Every girl deserves a tutù

Quando, più o meno un anno fa, ho cominciato a usare Twitter con una certa continuità, non sapevo esattamente cosa aspettarmi. Seguivo le mie blogger del cuore, commentavo i programmi trash, dopo qualche tempo ho iniziato a tirar fuori qualche pensierino idiota in meno di 140 caratteri.
Dodici mesi dopo continuo a seguire le mie beniamine, a commentare i programmi trash e tiro fuori una discreta quantità di pensierini idioti in meno di 140 caratteri.
Tutto più o meno uguale, dunque.

Non è mia intenzione iniziare qui uno sproloquio sulle dinamiche e i meccanismi di Twitter. Anche perché mi sono ancora così poco chiari, che non credo nemmeno sarei in grado di spiegarli in modo esaustivo.
Per chi ha poca confidenza con il mezzo, mi limiterò a dire che, allo stato attuale delle cose (e con grande sdegno dei puristi e pionieri dell’ambiente), Twitter è non-luogo a metà tra la classe delle superiori e una casa del Grande Fratello virtuale.
Prendi due o trecento non-persone e le chiudi in una non-stanza e tutti iniziano a parlare e a raccontare e a commentare quello che scrivono gli altri. E un pochino alla volta si finisce per conoscersi. Ognuno ha il suo stile, i suoi argomenti preferiti, la sua cerchia di interazioni. Con qualcuno si va d’accordo e con altri meno. Con qualcuno ci si limita a scambiare pareri e battute, con altri ti trovi così bene che finisci per entrare in confidenza.

Ecco, tra le mie migliori scoperte che Twitter mi ha fatto fare ce n’è una in particolare, che è La Connie.
La Connie è diventata la “mia mamma di Twitter”, perché sa tirati su il morale, ti svela trucchi furbi tipo “come causare danni permanenti a un uomo usando un calzino pieno di monetine” e, se hai bisogno, lei arriva e ti sta a sentire, anche se non è d’accordo nemmeno un po’ con quello che le stai dicendo. Fa morire dal ridere, è tosta come poche e non molla mai un cazzo. E se il mio correttore automatico ha imparato a scrivere “mannaggialcazzo”, è merito suo.
La Connie è una figa da paura, innamorata di Parigi, del country-chic, delle gift card di Zara e delle maglie a righe. Soprattutto, però, è una mamma da paura. Non solo perché è la mamma della Nina, che è tipo la bambina più bella del mondo (e con più zie virtuali del mondo, credo). Lo è perché è una mamma pratica, che si batte strenuamente per demolire lo stereotipo della mamma perfetta, quella zuccherosa, che elogia la cacca dei suoi figli, nemmeno fosse caviale pregiato e parla/dice/fa solo cose che riguardano i pargoli.
La Connie ha un blog adorabile, in cui si parla, senza giri di parole né luoghi comuni, di parto, nanne, vestitini, giochi. E anche chi, come me, ha in programma tutto meno che procreare a breve, resta incantato. Se non altro perché l’80% delle cose io le bramo fortemente PER ME.

Ecco, non devo essere stata l’unica a cui  La Connie ha fatto venire le voglie, quando, qualche mese fa, ha cucito con le sue mani sante un tutù spaziale per quella meraviglia della Nina.
Si è levato un coro di “LO VOGLIAMO ANCHE NOI!”
Perché, diciamolo, il tulle fa così principessa. E noi abbiamo il sacrosanto diritto di sentirci delle principesse!
E se non possiamo essere fortunate come quella gran culo di Cenerentola (cit.), almeno dateci i tutù!
Ed ecco, quindi, che come teneri boccioli primaverili (niente, lo scrivo e penso ai soggetti a cui mi riferisco e mi scappa da ridere fortissimo), ci siamo rivestite di tulle colorato. Dopo le Victoria’s Angels, si è formato l’esercito delle Connie’s Angels, come ha detto quella gran gnocca di Cori.

Io non ho resistito e, nonostante gli scarsi mezzi tecnici e il physique non proprio du role, mi sono divertita a provare a fare la fescion blogghè per un pomeriggio (Immaginate me, una lampada, un telefono con una risoluzione indecente, dei programmi di editing che definire approssimativi è poco).

