You’d Better Not Cry

Insomma anche quest’anno è arrivato il periodo in cui insostenibile diventa l’attesa. Conti i giorni e le ore che mancano, sbirci tra le foto di Pinterest per farti un’idea di cosa aspettarti, segui i preparativi attraverso gli account di Instagram.
No, che avete capito, non sto mica parlando del Natale. Parlo del Victoria’s Secret Fashion Show, ovviamente.
Come ogni anno si è compiuto il rito: scegli una sera in cui non sei particolarmente di buon umore, procurati una porcata ipercalorica di tuo gradimento. Indossa il pigiama più brutto che possiedi, infilalo nei calzini antiscivolo e abbinalo al plaid in pile (cosicchè le scariche di elettricità statica amplifichino  l’atmosfera edgy, tutta lustrini e paillettes dell’evento). 
Prima di premere play e far partire lo streaming, è necessario una preparazione interiore specifica. Siamo psicologicamente pronti a questa zarrata intercontinentale (quest’anno lo show si è tenuto nella zarrilliana Londra snob e bionda, con un filo di follia)? Siamo pronti alle tonnellate di led, piume, swarovsky, giochi di luce, ali, scarpe da passeggiatrice della salaria e ammiccamenti vari? Siamo pronti a veder vacillare le nostre preferenze sessuali? Ricordiamo a memoria il numero di buchi di cellulite sul nostro culo? E quello dei pori dilatati della nostra zona T? Abbiamo una chiara immagine mentale di noi in costume? Abbiamo ripassato le bestemmie in sei lingue da rivolgere allo schermo? Siamo in grado di bestemmiare correttamente in sei lingue, pur avendo la bocca piena della suddetta porcata ipercalorica?
Molto bene, è il momento di procedere e guardare lo Show.
Durante la visione, ho elaborato delle riflessioni. 
No, non sto parlando del Grande Quesito che mi pongo tutti gli anni, guardando la sfilata e cioè siamo del tutto certi, al di là di ogni ragionevole dubbio, che noi e loro apparteniamo alla stessa specie? No, non mi riferisco nemmeno alla Dilaniante Domanda ricorrente, che accompagna l’ingresso in passerella di ogni singola modella e cioè PERCHÉ, DYO, PERCHÉ?!
Si tratta di questioni contingenti, riferite alla sfilata di quest’anno in particolare, ma che non per questo vanno sottovalutate.
Procedo ad illustrare:
  • Chi è il macellaio che ha tagliato i capelli di Jourdan Dunn? Voglio dire, stiamo scherzando? La Victoria’s Secret Angel con Lo Sfumato Préférence di L’Oréal Paris? L’anno prossimo cosa dovremo aspettarci, il frisé? (Non lasciatevi ingannare dalla foto, in passerella era agghiaggiande, tipo me, quando asciugo i capelli senza mettere il beccuccio sul phon e poi passeggio sotto la pioggia).

  •  Quale unità di misura va usata per misurare le gambe di Karlie Kloss? Il chilometro? L’anno luce? Il parsec? No perché, davvero, far sembrare delle nane Behati Prinsloo e Alessandra Ambrosio è qualcosa che nemmeno nelle mie più sfrenate fantasie avrei potuto concepire.

  • Ignoravo che Edgar Allan Poe si fosse reincarnato. In ogni caso, perché questa nota cimiteriale durante uno spezzone intitolato “Fairy Tale”? Che razza di fiabe ti leggevano da bambina, Victoria?


  • GLI. ADDOMINALI. DI. IZABEL. GOULART.
  • Adriana e Alessandra assolutamente divine, assolutamente Angels, assolutamente poppute con i Fantasy Bra. Concordiamo tutti che la chitarra di Ed Sheeran fosse in realtà uno strumento per mascherare barzottismi, un po’ come i cuscini nelle esterne di Uomini e Donne?


  • Suppongo che al CERN di Ginevra si siano già messi all’opera per riscrivere le leggi della fisica, chiaramente violate dal culo di Candice Swanepoel.

[Ci credereste? Non ho trovato una foto di quest’anno. Però penso che questa renda bene l’idea]
  • Ufficializziamo il fatto che Behati sia la nuova Miranda? Ma soprattutto, dove era Adam Levine? Adam Levine chi ti ha dato il permesso di non essere in platea? Non eri presente perché temevi di cadere in tentazione, nonostante tu ti ci sia accasato con un Angelo di Victoria? Ora come minimo toccherà rifare l’intero show da capo, perché, voglio dire, che senso ha un Victoria’s Secret Fashion Show, se nel parterre non c’è Adam Levine che manda bacini al suo Angelo di turno?

