Social Media Kella: un post polemico

Sono una che sui social è arrivata molto tardi e in maniera molto ingenua. Probabilmente troppo. E infatti ci ho messo un bel po’ a prendere le misure, a capire se e come esprimere la mia opinione, a creare legami sani.

Quando ho aperto questo blog, l’ho fatto senza velleità alcuna. E a tutt’oggi, non penso che mi possa portare da qualche parte. Scrivo perché mi piace, spesso perché ne ho bisogno. Ogni tanto scrivo per esercitarmi nell’articolare un pensiero o un’opinione. 
Mi piacerebbe scrivere per “lavoro”? Sicuramente sì. I social mi sono serviti a riscoprire una passione che avevo messo via a lungo, relegata a mero sfogo delle frustrazioni nei miei momenti più bui. 
Mi sono serviti anche ad allenare una attitudine che possiedo per natura: l’attitudine all’osservazione. Io sono profondamente affascinata dalle persone, dal loro modo di ragionare, dalle relazioni che intessono ed i social sono una miniera d’oro in questo senso.
Puoi vedere menti ribollire, amicizie stringersi, odio insorgere, fenomeni nascere.
Ci sono, però, sui social anche cose che mi avviliscono profondamente. Per esempio il fatto che il “successo”, sulla socialmediablogosfera, sembra molto spesso andare a braccetto con una forma di prepotenza ed arroganza.
Io, per natura, sono una che col cazzo mi metto ad alzare la voce, piuttosto resto nel mio angolino a farmi schiacciare da quelli che, piantato il loro bel piedistallo, ci montano sopra e mettono in scena il loro teatrino. 
Io non sono capace di farlo, ma poi mi lamento del fatto che nessuno si accorga di me. Però, se mi si nota, faccio di tutto per sminuirmi e rendermi piccola e inutile, fino a sentirmici davvero e a nutrire così le mie stesse frustrazioni.
Non sto bene nella massa, ma odio avere i riflettori puntati addosso. Ha senso?

Insomma è un po’ di tempo che osservo, leggo e rifletto. 
Spesso mi domando quale sia quel quid che determina la popolarità, il successo di un blog, un account o che so io.
L’aspetto fisico conta, certo, ma non è tutto. Le ragazze oggettivamente belle, sulla socialmediablogosfera, le bonazze, ammiccanti e sempre un po’ discinte in maniera fintamente casuale, hanno decine di migliaia di follower, ma non si può dire che siano figure di successo. Il 90% di chi le segue, usa i loro profili alla stregua di una succursale di YouPorn e, probabilmente, non sarebbe in grado di distinguerli l’uno dall’altro. 
Allora è una questione di contenuti? Verrebbe da dire di sì. E invece.
Sulla socialmediablogosfera esiste una sottile quanto ineludibile  linea di demarcazione: chi non l’ha superata, deve effettivamente  produrre contenuti di qualità quantomeno buona, per avere un riscontro. 
Chi quella linea, al contrario, l’ha già superata, ha successo a prescindere da ciò che produce. Ad un certo punto quello che si scrive diventa meno importante di chi lo scrive. È la persona a dare successo all’idea e non l’idea a dare successo alla persona. Ecco, io questo non lo sopporto. Mi fa venire le bolle e voglia di urlare e l’epistassi per la pressione alta.
Il gradimento va guadagnato. 
E non bisogna confondere il gradimento con l’approvazione: posso non approvare un’idea, non essere d’accordo, ma trovarla espressa in una maniera coerente, motivata e per questo apprezzabile.
Insomma questa cosa che chi più alza la voce vince a me disturba. Eppure sembra pagare.
La polemica paga, i toni fuori dalle righe e le sentenze lapidarie pagano. 
C’è solo una cosa che sulla socialmediablogosfera sembra pagare di più: il sesso. Ma questo argomento merita di essere trattato separatamente. 
Il punto è che spesso, superata la famosa linea di demarcazione, sembra che tutto si riduca al “basta che se ne parli”.
Col cazzo! Io non sono d’accordo. Non mi sta proprio bene.
Non credo ci si possa permettere di dire tutto e di dirlo senza argomentazioni, solo perché si sa di essere nella condizione di chi è ascoltato, ma non contraddetto. Non credo si possa decidere di esporsi e al contempo trincerarsi nel silenzio o nell’insulto, nel caso in cui vengono espresse obiezioni o mosse critiche. A chi la linea di demarcazione non l’ha superata (e che quindi non è parte del sistema) questo non è concesso. E, se è vero che la socialmediablogosfera è democratica, questo vuol dire che tutti, indipendentemente dal loro status, devono prendersi la responsabilità del proprio pensiero e di come questo viene espresso. 
Il sottrarsi a questo principio vuol dire distorcere le regole del gioco, dopo averle usate per procurarsi uno spot privilegiato.
Sia chiaro, chi segue un personaggio della socialmediablogosfera, pur schifandolo, per il solo gusto di passare il tempo a perculare, insultare e disprezzare, non solo è altrettanto deprecabile, ma perfino patologico, a parer mio.
Ciò non toglie che io continui a infastidirmi davanti all’esasperazione, al diventare caricature di se stessi, solo per poter far parlare di sé.
Il valore del silenzio, sulla socialmediablogosfera, è quantomeno sottovalutato. Ma anche questa è un’altra storia.

Una Storia

Accadono cose belle sui social. Tipo gli incontri, con persone lontane che scopri tanto vicine al tuo modo di pensare e di sentire.