Il risultato, privo di qualsiasi pretesa modaiola, vuole essere un omaggio a una persona speciale, che si è data da fare per realizzare qualcosa di bello e che non può fare altro che strappare un sorriso.

E se ancora non siete morti soffocati nel tulle, sappiate che le varianti sono innumerevoli e le testimonial bonazze pure. Allego testimonianze fotografiche. 

[Courtesy of Sarinski]
[Couretesy of Cara Cori]
E se vi venisse voglia di sentirvi delle principesse strafighe, potete rivolgervi direttamente alla Connie, scrivendole qui.


Things I love right now

Moleskine
Una passione che mi accompagna da diversi anni ormai, da quando ho abbandonato le Smemoranda cicciotte e immancabilmente piene di scritte. 
Ho bisogno di qualcosa su cui appuntare pensieri, fare liste, registrare cose, fatti, persone.
Le trovo maledettamente belle. Essenziali, compatte, hanno un che di romantico. Non sono una fan dei loghi, dei colori. Il mondo potrebbe tranquillamente essere in scala di grigi, per quanto mi riguarda. Le Moleskine inevitabilmente incontrano il mio gusto.
Ho l’insana abitudine di voler scrivere sempre con lo stesso colore, se non proprio con la stessa tipologia di penna. Quest’anno mi sono fissata con un pennarello dalla punta sottilissima, grigio. Il nero mi sembrava creasse un contrasto troppo forte, che tracciasse linee troppo nette, troppo dure. Il grigio mi dà una sensazione di maggior morbidezza. Sì lo so, sanità mentale, questa sconosciuta.
Uso la giornaliera, in formato grande. L’ho bramata a lungo bianca, ma non sembrano volermi accontentare. Signor Moleskine, per piacere, producimi l’agenda giornaliera bianca in formato grande, please.

Rossetto 
Tutto è cominciato qualche anno fa, quando mi sono perdutamente innamorata del Rouge Noir di Chanel. Io sono di un pallidume spettrale, che nel tempo ho imparato ad apprezzare. Avere la pelle chiarissima ha i suoi vantaggi, in fatto di trucco. Per esempio i rossetti scuri ci stanno da dio.
Il rosso lacca lo amo, ma non mi dona. Cerco sempre colori con base blu, tipo fuxia o burgundy.
L’ultima passione è il Rimmel Lasting Finish by Kate Moss, numero 107.
Colore meraviglioso, texture confortevole, non se ne va in giro per la faccia e dura un’eternità.
Grazie Kate.
Fedor e Lev
Una volta ero una che divorava libri su libri. Da quando vado all’università, fatico non poco a trovare il tempo e la voglia di concentrarmi e leggere. Una scusa dimmerda, me ne rendo conto, ma tant’è. Ho una marea di titoli accumulati e non trovo lo stimolo adeguato per iniziarli.
Ad ogni modo, quando decido di avere l’impellenza di perdermi in una storia, finisco sempre a rivolgermi a Dostoevskij e Tolstoj. Non so come sia nato questo amore per i classiconi russi. Non sono un’esperta, non ho letto tutto quello che ci sarebbe da leggere, non ho motivi “sovrastrutturali” a spingermi verso questo tipo di romanzo.
Però non mi lasciano mai delusa.
Gli autori francesi, per esempio, finiscono quasi sempre per annoiarmi. Per leggere “I Miserabili” ci è voluta tutta la mia forza di volontà, per dire. Invece dalle pagine de “L’idiota” non riuscivo a staccarmi.
Al momento sono alle prese con “Guerra e Pace”. Sei arrivata a venticinque anni senza averlo mai letto? Sì, me ne vergogno parecchio, ma è così. Chiedo venia.
Parigine

Credo fermamente che stare in casa non sia una buona ragione per diventare un tutt’uno col pigiama di pile. In effetti non ho pigiami di pile con cui diventare un tutt’uno, ma questa è un’altra storia.
Le parigine sono diventate la mia divisa invernale. Sono calde, sono comode e sono graziose. Il che non guasta. Il trucco sta nel trovare un modello che non stringa sulla coscia, ché l’effetto cotechino è dietro l’angolo e no, grazie, ne facciamo a meno. Le abbino quasi sempre con gli shorts, di jeans o di pelle. E magliettone o felpone o megamaglioni.
Qui andrebbe aperto il doloroso capitolo della mancanza di fidanzato a cui rubare suddetti capi. Perché è ovvio che io felpone e magliettone con le stampe dei fumetti non le comprerò mai. I maschi le comprano, le femmine le rubano. Mi sembra piuttosto banale dirlo, ché qua già ci roviniamo il portafoglio con l’intimo di pizzo e non è che possiamo fare tutto noi, eh.

