Quasi Dicembre

Non lo so. Non lo so davvero.
Non so da che parte cominciare.
Sono arrabbiata.
Mi odio profondamente.
Per il tempo perso. Per il tempo che perdo tutti i giorni. Per il tempo che ho perso in questi anni.
Ora sembra sempre di dover rincorrere.
Ma perché arrivo sempre tardi?
Se solo fosse stato un po’ prima.
La paura fottuta di non essere in grado di.
Non so fare nulla.
E, anche se nulla andasse storto, anche se riuscissi ad arrivare in fondo, non cambierebbe.
Non so fare nulla e sono incazzata. Per il tempo perso e le paure e perché aspetto sempre che mi diano il permesso di fare le cose.
E invece non ti serve il permesso, falle e basta. Stupida, stupida.

Poi un sacco di vuoto. Sembra di guardare dentro un buco nero. Davvero non so da che parte cominciare.
Gira la testa, le pile di libri. Quelli che devi leggere e quelli che vorresti leggere. E intanto non so nulla.
La routine. La sveglia. La colazione. I blog, i giornali, le webzine. Faccio finta di capirci qualcosa. Raccolgo idee che non so dove mettere. Non so che farci. Stanno lì.
Poi sono troppo pigra o troppo codarda per metterle in pratica e farle funzionare.
Odio la polemica, odio il confronto. Trascino rancori, situazioni.
Vorrei urlare. Non so urlare. Parla piano, sì ma non troppo, ché poi non ti sento.
Credo di scrivere in un buon italiano, ma non so se è quello che ci si aspetti che io scriva. Le note in fondo alla pagina, non a fine capitolo.
“Come va? Tutto bene?”
Sì tutto a posto. È un anno che va così. Un po’ più a posto. Però, di base, una merda comunque. Son stanca e ho paura. E mi sento troppo piccola e troppo grande.
“E cos’è che vuoi fare?”
Boh. Non so fare nulla.
Voglio dormire, ti voglio vicino e ridere di cose stupide e fare finta di non pensare al vuoto. Trasciniamoci insieme per un po’.
Poi magari passa. Guarda, respiro già meglio.
Mi calmo, così tu ti calmi.
Sorrido, così tu sorridi.
Però a te fa male e non sai come fare. Allora fa male anche a me.

Lo stomaco che si contorce. È vuoto d’aria. È vuoto e basta.
Fa male, ma un po’ meno.
Però tra poco è di nuovo dicembre. Il tempo passa.
Io preparavo Linguistica Generale modulo B.
E sono passati troppi anni. Troppi, per stare ancora qui.
Mi sento tanto vecchia. Ma devo chiedere sempre permesso, posso fare, vado se va bene, se non ci sono problemi.
C’è un problema, ma è più grosso.
C’è che sono stufa e vorrei decidere senza dover chiedere, ogni tanto.
Sono stanca, tanto stanca.
C’è che mi servirebbe una maschera, come a teatro, che mi faccia luce nella sala buia, mentre passano i titoli di testa. Che mi indichi il mio posto, gentilmente, sorridendo e facendo un gesto della mano. Poi facendosi in disparte.
Però è  quasi Dicembre. E non c’è luce e tu non ci sei e io vado a sbattere ovunque.
Quale sia il mio posto non riesco proprio a capirlo.

Ouch

Che poi succede sempre che, quando mi capita qualcosa di brutto, finisco per stare ancora più dimmerda perché vorrei parlarne con la mia mamma e invece non si può.
Io ci parlo comunque spesso con la mia mamma, eh. Mi ci faccio dei bei discorsi, perché so che tanto lei ascolta e so anche cosa risponderebbe. Avete presente il Super-Io freudiano? Ecco la mia mamma è più o meno il mio Super-Io. E va benissimo anche che ci sia il “super” davanti, perché lei alla fine è una specie di supereroina, che c’è sempre anche se non si vede, perché ha il potere dell’invisibilità, no?
Solo che poi capita qualcosa di brutto e allora ci vorrebbe proprio lei, che fa la camomilla con l’ alloro e ci soffia sopra finché non smette di bruciare e allora è come se soffiasse anche un po’ sopra il dolore e fa bruciare di meno anche quello.
Allora il punto è che, invece di sentire una mancanza, io ne sento sempre due alla volta; in ogni perdita, sento sempre due perdite, in ogni sconfitta, ne sento due. Ed è un bel po’ più faticoso così, no?
E stamattina mi sono svegliata sconfitta e perdente.
E com’era la storia della torre? Più vai in alto, più forte è la botta quando cadi. Allora diciamo che mi sento spiaccicata al suolo, perché sono caduta da parecchio in alto. Dal punto più alto a cui fossi mai arrivata negli ultimi 15 anni, diciamo. Ad attutire il colpo, ho trovato solo qualche pacchetto di fazzoletti, distrattamente buttato nel cassetto quando ho disfatto la valigia. C’erano i fazzoletti e una bustina per alimenti Ikea. di quelle ermetiche. Ci avevi messo dentro l’altro panino, fatto da te, perché dicevi che uno non mi sarebbe bastato, che il viaggio era lungo. È lungo il viaggio, ma lo rifarei altre mille volte, perché chi se ne frega del treno puzzolente, della noia, della gente che vuole parlarti per forza, alla fine conta solo che si arriva dove si vuole stare, no?
I pacchetti di fazzoletti non sono fatti per attutire cadute, sono fatti per soffiarsi il naso e asciugare le lacrime. La mia mamma teneva pacchetti di fazzoletti infilati in ogni angolo, in ogni borsa, perché non si sa mai. Poi, ad attutire le cadute, ci pensava lei.
E invece io sono spiaccicata al suolo. E lei non c’è. E nemmeno tu.
E allora fa male il doppio.