Oggi, finalmente, uso il mio blog per un nobile scopo: dare voce ai pensieri di un’altra persona. Si tratta di una persona davvero, davvero speciale. Un cervello funzionante, un cuore gigante. Un’amica a distanza.
Ha scritto una storia, non sapeva che farne. Perché è timida e testona. Allora le ho detto che, se voleva, poteva scrivere e pubblicare sul mio stupido piccolo blog, tanto per vedere l’effetto che fa.
Ha scritto una storia. Delicata e tenera e sincera. Proprio come lei. Vi piacerà, ne sono certa.
Lei si chiama Chiara.

Verranno a chiedere del nostro amore


Verranno a chiederti del nostro amore, verranno a chiederti del nostro amore quando ormai credevi non sarebbero più venuti. Esigeranno sapere di com’è cominciata, se mai è cominciata: ma non possiamo dire l’ora precisa, il luogo, lo sguardo, le parole che stanno alla base di tutto. Ci siamo trovati nel mezzo prima di accorgerci che fosse iniziato, così avrebbe scritto di noi Jane Austen, e così ci siamo trovati in un suo romanzo senza volerlo e senza averlo chiesto.
Quando verranno a chiederti di noi raccontagli di quei giorni, loro non capiranno, ma tu continua a parlare. Raccontagli di quando seduti sul pavimento raccontavamo le nostre vite, di quando io ancora piccola parlavo da grande, e tu adulto fingevi di essere bambino. Racconta loro di come gli sguardi si incontravano per caso e i sorrisi nascevano. Raccontagli dei miei occhi tristi e dei tuoi ancor più tristi e di quando hanno smesso di essere tali. Loro continueranno a non capire e vorranno sapere di più. Raccontagli allora di quando il nostro unico contatto era solo una stretta di mano, digli per quanti mesi è stata solo questo. Di come le persone si innamorano in modi misteriosi, a volte anche solo sfiorandosi una mano. Racconta dei giochi e delle risa, del mio essere seria e del tuo essere buffo, delle tue insicurezze e delle mie certezze. Racconta di come io non sappia nulla di te, ma di come ti ho accettato lo stesso, di come non mi sia fatta intimidire da ciò che sei e di come ti ho conosciuto anche senza conoscerti davvero. Di come mi hai sempre considerata “chiara” «che un nome così non lo puoi dimenticare, perché io ti guardo e ti vedo e dico: “ah! Che ragazza luminosa, chiara, Chiara!”». Raccontagli quello che non mi hai mai detto, delle giustificazioni che ti dovevi dare per ammettere cosa stavi provando e di come hai giurato di tenere stretto il ricordo che hai di me “come il cielo ha la sua luna e il mattino la sua rugiada”.
A questo punto non ti crederanno e vorranno delle prove, ma prove non ce ne sono, se non noi due e allora verranno da me. Mi verranno a chiedere del nostro amore e allora dirò loro di quanto ho pianto il giorno in cui ho scoperto di dover partire e li pregherò di non dirti nulla perché non dovrai mai saperlo. Gli racconterò di non aver mai fatto domande sulla tua vita recente, di aver atteso invano che me la raccontassi tu, ma che alla fine non mi interessava davvero perché potevo leggerla nei tuoi occhi e sulla tua pelle. Gli racconterò dei tuoi grandi occhi, dei tuoi occhi da bambino, di quegli specchi d’acqua pieni di paura che man mano sono diventati specchi che riflettevano sorrisi, i miei. Gli dirò di averti aspettato anche quando ero certa non venissi e di come fingevo di essere impegnata quando arrivavi, per non illuderti di star aspettando te. Gli racconterò di quando eravamo insieme e mi sembrava di essere nella stanza di Paoli, con le pareti d’alberi e cielo stellato al posto del soffitto.
Mi chiederanno di te, di quello che c’è stato e di come potessi accettarlo. Confesserò che per quanto assurdo possa essere ci siamo baciati solo una volta, quando tutto stava finendo, ma mi bastava perché mi ero innamorata di te come ci si innamorava nel passato, senza contatti e senza promesse, di quell’amore che dura nel tempo e che sa avere pazienza.
Questo non li convincerà e allora andranno da chi ci ha conosciuti. Loro non potranno dire molto, testimoni solo di caste carezze di un amore  d’altri tempi. Non potranno dire quanto quelle carezze fossero macigni sulla mia pelle, quanto ogni minimo contatto scatenasse un uragano di emozioni. Non potranno raccontare di quanto era difficile uscire insieme ed era per questo che avevamo bisogno di loro. Non potranno dirgli di quella volta che, abbracciandomi, mi hai sollevata e a me sembrava non facessi alcuno sforzo. Non potranno rivelargli la fatica che facevi nel trattenerti dal provare qualcosa. Non sanno e non sai di quanto io non riesca ad odiare i tuoi difetti, le tue mancanze ed i tuoi limiti. Diranno solo che mi ero innamorata come si innamorano le persone intelligenti in modo stupido. E di come tu fossi diventato una persona nuova.
Quando la loro voglia di sapere sarà soddisfatta concluderanno che era solo una storicina, una storia sbagliata, una storia da non raccontare, una storia impossibile. Tuttavia non sapranno mai che per quanto sbagliata e impossibile, per me, era la cosa più giusta del mondo, per quanto sbagliata e impossibile era l’unica cosa che avrei voluto. Avrei voluto che non fossi come tutti gli altri, tutte le altre persone della mia vita, quelle persone a cui mi avvicino quando sono rotte e dopo averle curate, aggiustate e aver riempito le loro crepe le lascio a vivere la loro vita, la loro nuova vita di felicità. Avrei voluto mi mostrassi quel lato dolce e romantico che è parte integrante della tua vera personalità e che nel volere il meglio per me mi accompagnassi in questo viaggio che è la vita invece di affidare al tempo le mie ferite.

Verranno a chiedere del nostro amore, verranno a chiedere del nostro amore ma nessuno risponderà.