lei la figlia di una americana trapiantata a Roma
e lui un figlio di puttana
ormai disoccupata.

En e Xanax si tranquillizavano
con le loro lingue al gusto di
medicina amara e chiodi di garofano.
Lei per strada e lui rubava i libri della biblioteca e poi glieli leggeva seduto sopra un cofano.

Se non ti spaventerai con le mie paure, un giorno che mi dirai le tue troveremo il modo di rimuoverle.
In due si può lottare come dei giganti contro ogni dolore e su di me puoi contare per una rivoluzione.
Tu hai l’anima che vorrei avere.

En e Xanax quando litigavano avrebbero potuto fermare anche il traffico di New York, uccidersi al telefono.
Lei si calmava, lui la ritrovava nuda sulla sedia e poi sovrapponevano il battito cardiaco.

Se non ti spaventerai con le mie paure, un giorno che mi dirai le tue troveremo il modo di rimuoverle.
In due si può lottare come dei giganti contro ogni dolore e su di me puoi contare per una rivoluzione.
Tu hai l’anima che io vorrei avere.

En e Xanax si anestetizzavano con le loro lingue al gusto di menta e marijuana e poi si addormentavano.

E poi si addormentavano,
e poi si addormentavano,
e poi si addormentavano.

Io invece non dormo più.