Rage

Mi coglie una rabbia cieca.
L’invidia per chi è dove io vorrei essere.
Il risentimento verso chi raggiunge obiettivi senza meritarli.
L’indignazione verso gli incompetenti che, nonostante la loro incompetenza, hanno successo.
L’odio per la mia mancanza di talento.

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Del Natale

Io ero un’invasata del Natale.
Mi prendevano crisi isteriche se l’albero non veniva addobbato l’otto Dicembre  (non il sette, non il nove) alla presenza della famiglia tutta. Tutti dovevano collaborare. Cioè, tutti dovevano eseguire i miei perentori ordini.
Mi si rovesciavano gli occhi nelle orbite, se al 10 Dicembre i pacchetti non erano ordinatamente disposti nelle ceste di vimini, i più grandi dietro ed i più piccoli davanti.
Godevo intimamente ascoltando le canzoni natalizie, riprodotte in loop dalla filodiffusione per le vie dello shopping della Terronia.
Mi esaltavo nella ricerca del regalo perfetto, selezionato con cura, confezionato da me medesima ed ovviamente corredato di targhetta con nome, decorata con pennarello metallizzato.
Mi beavo nella preparazione della tavola della Vigilia ed ancor più in quella lunghissima del pranzo di Natale.

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Non sento più nulla.
L’anno scorso mi sono rifiutata di mettere mano alle decorazioni. Ho fatto regali banali. Ho sperato passasse in fretta, come l’amaro in bocca dopo che hai preso la medicina.
Solo che non c’è zucchero che possa addolcire questa pillola.

Sarà che non ci sono più bambini. Anche i cuginetti sono cresciuti e se ne stanno buoni ad aspettare la tombola sul divano, con il telefono in mano e gli occhi incollati a una conversazione su Whatsapp.
Sarà che vedo Nonny invecchiare e non riuscire più a tenere il passo con le tradizioni.
Sarà che non ho più le possibilità per fare a ciascuno il regalo che so che vorrebbe e che aveva desiderato. E la cosa mi fa incazzare a morte, perché tutti meritano di ricevere un bel regalo a Natale.
È che ho smesso di cercare di tenere insieme i pezzi.
Mi sono arresa.
Ho tentato di ricomporre frammenti e tutto ciò che ho ottenuto è stato riempirmi le mani di tagli.

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Ho questo ricordo chiarissimo del primo Natale dopo la separazione dei miei.
C’era l’albero enorme in mezzo alla stanza e Madre, Fratello ed io che aprivamo i rami, con metodo, dalla base alla punta.
Si dovevano mettere le luci. Ed era sempre stato compito di Padre.
E mi ricordo che mi dissi che lo avrei fatto io, perché Fratello era troppo piccolo e non spettava a Madre farlo.
Quindi lo avrei fatto io.
L’ho fatto per anni, con ottusa ostinazione. Sempre nello stesso modo, ripercorrendo i gesti che tante volte avevo visto fare a Padre.
Molto anni dopo, Padre ha affermato che detestava quei preparativi, tutti gli anni uguali. Io ero già grande a quel punto, ma è stato lo stesso come prendere uno schiaffo in faccia.

È che per tanti anni il Natale è stata la rassicurante rievocazione di un passato che non c’era più.
Andava tutto a puttane, però, in quei giorni lì, tutto andava esattamente come era sempre andato. Si ripetevano gesti collaudati, riti. Si fingeva che nulla fosse mai cambiato.
Poi invece è diventato doloroso e basta. E mi fa sentire sola.

Allora preferisco fare come se non ci fosse, preferisco che i giorni vadano come al solito. Che non facciano meno schifo, ma nemmeno più schifo del solito.
Preferisco dover fingere per quel poco tempo necessario. L’entusiasmo per i regali, il divertimento per la tombola.
Fingo che non mi manchi l’aria. Fingo di non avere un coltello conficcato fra le costole.

Non lo odio, il Natale.
È che l’ho amato troppo.

Frustrazione

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Chiudo gli occhi.

