Temo l’imbarazzo.
Non sono in grado di gestirlo o di nasconderlo. Mi si legge nel viso che si infiamma e negli occhi che diventano lucidi.
E allora cerco di evitarlo.
Sono brava a ridere di me, dei miei difetti. Li sbatto in faccia al mondo. Ti dico guarda sono così, prendere o lasciare.
E mi aspetto che mi si lasci.
Non è forse la soluzione più ovvia? Ti do il permesso di lasciare perdere e di farlo senza sensi di colpa. Io odio i sensi di colpa.
Io mi vado benissimo così, ma non ci sono buone ragioni per cui possa andare bene agli altri.
Se mi prendi per come sono, stai facendo un sacrificio, è ovvio. A nessuno piacciono difetti e ossessioni. E se tu te li fai andare bene, è perché stai chiudendo un occhio su qualcosa, perché mi fai un favore. E io i favori non li voglio da nessuno. Mai.
I favori vanno restituiti. E io non voglio debiti.
Perché come si fa a pagare debiti grossi così? Come i miei difetti e le mie ossessioni.
Ricevere mi imbarazza, ci sono poco abituata. Non chiedo mai molto, mi accontento delle briciole perché penso che in fondo non possa pretendere più di questo.
In cambio ti do pezzi interi di me, quelli che non dovrei. E finisco per perdermi.
Mi faccio prendere dallo stupido e insensato bisogno di sentirmi necessaria per qualcuno.
Vivo in un mondo ingenuo, troppo poco egoista.
Mi illudo che le bugie non servano e che perciò non vengano dette.
Mi illudo che non chiedere nulla possa fare, la differenza, che possa rendermi speciale.
E invece è solo il modo migliore per farsi male.
Non chiedere nulla ti rende debole. Ed è una lezione che non riesco a imparare, a quanto pare.
Non chiedere nulla ti rende una preda facile.
Facile da fare a pezzi. Ancora più facile da buttare via.
Autore: Kellakiara
Di Te
Era una sera d’estate quando è cominciato. Ricordo una camicia da notte di cotone e io e te a casa.
L’estate dei miei diciotto anni, non ancora compiuti.
Dicevi di non sentirti bene, un problema di digestione o forse un virus, chi lo sa.
Ricordo la porta socchiusa del bagno, io fuori col mio terrore del vomito. Ma ci mettevi troppo tempo e ti lamentavi fortissimo. Gridavi, piangevi.
“Non entrare! Non aprire la porta!”
Lo ripetevi in continuazione, sempre più debolmente.
Ricordo il viso bianchissimo quando uscisti fuori. “Non andare in bagno! Non aprire la porta!”
Ricordo di averti accompagnato verso la camera, perché non ti tenevi in piedi. E a metà corridoio ti hanno ceduto le gambe. E siamo finite sul pavimento entrambe.
“Aiutami! Sto male”. Respira, alza le gambe, sarà un calo di pressione, prendo lo zucchero. Aspetta, cerco il telefono, chiamo aiuto.
Ma tu non c’eri più. Tornasti indietro mentre l’aiuto arrivava. Gli schiaffi in faccia fino a farti svegliare, poi sollevarti e portarti a letto, perché lui è sempre stato forte abbastanza.
“Non farla entrare in bagno”. Non mi fece entrare. Ma impallidì e diventò silenzioso. Pulì con metodo e velocemente, mi preparò la camomilla, mi mise a letto e se ne andò.
Non so cosa è successo dopo. Mesi e mesi di silenzio, di buio quotidiano. La vita normale, che per noi normale non è stata mai.
Poi un giorno, ci hai riunito in una stanza. Eri sulla sedia blu. O forse ai piedi del letto.
Ci hai detto chiaro e tondo come stavano le cose. Hai promesso di fare tutto quello che andava fatto.
E io ho perso l’equilibrio. Ma mi sono morsa un labbro e ho guardato fuori dalla finestra e non ho pianto, anche se non riuscivo a parlare. Ho detto “Ok.”
Ero entrata all’università che avevo scelto, avevo cambiato casa, cambiato città. Avevo delle aspettative.
Il 2 Ottobre sono cominciate le lezioni. Il 2 Novembre c’è stata l’operazione.
Facevo su e giù tutte le settimane. Dalla domenica al mercoledì stavo via, dal giovedì alla domenica a casa.
Le settimane le scandivano le terapie, il vomito, la voglia di arachidi, la debolezza.
Però eri a casa ed era buffo, provavo quasi uno strano piacere. Non ci ero abituata, hai sempre lavorato.
Sembrava se ne stesse venendo fuori.
E poi le analisi e le novità: fegato e ossa. E allora non ce lo siamo detti, ma tu ti arrendesti lì. Continuammo le terapie, ma tu non ci credevi più.