Sylvie
Sylvie Guillem è, per quanto mi riguarda, La Ballerina. Tecnicamente inarrivabile, stilisticamente perfetta in ogni interpretazione. Praticamente un alieno. Potrei passare ore solo a fissare i piedi di Sylvie.
Anni fa (oramai un bel po’ di anni fa) sono stata in Russia con Madre e la mia insegnante di danza. Per me fu un viaggio particolare. Per il momento che vivevo, per le cose che ho visto, le persone che ho incontrato. Perché è stato l’ultimo viaggio fatto con Madre e l’unico fatto sole io e lei.
Pochi mesi dopo essere tornata, ho mollato la danza. Mai più messo piede in una sala prove. Una storia d’amore interrotta bruscamente.
Quando anche l’altra storia, quella di Madre, si è interrotta con altrettanta brutalità, mi sono ritrovata a giochicchiare con dei vecchi ricordi. Ne è venuta fuori questa sagoma, ricalcata da una foto di Sylvie nei panni di Odette. Un pezzo di carta che sta lì, sulla mia bacheca, da allora. Ogni tanto lo guardo e mi viene in mente la  danza, la Russia, la mamma.
E penso sempre che, semmai mi facessi un tatuaggio, sarebbe quella sagoma lì.
Amo i tatuaggi, almeno certi tipi di tatuaggi. Però non ne ho. Né tatuaggi, né piercing e nemmeno i buchi alle orecchie. Non saprei nemmeno se sia una cosa fattibile, se sia poi bello, dove farlo, come fare a farlo, da chi andare. Però è da un po’ che accarezzo l’idea.
Jersey Girl
La vera ossessione di questo periodo.
Di quelle canzoni che fanno sanguinare il cuore e stringere fortissimo i denti. Quelle che ti prego, fa che pensi a me in quel modo lì.
C’è la vita e l’amore. C’è che sei tutto quello che mi serve. C’è che corri qua, non c’è tempo per fermarsi a spiegare, a parlare. C’è che tutto fa schifo e siamo stanchi, ma siamo io e te abbracciati stretti e c’è il mare e allora va bene. 
E allora canta, Bruce. canta forte. Canta finché non sento più i miei singhiozzi, ma solo la tua voce.
‘Cause nothing matters in this whole wide world
When you’re in love with a Jersey Girl.

Usanze barbare: il Primo Appuntamento

Detesto gli appuntamenti. Di ogni genere e tipo.
Se so che il giorno X, all’ora Y DEVO fare qualcosa o vedere qualcuno, mi sale l’ansia.
Inizio a rimurginare su quante buone ragioni ci siano per evitare, rimandare, lasciar perdere. Ho delle liste di scuse chilometriche e  infallibili.

Neanche a dirlo, i Primi Appuntamenti sono la mia nemesi.
Agglomerati di formalità, sequenze infinite di convenzioni. Dio, quanto odio i Primi Appuntamenti!
Ché i problemi iniziano subito: scegli ora e posto. Strateghi di guerra e ingegneri gestionali, accorrete numerosi. Siano aperte le consultazioni.
Di mattina no. Che fai, organizzi un Primo Appuntamento  di mattina? Nah, ché la mattina si studia o si lavora. E poi chi cazzo c’ha voglia di uscire di casa prima di mezzogiorno? E con la luce, si vedono tutti i difetti e i pori dilatati e l’occhiaia pandesca. E poi non so se sono in grado di mettermi l’eyeliner prima di pranzo. E poi dovrei fare conversazione? Ma che vi ha dato di volta il cervello?
A pranzo? Sì, forse. Ma si sa che è l’orario in cui siamo sempre di fretta. Nel pomeriggio c’è sempre qualcosa da fare. Tipo io devo vedere Uomini e Donne, non scherziamo; nella vita le priorità sono importanti. Poi dopo pranzo parte l’abbiocco, mi viene il reflusso, no grazie, non mi pare il caso.
L’aperitivo, l’evergreen. Diverte e non impegna. Se va bene, te la prendi con calma e si resta insieme anche il resto della serata. Se va male, scusa ma ho un impegno a cena che proprio non sono riuscita a rimandare, è stato un piacere, alla prossima.
La cena. Al Primo Appuntamento? Non sarà un tantino impegnativo? Tutti tirati a lucido, nel locale figo, le luci basse, il checcazzo mi mangio che questo è pesante, la pasta la sera no, il pesce non lo so pulire, l’insalata si infila tra i denti.
Il dopocena. “Beviamo qualcosa”. Se dici sì, stai dicendo che gliela daresti la prima sera. Se dici no, sei una figa di legno, che pensa male.
Mh.

