Ouch

Che poi succede sempre che, quando mi capita qualcosa di brutto, finisco per stare ancora più dimmerda perché vorrei parlarne con la mia mamma e invece non si può.
Io ci parlo comunque spesso con la mia mamma, eh. Mi ci faccio dei bei discorsi, perché so che tanto lei ascolta e so anche cosa risponderebbe. Avete presente il Super-Io freudiano? Ecco la mia mamma è più o meno il mio Super-Io. E va benissimo anche che ci sia il “super” davanti, perché lei alla fine è una specie di supereroina, che c’è sempre anche se non si vede, perché ha il potere dell’invisibilità, no?
Solo che poi capita qualcosa di brutto e allora ci vorrebbe proprio lei, che fa la camomilla con l’ alloro e ci soffia sopra finché non smette di bruciare e allora è come se soffiasse anche un po’ sopra il dolore e fa bruciare di meno anche quello.
Allora il punto è che, invece di sentire una mancanza, io ne sento sempre due alla volta; in ogni perdita, sento sempre due perdite, in ogni sconfitta, ne sento due. Ed è un bel po’ più faticoso così, no?
E stamattina mi sono svegliata sconfitta e perdente.
E com’era la storia della torre? Più vai in alto, più forte è la botta quando cadi. Allora diciamo che mi sento spiaccicata al suolo, perché sono caduta da parecchio in alto. Dal punto più alto a cui fossi mai arrivata negli ultimi 15 anni, diciamo. Ad attutire il colpo, ho trovato solo qualche pacchetto di fazzoletti, distrattamente buttato nel cassetto quando ho disfatto la valigia. C’erano i fazzoletti e una bustina per alimenti Ikea. di quelle ermetiche. Ci avevi messo dentro l’altro panino, fatto da te, perché dicevi che uno non mi sarebbe bastato, che il viaggio era lungo. È lungo il viaggio, ma lo rifarei altre mille volte, perché chi se ne frega del treno puzzolente, della noia, della gente che vuole parlarti per forza, alla fine conta solo che si arriva dove si vuole stare, no?
I pacchetti di fazzoletti non sono fatti per attutire cadute, sono fatti per soffiarsi il naso e asciugare le lacrime. La mia mamma teneva pacchetti di fazzoletti infilati in ogni angolo, in ogni borsa, perché non si sa mai. Poi, ad attutire le cadute, ci pensava lei.
E invece io sono spiaccicata al suolo. E lei non c’è. E nemmeno tu.
E allora fa male il doppio.

Talkin’ with V.

Ci sono discorsi che non posso fare con nessuno, tranne che con V.
Perché V. c’è sempre stata, per così tanto tempo che faccio fatica a ricordare da quanto.
Se ho un problema, un dubbio, un’incertezza, V. è la persona a cui so che posso rivolgermi.
Da V. ho imparato un sacco di cose, però la più importante, forse, è la capacità di esercitare su me stessa lo stesso giudizio che eserciterei sugli altri e di essere indulgente con gli altri, quanto dovrei esserlo con me stessa. Ma questa faccenda dell’indulgenza verso se stessi resta ancora da mettere in pratica, sia per me che per lei.
Insomma eravamo sedute al tavolo della cucina, a cui ci sediamo da anni. Da piccole ci si faceva merenda, adesso beviamo caffè o tè, ma continuiamo a mangiare Gocciole e Gentilini come sempre.
Parlavamo di un sacco di cose, perché non ci si vede più spesso come prima e quando capita bisogna recuperare gli arretrati. Parlavamo della vita e dei rapporti e delle relazioni e dei sentimenti.
“È che siamo uguali alle nostre madri.”
V. ha sempre ragione.
Madre è stata una donna profondamente innamorata e devota ai suoi sentimenti. Non ha voluto mai rinunciarvi, per quanto male le facessero.
Madre, però, è stata anche una donna che ha dovuto rimboccarsi le maniche e imparare ad essere indipendente. È stata anche una donna che ha sofferto e che per alleviare il dolore, ha dovuto costruirsi difese solide. Forse fin troppo solide.
Da Madre ho ereditato la sensibilità e la tendenza a non risparmiare mai sui sentimenti. Però ho ereditato anche la radicata coscienza dell’importanza dell’indipendenza.
Fondamentalmente nessuno mi ha fatto capire che la vita, le relazioni sono fatte di compromessi.
Io ho sempre agito per me, senza dover dare conto a nessuno. E forse anche per questo sono sempre stata sola. Solo che non si può vivere da soli e prima o poi ci si trova nella condizione di dover condividere.
Ecco a me non hanno insegnato a condividere. Non so parlare, non so chiedere aiuto, non so gestire la disapprovazione e il rifiuto altrui. Quando sono in difficoltà, mi allontano. Oppure fingo che vada tutto bene, finché la mia smania di controllo non si rovescia anche su chi mi è accanto, che, invariabilmente, si sente soffocato o messo sotto esame e si allontana.
Dicono che l’indipendenza sia una forza.
A me serve molta più forza e concentrazione per fermarmi a riflettere, per pensare che non sono sola e che qualunque mia azione si ripercuote non solo su di me, ma su chi mi sta vicino.
Mi serve forza per ricordare che chi mi sta accanto ragiona diversamente da me e che non per forza la mia logica sia migliore della sua. Mi serve forza per ricordare che, in alcuni casi, la mia logica dovrebbe essere proprio mandata a fare in culo, perché in alcuni casi la logica è l’ultima cosa di cui si ha bisogno.
Mi serve forza per non avvilirmi quando mi si dice che ho torto e sto sbagliando; mi serve forza per non prenderla come un ripensamento su di me come persona.
Mi serve forza per capire che spesso le persone non vogliono che tu prevenga loro un problema, ma vogliono che tu ci sia quando il problema si pone.