  • Ariana Grande, bella di casa, io lo so che, quando ti hanno detto che ti saresti dovuta esibire durante lo show, hai avuto un mancamento. Io solidarizzo con te, Ariana. Posso immaginare il trauma di dover essere una ragazza normodotata, ma perennemente infighettata per sembrare una lolita supersexy e doversi confrontare con La Bellezza. Ma questo non ti giustifica, Ariana. Non ce l’avevi un’amica che ti dicesse che è un’idea epicamente demmerda quella di andare a dimenarti tra gli Angeli di Victoria con le calze color carne per la flebite? L’hai vista la Swift, Ariana? Si è coperta il culo, si è imbottita di autoabbronzante autoriflettente sulle gambe e non sembrava nemmeno troppo racchia accanto alle divine. Che spettacolo desolante quelle calze antitrombo contenitive da 250 den, con parigina strizzacotechini sovrapposta, Ariana.
Meno male che ce n’è solo uno all’anno, di Victoria’s Secret Fashion Show. Una specie di regalo di Natale da parte della nostra Coscienza Estetica.
Adesso che avete finito di guardarlo, siete pronti a riempirvi come tacchini farciti durante l’intero periodo natalizio. 
You’d better watch out, you’d better not cry.

Assenza della capacità.

Ho passato gran parte della giornata a riflettere sul concetto di impotenza.
Impotènza: s.f [dal lat. impotentia].
Assoluta e avvilente assenza delle normali o necessarie capacità.
Avvilente. Assenza della capacità di.
C’è stata un’epoca -che a me sembra l’altro ieri, ma in effetti parliamo di dieci anni fa- dieci? In che senso, deve esserci un errore- sì in effetti sono anche di più.
Comunque, c’è stata quest’epoca in cui l’unica cosa che facevo nella mia vita era vegetare. Perlopiù dormivo di uno strano sonno. Un sonno che non riposava e sembrava non bastare mai. Se non dormivo, me ne stavo a letto con gli occhi chiusi. Il desiderio di cancellare il mondo fuori, oppure di cancellare me stessa.
Impotènza.
Avvilente. Assenza della capacità di.
Mi lavavo a stento, vestirsi non se ne parlava neanche. Pigiami, tute, felpe. Nient’altro. Non avevo un posto dove andare, non avevo persone da vedere.
Non volevo andare in nessun posto, non volevo vedere nessuno.
Che sembra la stessa cosa e invece non lo è.
Quel sonno era strano, una specie di oblio. Una benefica pesantezza. Un po’ tipo una droga. Non ne potevo fare a meno, di stare a letto, di dormire, di tenere gli occhi chiusi.
Quando li aprivo, piangevo. Nel mio solito modo ordinato e silenzioso, sviluppato in anni di pianti notturni, di dolori segreti e pareti sottili. Oppure solo frutto di un’ attitudine. Alla riservatezza, al timore di disturbare, di infastidire, di essere giudicata -giudicarmi- debole, indifesa. Di fare pena. Fatto sta, che si contano sulle dita di una mano le persone che mi hanno vista piangere.
Impotenza.
Avvilente. Assenza della capacità di.
Non piangevo per un motivo particolare.
Piangevo per la solitudine. Perché era triste che tutto ciò che fossi in grado di fare fosse stare stesa a dormire e, tuttavia, non ero in grado di fare altro. Piangevo per invidia, di quelli che la mattina si alzavano, andavano a scuola, facevano sport, incontravano gente, si innamoravano. Piangevo perché io avrei voluto essere come loro e invece riuscivo solo a stare a letto, dormendo uno strano sonno.
Ma soprattutto piangevo per il dolore di vedere le persone che mi volevano bene arrabbiate, disperate, deluse dal fatto che tutto ciò che ero in grado di fare era stare a letto a dormire.
Impotenza.
Avvilente. Assenza della capacità di.
Prendete la prima della classe nella Classe delle Figlie e mettetele davanti sua madre, che si dispera, perché la figlia si è rotta. La figlia che ha dato sempre pochi problemi, che ha avuto sempre risultati eccellenti a scuola, che faceva sport e usciva con gli amici. Ad un tratto non si alza più dal letto. E lei non se ne fa una ragione, la prende con le buone, poi cerca di farsi aiutare, poi la prende di peso e la strattona e le tira via le coperte di dosso. E piange, urla e si incazza e strilla e dice che lei non ne può più di quella figlia rotta che sa solo dormire.
Per la figlia è uno shock, perché mai vorrebbe vedere sua madre torcersi le mani così, alzare la voce, scagliarle addosso cose, gridare forte forte e disperarsi. Mai vorrebbe vederla accasciarsi su una sedia, in preda al pianto e all’avvilimento. La figlia non vorrebbe essere rotta, se non altro per far contenta sua madre. Ma non sa fare altro che stare a letto e dormire, di un sonno che non la riposa, che la fa svegliare stanca e triste. E si arrabbia con se stessa, perché non sa fare altro, e con sua madre, perché non capisce che lei lo farebbe, ma non sa farlo.
Impotenza.
Avvilente. Assenza della capacità di.
Non ero mai stata dall’altra parte.
Penso di aver capito solo in questi giorni la disperazione di mia madre. Ho percepito chiaramente la rabbia che monta mentre sei costretto a stare a guardare la sofferenza dell’altro. Ho capito la sua insistenza nel tentare di scuotermi. Il parlare, dicendo cose a caso pur di riempire il mio silenzio ostinato e ostile, pieno di sensi di colpa. La frustrazione davanti ad un dolore che non puoi alleviare, non puoi neanche capire fino in fondo. Ho capito che è umano senso di protezione, amoroso tentativo di mettere fine a quella sofferenza. Ho capito la bocca che schiuma e la voglia di strapparsi i capelli e fare a pezzi tutto.
Io stavo male e lei era impotente.
Quando ero dall’altra parte, non la capivo. Sbagliavo.
Oggi mi sono dimenticata di essere stata dall’altra parte.
Ho sbagliato ancora.
Impotenza.
Avvilente. Assenza della capacità di.