Secondo ciclo di chemio per il fegato. Radio per le ossa. Per quella roba di merda che ti si era attaccata alla schiena e ti faceva malissimo. Ti mettevamo in macchina tutte le mattine, ti tiravamo fuori di peso tutti i pomeriggi. E tu piangevi per il dolore ed ti si contorceva la faccia. E noi zitti. Mai nessuno ha tirato fuori una lacrima davanti agli altri. Testa bassa e mascella serrata, un giorno dopo l’altro.
Era tornata l’estate. Compivo vent’anni.
Ai festeggiamenti ci avevi sempre pensato tu. Delegasti tutto a V, che fu bravissima, tanto per cambiare.
Non mancava nulla. L’effetto sorpresa, i cartelloni di auguri, la sangria, il regalo da parte tua, la torta. Era strano che non l’avessi fatta tu. Erano il tuo pezzo forte, le torte di compleanno.
Però il dolore era lì e non accennava a diminuire. E tu non ce la facevi più.
Nessuno ti dice che le cure terminano. Ti dicono che le cure vengono sospese. Come se fosse un fatto temporaneo. Come se stessi andando a prendere aria in superficie prima di immergerti di nuovo.
Ci facevi le raccomandazioni. “Quando non ci sono più”, cominciavano sempre così e noi ti azzittivamo.
La fine la segnano le parole “terapia del dolore”.
Avevi una pompa attaccata al port-a-cath che andava ricaricata ogni poche ore. Si rifiutarono tutti di imparare a farla funzionare e toccò a me. Se uscivo di casa, sapevo di dover rientrare entro un certo orario. Mi arrivavano telefonate deliranti. “Torna a casa di corsa, il port si è svuotato”
Stacca la pompa vuota, pulisci il catetere centrale con eparina e fisiologica, riempi la pompa di toradol e morfina e riattaccala. Giorno e notte, giorno e notte.
E poi sentivi comunque dolore e ti dovevamo dare l’OxyContin e allora riposavi.
Non so ancora se sia stata la morfina o se semplicemente la malattia stesse arrivando anche al cervello.
Stavi a letto.
Ti alzavo di peso quando volevi andare in bagno o venivi a tavola a mangiare.
Dicevi stranezze, frasi sconnesse. Ci guardavi e chiedevi:”Sto dicendo cose senza senso, vero?” e noi facevamo finta di riderci su.
Un giorno eravamo di nuovo a casa io e te. Mi chiamasti per andare in bagno e io semplicemente non riuscii ad alzarmi. Mi faceva malissimo la schiena e non sapevo cosa fare e non potevo muovermi e mi veniva da piangere. Però ti dissi solo di aspettare. E non lo so chi me la diede la forza di alzarmi da quel letto, ma alla fine mi alzai. Perché tu dovevi andare in bagno.
Poi alzarsi per mangiare era troppo faticoso e non avevi fame. Allora ti davo da mangiare a letto e quando non ce la facevi più da sola, ti imboccavo. “Dai solo un altro po’” e mi suonava talmente ridicolo, talmente insensato. Non era quello l’ordine delle cose.
Le prime cose che il cervello dimentica, sono quelle che ha imparato più recentemente.
Noi siamo stati i primi a essere dimenticati. Non ci riconoscevi più.
E allora ho capito.
Ho capito a che serviva quel calvario. Serviva ad abituarci all’idea che non ci saresti stata più.
Te ne andavi un pezzo alla volta, in modo che noi potessimo trovare il modo per imparare a riempire il vuoto.
Chiamavi di continuo:”Papà, papà”. Sembravi una bambina.
E tutti pensavano che volessi il tuo, di papà. Che era sempre lì con te e che poi ha deciso che gli mancavi troppo per aspettare ancora prima di vederti di nuovo.
Però secondo me tu chiamavi lui. Secondo me è lui che volevi fino all’ultimo secondo. Era straziante.
Non mangiavi più. Allora ho imparato a cambiare le flebo. Una di glucosata, due di fisiologica. A goccia non troppo lenta.
Ti alzavamo di peso, solo per andare in bagno.
Un giorno, mentre lui ti accompagnava, le tue gambe hanno ceduto di nuovo.
E c’era sangue, sangue denso. Dappertutto. Col suo odore dolciastro e ferroso.
Io quell’odore lì non me lo tolgo più dal naso.
Poi lui ha detto:”Basta, è finita”. Ti teneva, a peso morto, in mezzo a quell’enorme pozza di sangue. E c’era quell’odore dolciastro e ferroso e a me veniva da piangere e da vomitare. E ho stretto fortissimo i denti e ho detto ad alta voce che non era giusto. Non era giusto.