Talkin’ with V.

Ci sono discorsi che non posso fare con nessuno, tranne che con V.
Perché V. c’è sempre stata, per così tanto tempo che faccio fatica a ricordare da quanto.
Se ho un problema, un dubbio, un’incertezza, V. è la persona a cui so che posso rivolgermi.
Da V. ho imparato un sacco di cose, però la più importante, forse, è la capacità di esercitare su me stessa lo stesso giudizio che eserciterei sugli altri e di essere indulgente con gli altri, quanto dovrei esserlo con me stessa. Ma questa faccenda dell’indulgenza verso se stessi resta ancora da mettere in pratica, sia per me che per lei.
Insomma eravamo sedute al tavolo della cucina, a cui ci sediamo da anni. Da piccole ci si faceva merenda, adesso beviamo caffè o tè, ma continuiamo a mangiare Gocciole e Gentilini come sempre.
Parlavamo di un sacco di cose, perché non ci si vede più spesso come prima e quando capita bisogna recuperare gli arretrati. Parlavamo della vita e dei rapporti e delle relazioni e dei sentimenti.
“È che siamo uguali alle nostre madri.”
V. ha sempre ragione.
Madre è stata una donna profondamente innamorata e devota ai suoi sentimenti. Non ha voluto mai rinunciarvi, per quanto male le facessero.
Madre, però, è stata anche una donna che ha dovuto rimboccarsi le maniche e imparare ad essere indipendente. È stata anche una donna che ha sofferto e che per alleviare il dolore, ha dovuto costruirsi difese solide. Forse fin troppo solide.
Da Madre ho ereditato la sensibilità e la tendenza a non risparmiare mai sui sentimenti. Però ho ereditato anche la radicata coscienza dell’importanza dell’indipendenza.
Fondamentalmente nessuno mi ha fatto capire che la vita, le relazioni sono fatte di compromessi.
Io ho sempre agito per me, senza dover dare conto a nessuno. E forse anche per questo sono sempre stata sola. Solo che non si può vivere da soli e prima o poi ci si trova nella condizione di dover condividere.
Ecco a me non hanno insegnato a condividere. Non so parlare, non so chiedere aiuto, non so gestire la disapprovazione e il rifiuto altrui. Quando sono in difficoltà, mi allontano. Oppure fingo che vada tutto bene, finché la mia smania di controllo non si rovescia anche su chi mi è accanto, che, invariabilmente, si sente soffocato o messo sotto esame e si allontana.
Dicono che l’indipendenza sia una forza.
A me serve molta più forza e concentrazione per fermarmi a riflettere, per pensare che non sono sola e che qualunque mia azione si ripercuote non solo su di me, ma su chi mi sta vicino.
Mi serve forza per ricordare che chi mi sta accanto ragiona diversamente da me e che non per forza la mia logica sia migliore della sua. Mi serve forza per ricordare che, in alcuni casi, la mia logica dovrebbe essere proprio mandata a fare in culo, perché in alcuni casi la logica è l’ultima cosa di cui si ha bisogno.
Mi serve forza per non avvilirmi quando mi si dice che ho torto e sto sbagliando; mi serve forza per non prenderla come un ripensamento su di me come persona.
Mi serve forza per capire che spesso le persone non vogliono che tu prevenga loro un problema, ma vogliono che tu ci sia quando il problema si pone.