Giorni confusi

Dopo tanto silenzio, anche un rumore piccolo piccolo fa tremare forte.
E non sai se tremi di felicità o di paura.
Mi muovo come un gatto. Circospetta, mi guardo attorno. Vedo mani tendersi verso di me e la voglia di credere che non siano minacciose, che siano lì per offrire dolcezza, è tanta.
Però poi un movimento improvviso, un tono di voce, un silenzio. E io che torno nel mio angolo, arruffando il pelo, in allarme. Ché non lo sai mica che succede dopo.
Mi metto in attesa, annuso l’aria.
Sto zitta.
Avrei un milione di cose da dire, di domande da fare. E invece sto zitta. E aspetto.
C’è già tanto di quel rumore intorno che la mia lingua si blocca e non riesco a dire nulla.
Resto immobile, ma ho tutti i muscoli pronti a scattare.
Non mi fido di quello che sento, di quello che vedo. Non mi fido di me.
Come quando, ripensando a una caduta, ti sembra ancora di sentire i lividi e i graffi sulla pelle.
Sono di cristallo. Fragile e trasparente. E cerco di proteggermi e non so se ce la faccio.
Più mi nascondo, più mi si legge in faccia il timore, l’insicurezza.

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Servirebbero gli abbracci. Quelli con le mani nei capelli e il naso nel collo. Quelli che appòggiati e stai zitto e poi forse piangiamo un po’, ma non lo diciamo a nessuno. Non ce lo diciamo nemmeno noi.
Servirebbero gli abbracci. Quelli pigri, con le mani sui fianchi e le carezze sulla schiena e guardarsi negli occhi e sorridere perché possiamo darcene mille di abbracci così, distratti e fugaci, perché tanto sono sempre a portata di mano.
Servirebbero gli abbracci, quelli in cui addormentarsi. Con le gambe intrecciate e la testa poggiata sul cuore e il respiro lento e regolare. Quegli abbracci lì, che ti ridanno la calma e il senso di appartenersi. Che adesso chiudo gli occhi e domani mattina siamo ancora così e so che ci sei dall’odore, prima ancora che gli occhi si aprano di nuovo.

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Ma io gli abbracci non li ho.
Ho solo questa sensazione di stare sulla corda. E ogni tanto perdo l’equilibrio, sento il senso di vuoto nello stomaco e il cuore che martella in petto e ho paura da morire.
E penso che in fondo la cosa più saggia sarebbe scendere, rinunciare.
Ma non ci riesco. E allora aspetto.
Aspetto il momento in cui qualcuno decida che la corda va tagliata.
Aspetto di sentire di non avere possibilità di tenermi in piedi, il vuoto intorno e io che cado.
Aspetto l’impatto col suolo, lo shock e poi il dolore e poi i lividi.
E ho paura.

Annaspare

Vederti annaspare.
L’acqua ti sta sommergendo, un po’ alla volta. Non è bello da vedere.
Sogni lunghi mesi. Nient’altro che sogni. O forse no.
C’è del vero nei sogni. Non si finge quello che non dici e che c’è. Tu non lo dici, ma è lì. Il cuore, il vuoto, non si fingono.
Usarti come specchio.
Il dolore, il rifiuto, l’abbandono, buttare tutto all’aria. Provare a cambiare senza cambiare davvero. La gente che procede mentre tu rimani lì bloccato. Ché indietro non si torna e avanti fa troppa paura andare.
Aiutare qualcun altro, per provare a sé stessi che se ne può venire fuori.
Vederti sbattere contro un muro e non poter far nulla per evitarlo. E mordersi le mani, perché non possono afferrarti e tirartene fuori.
Non ti ridanno mai quello che ti è stato tolto. La storia non si cambia.

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Vederti annaspare.
Rubare la felicità degli altri, invece di costruirla per sé.
Lavorare duro per i realizzare i desideri e poi accontentarsi. Quando sei a un passo dal riprovarci di nuovo, quando ti torna la voglia di pensare a quello che c’è dopo domattina. Tra un mese, tra un anno. Accarezzare l’idea di ricominciare. E la felicità sono quei sorrisi che, anche se non li vedi, li senti esplodere. E poi mollare.
Costruire corazze. Contro le paure e il terrore di non farcela a rialzarsi un’altra volta, l’ennesima.
Fingersi cattivi, fingere di non valere nulla. Tentativo di rendere la vita più semplice. Tentativo di sentirsi libero. Nessuna responsabilità, nessuna colpa.
Fingersi menefreghisti, perché vedere gli altri delusi da te, ti fa star male.
Dare dei buoni motivi per non avvicinarsi. Riuscirci benissimo e soffrire perché si è soli.

Vederti annaspare.
La rabbia che si riversa sugli altri e che, immancabilmente, io riverso su di me.
Perché è inutile punire gli altri per il male che ci è stato fatto. La legge del taglione non va d’accordo con i sentimenti. E allora fare del male per vendicarsi del male subito, per me non ha senso.
Distruggere quello che non capisci e che ti fa incazzare. Distruggere tutto quello che contraddice quello che pensi di essere. Distruggere le reazioni che non ti aspetti, pensando che non siano giuste, solo perché diverse dalle tue.

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Vederti annaspare.
Nelle convinzioni del cazzo, nell’annullarsi nell’altro.
Creare dipendenze. Rendersi necessari perché non si è capaci di dire che siamo noi a non poterne fare a meno. Da soli non ci si trova un senso. Non bastiamo a noi stessi. Non essere abbastanza per essere felici.
Sei il mio riflesso.
E mi sanguinano le mani a forza di morderle.
Essere vigliacchi, scappare cercando scuse, scaricando responsabilità. Riempire gli altri di sensi di colpa, per non sentire i propri.
Creare difficoltà, creare ostacoli al bene. E gli occhi saranno sempre più benevoli guardando gli altri che guardando sé stessi.
E allora vorrei guardarmi come guardo te.

Io la smetto di annaspare, prima o poi. Io la smetto.