Not Enough

La verità è che sto di nuovo facendo il conto alla rovescia.
Sembra che la mia vita sia destinata ad avere un tracollo tutti gli anni, da novembre in poi.
Conto di nuovo i giorni. Io non so mai che giorno è. Però in questo periodo lo so sempre.
Più si avvicina, più grande diventa il dolore. È tutto un pensare a cosa stavo facendo, rimettere in ordine ricordi, rivivere sensazioni.
È un dolore che non si spiega.
E che si somma sempre a qualche altro dolore. Ogni volta che credo che mi sia stata data la possibilità di  ricevere un po’ di sollievo, succede qualcosa che fa moltiplicare il dolore.
Mi ricordo odori di disinfettante, un colorito troppo giallo per essere sano. Le unghie che non avresti mai portato così lunghe. Mi ricordo il suono delle fiale avvolte nello straccio, perché non mi tagliassi mentre le aprivo. Tutte in fila sul comodino, un esercito di soldatini di vetro.
E sono giorni che fisso lo schermo del telefono, il colore delle spinte di Whatsapp, ché non ti puoi più sbagliare. Sono blu e tu non hai avuto risposta. Fisso lo schermo e penso a quelle ordinate file di fiale di vetro.
Penso che non è giusto che io sia condannata a perdere, sempre. Ad essere quella che resta, quella a cui viene detto che sì, è stato fatto tutto il possibile, hai fatto tutto il possibile, ma non è stato abbastanza.
Pensavo di potermi svegliare quella mattina e consolarmi col calore di un abbraccio. Soffrire ricordando il mio “sì, ma devo prima fare colazione”, guardandoti mangiare sul letto il succo all’Ace e i cookies con le gocce di cioccolato, con gli occhi pieni di sonno. Avrebbe avuto senso. Costruire qualcosa per il futuro, proprio quel giorno lì. Che a me il futuro me l’ha tolto.
Sono pensieri che si attorcigliano. Il fiato corto, il cuore che rimbomba in tutta la cassa toracica – bum bum bum.
Il sangue che pulsa, la testa che gira, la nausea. Aiuto, aiutami.
Sono stanca. Ti prego, aiutami. E non sai nemmeno più a chi lo stai chiedendo, se a lui che è lontano, con il corpo e con il cuore, se a lei che perché cazzo te ne sei andata e mi hai lasciato qui da sola? Io qua non ci so stare. Non ci eravamo arrivati ancora a questo capitolo, non era ancora finito il libro. Torna qua perché non è giusto e io sto male.
“Non ho mai conosciuto una persona forte come te”, così mi scrivesti. Ma io di forza non ne ho più, sono per terra con tutte le ossa rotte, perché mi hai portato in alto in alto, dove c’erano le stelle e la brezza leggera e i nuggets di pollo fatti in casa, e poi mi hai lasciato andare. Non sono abbastanza per rimanere lassù con te. Non ho più forza per rialzarmi da sola.
E oggi ho pensato, dopo tanto, tanto tempo, che se avessi davvero forza, se avessi davvero coraggio, non sarei più qui.