Ci sono i 500 fottutissimi euro che mi servirebbero per far diventare realtà il progetto del KellaPlanner.
L’ho ridisegnato e secondo me è bellissimo. Ho trovato il sistema per fare le copertine di un colore a scelta. Potenzialmente, avessi un pc decente, potrei addirittura creare design personalizzati. Ci sono le spirali metalliche, argentate o dorate. C’è la possibilità di creare inserti aggiuntivi, per rispondere a particolari esigenze.
Ci sarebbe addirittura possibilità di creare stickers su misura.
Ci sono persone a cui questa idea piace e che decidono di comprare quello che io ho prodotto.
C’è il blog, che riceve tante visite. Che è stato finalmente sistemato ed è diventato più interattivo, più figo. Ci sono sempre io che straparlo di minchiate, ma ci sono anche cose nuove. Tipo foto belle di me e di quello che vedo e vivo. Tipo video in cui mostro come decorare il KellaPlanner o faccio piccoli lavoretti.
C’è qualcuno a cui piacciono i miei sproloqui.
Ci sono io che organizzo tavole rotonde su temi che sono il sottofondo delle vite di un sacco di persone. Il cibo, il corpo, la depressione, l’ansia, l’amore. E ci sono persone che sono felici di partecipare e dicono la loro.
Ci sono persone che si sono rotte il cazzo della socialmediablogosfera  così come è. Che vogliono la qualità. Che studiano o lavorano e gli rode il culo se chi è tanto fortunato da vivere parlando di vestiti o scarpe o trucchi lo fa con mediocrità. Che si sono rotte il cazzo dell’autopromozione e dell’imposizione di modelli e regole. Che sono stanche di aspettare l’imprimatur per stabilire cosa farsi piacere e cosa no. Che vogliono consigli tarati sulle proprie esigenze e vogliono poter dire che qualcosa fa schifo, anche se la it-girl del momento afferma il contrario.
Ci sono persone che trovano che le mie idee non siano poi tanto stupide, anzi. C’è qualcuno che crede in me ed è disposto a supportarmi oppure semplicemente a darmi un’occasione. 

Apro gli occhi.

In mezzo.

Non è la cosa più facile del mondo affrontare certe esperienze senza poter contare su una mamma.
Ho dei vuoti nell’educazione, nella capacità di comportarmi nelle relazioni.
Ho dei buchi nella capacità di gestire certe situazioni.
È soprattutto in questo che mi manca ultimamente.
Ma è mancato il tempo.

Ho voglia di un posto mio, dove non dover chiedere permessi, sottostare a regole di altri.
Ho voglia di capire cosa sono in grado di fare con la mia vita.
Penso a quanto io sia ridicola, tutta contenta per il solo fatto di avere un curriculum. Lo guardo e penso che, quando ho avuto l’occasione, ho sempre dimostrato di essere capace e di sapere la cavare. Poi penso che ho 27 anni e non ho idea di come realizzare quello che vorrei essere.
Certi giorni penso che mi basterebbe un pc nuovo, una reflex e il mio quaderno degli appunti. Qualche soldo da investire in un piccolo progetto. Qualcuno che mi dia due dritte. Io imparo in fretta, giuro.
Ho voglia di parlare di libri, di vestiti, di cose belle. Ho voglia di andare alla mostra di La Chapelle e provare a mettere nero su bianco l’effetto che fa.
Ho voglia di prendere la reflex e andare in giro a fotografare, finché le cose non appaiono come sono per me. Ho voglia di prendere un aereo e vedere un’altra città e di raccontare com’è riprendere un aereo dopo dieci anni.
Ho voglia di trasformare. Mi piace quando do un consiglio e le persone poi sono soddisfatte del risultato.

L’altro ieri sono andata a comprare il pane e ho pensato che mi manca andare a fare shopping con la mamma. Che è diverso dall’andarci col papà o con le amiche o con il fidanzato.
Ecco, ogni tanto mi vengono in mente cose che io non posso fare più. Mai più.
Ed è come prendere un ceffone in faccia, tutte le volte. Resto un po’ intontita e mi diventano lucidi gli occhi.

Tra quindici giorni compio 27 anni. E mi sento un po’ alla deriva, perché mi sono tanto allontanata dal punto di partenza, ma il punto d’arrivo non riesco ancora a vederlo.
E non posso domandarti nulla, durante questo tempo vuoto in cui sto fluttuando.