Mess

Ci sono, eh.
Sto zitta perché non ho niente da dire. Non non è vero, riproviamo.
Sto zitta perché mi secca parlare.

Il silenzio è una cosa buffa.
Per una settimana ci sono stati dei silenzi bellissimi, quelli meravigliosi riempiti dai gesti, dal calore.
Poi sono arrivati i silenzi faticosi, nostalgici, che servono a trattenere le lacrime. Perché sto meglio nella mia testa, a ricordare e se parlo mi distraggo e devo uscirne fuori e non mi va.
Ora c’è il silenzio forzato, che cerco di non rompere per non disturbare. Ma c’avrei una voglia di urlare forte, finché non mi si secca la gola e si rompe la voce perché nei polmoni non c’è più aria. Però devo stare zitta per non disturbare.

Ho fatto un sacco di cose, ho incontrato persone e forse a qualcuna sono anche riuscita simpatica.
Ho camminato sui tacchi, mangiato schifezze, letto, fatto il bagno. “Sciogli i capelli, così sei come Ariel.”
Poi il magone, lo studio, la sveglia alle 9 al massimo. Same old shit.
Ho quattro post iniziati che non riesco a finire, un articolo che mi sta facendo impazzire. Manco di ispirazione. E mi secca parlare.
E sono mortalmente incazzata, perché non riesco a portare a termine le cose.
Sono insofferente.

Una settimana fa c’erano un sacco di cose positive. Me le hanno smontate ad una ad una, un pezzo dopo l’altro. Ogni tanto mi chiedo se ci siano state davvero.
Poi apro il portafoglio e c’è un biglietto; la sera entro nel letto e trovo una pallina di peluche.
Allora, forse, è solo nostalgia. E a me la nostalgia piace anche, ma questa è troppo amara, c’è troppa rabbia dentro.

“Fai cose che non mi sarei mai aspettata che facessi.”
Sì lo so. O forse il punto è che non ci si aspettava che facessi nulla. In fin dei conti, è quello che ho sempre fatto. Nulla.
Ora vi vedo sbigottiti, increduli e anche un po’ incazzati.
“Questo mi fa pensare che fino ad ora tu te ne sia approfittata.”
Così finiscono tutte le mie gioie. Quando, finalmente, riesco a fare qualcosa, ci si chiede se io non l’abbia fatta prima per capriccio. E poi poteva essere fatta meglio di così.

Ultimo esame e un’idoneità, poi devo solo aspettare di maturare quel fottutissimo ultimo credito. Che se tutto va bene, non potrò verbalizzare prima di Gennaio. Poi ci sono tutte quelle cose pratiche per laurearsi che non so a chi chiedere. Ho perso i contatti con le poche persone che conoscevo in facoltà. Tra loro c’è chi si è sposato e ha messo su casa, nel frattempo. E io devo aspettare di maturare un fottutissimo credito.
Oggi ho visto dei tutorial per imparare a programmare in HTML. Sto guardando anche quelli di spagnolo. “Buenos dias, me llamo Kella y soy italiana.”
Non so se riesco ad arrivare alla fine, ma soprattutto non so se troverò soddisfazione nell’arrivarci.
La sensazione di vecchiaia, di essere rimasta indietro, aumenta ogni volta che si avvicina la sessione d’esame.
E non riesco a scrivere. E dico e faccio la cosa sbagliata.
“Mi stai mettendo pressione.”
Ok, scusa. Io cerco di stare buona ad aspettare, ma faccio fatica. E penso solo a quante cose potrebbero andare storte e a quante volte ho già mandato tutto a puttane e che ci sono troppe cose che devo fare e che non ho voglia di fare.

Io ho solo voglia di cominciare qualcosa di nuovo. E buttare tutto all’aria mi sembra il modo più veloce per farlo. Ma ci ho provato tante volte, volutamente e per caso e sono ancora una volta al punto di partenza.
Quindi stavolta provo a fare diversamente.
Le scorciatoie non funzionano.
Oppure è solo che ora c’è un traguardo dietro il traguardo. E se per arrivare a quello, devo trascinarmi fino a superare il primo, va bene, lo faccio.
Poi c’è la paura che quel traguardo dietro il traguardo sia un miraggio. Ma questa è un’altra storia.