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 Dovunque si decida di andare, ammesso che non ci si ammazzi davanti all’armadio strabordante di “niente da mettere”, si propone l’annosa questione: come arrivare al luogo designato.
E io sono strana. Lo so.
Lo so che le femmine sognano l’uomo che le va a prendere sotto casa, apre la portiera della macchina fresca di autolavaggio, le aiuta a entrare e richiude sorridendo.
Non io. Ho già Migliore Amico a viziarmi.
Io al Primo Appuntamento voglio andarci con la MIA macchina. Se proprio vuoi andare insieme, ti passo a prendere, ti faccio uno squillo e tu scendi e vedi di non farmi aspettare. Altrimenti ci incontriamo lì.
Mi serve una certa autonomia. Laddove per autonomia, nel vocabolario di Kella, intendiamo una via di fuga.

Ammettiamo poi che si riesca a sopravvivere alla valanga di banalità e frasi fatte e domande prive di ogni interesse.
Ci siamo, arriva il gran momento, quello in cui la femmina media giudica il maschio medio.
Il momento del conto.
Mi stupisco del fatto che non siano stati scritti trattati e fatte ricerche e tenuti simposi su questa pratica barbara.
Scene che nemmeno Clint Eastwood in Mezzogiorno di fuoco. Tensione alle stelle. Lo sguardo scrutatore della femmina e il maschio che vede passere tutta la vita davanti ai suoi occhi e sente la voce del padre nel cervello:”Figliolo, sappi che quelle sanguisughe, quelle mantidi religiose, si aspettano che tu prenda in mano la situazione ed i contanti”.
Per alcune è banale e scontato e se ne stanno lì sorridenti, facendo finta che il conto non sia mai arrivato. Non è affar loro, la cosa non le tange.
Altre (le più infide) fanno per prendere la borsa e tirare fuori il portafoglio. La valutazione che daranno del maschio dipende dalla velocità e dalla convinzione con cui il malcapitato di turno affermerà:”No, ma che fai? Non preoccuparti, offro io.”
Ecco, a me quell’offro io lì mi manda al manicomio. Offri tu cosa? Ma soprattutto, offri tu perché?
Stai sereno, che se te la voglio dare, te la do comunque quando dico io e non perché mi hai offerto la cena.
Il mio cervello collega automaticamente questa faccenda dell’offrire con la necessità di ripagare, di sdebitarsi.
Odio avere debiti. Quasi quanto odio i Primi Appuntamenti.
Allora pago io e la prossima volta paghi te, dai che devo cambiare i soldi. O al massimo facciamo a metà e 
se è squallido, pazienza.

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Le pietose scene di separazione sotto i portoni, dentro le macchine, l'”allora ci sentiamo”, le crisi del giorno dopo, meritano un capitolo a parte.

Resta imperioso, per quanto mi riguarda, il CHEPPALLE che mi provoca questa infinita serie di consuetudini medievali che è il Primo Appuntamento.

Sì, va be’, Kella, però non si scappa. Cioè, non si può cominciare direttamente dal Secondo Appuntamento.
Ma ne siamo sicuri? Proprio sicuri sicuri? Che triste realtà.
Allora facciamo che per il prossimo Primo Appuntamento io mi impegno a mettermi il rossetto, se serve anche i tacchi, però poi mi invitate a mangiare pizza e patatine fritte sul divano, chiacchierando e guardando Full Metal Jacket.
Ecco, potrei anche andarci volentieri ad un Primo Appuntamento così.