Mi accompagni dal medico?
Credi sia una buona idea?
Ci riesco, secondo te?
Sto andando bene?

#2

Va male. Molto male.
Scrivo in maniera bulimica. Nel senso che non sono in grado di parlare – meno amcora del solito – e allora continuo a buttare giù tonnellate di parole scritte.
Sono due giorni di telefonate assurde. Nonna mi chiede come sto e io balbetto qualcosa e scoppio a piangere e allora piange anche lei.
Quando le ho detto che non riuscivo a partire, ha pianto fortissimo. Quando le ho detto che sono una buona a nulla ancora di più. Ho dovuto scrivere a Fratello per assicurarmi che fosse a casa e la calmasse.
Penso che questa sensazione di film già visto, di vita già vissuta ce l’abbia anche lei.
Tremo tutta, continuamente.
Manco completamente di concentrazione. Ho un unico pensiero. Le mani un po’ ruvide, una bocca sempre imbronciata e due grandi occhi blu.
Questa cosa di vivere tutto con dieci anni di ritardo rende tutto estremamente ridicolo. Perché dovrei essere un’alta che sa controllarsi. E invece no.
Ogni tanto (sempre ) penso a come debba essere avere una vita normale. Di quelle in cui ci sono una mamma e un papà che, via via che cresci, riacquistano la loro libertà e i loro spazi. Quelle vite in cui concludi la scuola dignitosamente, ti laurei con un ritardo socialmente accettabile,  tipo un anno, massimo due. Quelle vite in cui vai a fare le vacanze in un posto caldo e divertente in estate e il capodanno con gli amici. Quelle vite in cui ti alzi la mattina e non hai paura di uscire dal letto. In cui iniziare a far qualcosa di nuovo, comporta quel timore normale e non la paralisi totale.
Io ho ventisei anni e non sono in grado di fare nulla. Sono una completa nullità. Non mi sono ancora laureata, non so lavorare. Sono terrorizzata all’idea di dover stare molte ore fuori di casa, di non avere il controllo sul mio tempo. Sono terrorizzata dalla possibilità di sentirmi male, di svenire, di vomitare o, peggio ancora, dal diventare,  come spesso mi succede, pallida pallida, tremante e con il cuore che sembra scoppiare nel petto. È la prospettiva che mi atterrisce più di tutti perché non la so spiegare agli altri. Non so dire cosa ho. E nemmeno sono in grado di nasconderla e di mascherarne i sintomi.
È una solitudine completa. Perché non c’è prospettiva.
Sai che, finché sarai così, non potrai stare vicino a nessuno e nessuno ti vorrà vicino.
E invece vorrei solo che avessi la forza di venirmi incontro.
Ma non ce l’hai. E non è colpa tua. Sono io quella rotta. E tu meriti il meglio, non una persona rotta.

#1

Ieri sera ho dovuto chiamare Padre perché mi sentivo male. Ha aperto il divano letto e mi ha fatto dormire da lui. Mi ha messo a letto e ha lasciato la porta aperta.
Piango quasi ininterrottamente. Per il dolore che sento, ma soprattutto per quello procurato.
“Mi hai illuso”.
Hai ragione. Mi sono illusa anche io, ma non si può chiedere  a nessuno di stare accanto a una come me.
C’era questa signora che aveva una figlia un po’ più grande di me, con una malattia di quelle serie, non questa roba senza capo né coda che a volte prende me, che più che una malattia è solo inettitudine e debolezza di carattere probabilmente.
Questa ragazza aveva roba seria, andava spesso  in giro per ospedali e stava male di frequente e all’improvviso. Aveva un ragazzo. Non l’ha mai lasciata. Lei glielo disse “guarda che se la situazione è troppo pesante per te, io lo capisco. Ci sono cose che forse non potrò fare e tu hai il diritto di farle.”
Lui le rispose che la amava e voleva stare con lei.
Hanno messo su casa. Si sono sposati.
Nonostante lei ogni tanto stesse comunque davvero male.
“Stai tranquilla, sono cose che rafforzano l’amore queste”.
Non basta l’amore, Pa’. Non basta.