Però tu eri troppo forte e hai combattuto fino alla fine. Sono arrivati i medici e hanno detto che c’eri ancora.
Per me quella mattina è finito tutto.
Nei giorni successivi, casa era affollata e silenziosa. Noi, tutti noi, l’infermiere, lui. C’era una strana calma.
Poi, una mattina, mentre io dormivo e gli altri si erano allontanati, sei rimasta sola con lui.
Allora hai fatto un sospiro e sei andata via.
Dopo c’è stato lui che è venuto a dircelo mentre eravamo ancora a letto.
“Ok, prima faccio colazione e poi ci organizziamo” gli ho risposto.
Sono diventata un cyborg. Ho fatto le telefonate necessarie, accolto gli ospiti, parlato, spiegato, detto frasi di circostanza, ringraziato per le condoglianze.
Poi la casa si è svuotata. Siamo rimasti noi e lui. Tu eri ancora nell’altra stanza, ma non c’eri più. Ed era strano.
Poi il funerale e la sepoltura. Avevo i miei jeans preferiti e i tacchi alti e gli occhiali scuri.
Sono stata con V, sul fondo della chiesa. Lontano dai parenti, lontano dalla gente che piangeva.
Io ho pianto poco, tutto sommato. Ho pianto quando il tumulo è stato chiuso. Quando ci si rende conto che non ci si vedrà più.
V aveva avvisato gli amici più stretti. Abbiamo mangiato insieme. Poi sono andati via.
Da quel momento è iniziata la guerra vera.
Ho fatto delle promesse. Ti ho promesso che ce l’avrei messa tutta, che non mi sarei avvilita, che avrei finito in fretta gli studi e avrei trovato il modo di realizzarmi.
Disattendo le promesse che ti ho fatto ogni giorno che passa.
A me stessa ho promesso di piangere solo per le cose importanti. Ma ultimamente, continuo a fallire anche in questo.
Usanze barbare: il Primo Appuntamento
Detesto gli appuntamenti. Di ogni genere e tipo.
Se so che il giorno X, all’ora Y DEVO fare qualcosa o vedere qualcuno, mi sale l’ansia.
Inizio a rimurginare su quante buone ragioni ci siano per evitare, rimandare, lasciar perdere. Ho delle liste di scuse chilometriche e infallibili.
Neanche a dirlo, i Primi Appuntamenti sono la mia nemesi.
Agglomerati di formalità, sequenze infinite di convenzioni. Dio, quanto odio i Primi Appuntamenti!
Ché i problemi iniziano subito: scegli ora e posto. Strateghi di guerra e ingegneri gestionali, accorrete numerosi. Siano aperte le consultazioni.
Di mattina no. Che fai, organizzi un Primo Appuntamento di mattina? Nah, ché la mattina si studia o si lavora. E poi chi cazzo c’ha voglia di uscire di casa prima di mezzogiorno? E con la luce, si vedono tutti i difetti e i pori dilatati e l’occhiaia pandesca. E poi non so se sono in grado di mettermi l’eyeliner prima di pranzo. E poi dovrei fare conversazione? Ma che vi ha dato di volta il cervello?
A pranzo? Sì, forse. Ma si sa che è l’orario in cui siamo sempre di fretta. Nel pomeriggio c’è sempre qualcosa da fare. Tipo io devo vedere Uomini e Donne, non scherziamo; nella vita le priorità sono importanti. Poi dopo pranzo parte l’abbiocco, mi viene il reflusso, no grazie, non mi pare il caso.
L’aperitivo, l’evergreen. Diverte e non impegna. Se va bene, te la prendi con calma e si resta insieme anche il resto della serata. Se va male, scusa ma ho un impegno a cena che proprio non sono riuscita a rimandare, è stato un piacere, alla prossima.
La cena. Al Primo Appuntamento? Non sarà un tantino impegnativo? Tutti tirati a lucido, nel locale figo, le luci basse, il checcazzo mi mangio che questo è pesante, la pasta la sera no, il pesce non lo so pulire, l’insalata si infila tra i denti.
Il dopocena. “Beviamo qualcosa”. Se dici sì, stai dicendo che gliela daresti la prima sera. Se dici no, sei una figa di legno, che pensa male.
Mh.
Dovunque si decida di andare, ammesso che non ci si ammazzi davanti all’armadio strabordante di “niente da mettere”, si propone l’annosa questione: come arrivare al luogo designato.
E io sono strana. Lo so.
Lo so che le femmine sognano l’uomo che le va a prendere sotto casa, apre la portiera della macchina fresca di autolavaggio, le aiuta a entrare e richiude sorridendo.
Non io. Ho già Migliore Amico a viziarmi.
Io al Primo Appuntamento voglio andarci con la MIA macchina. Se proprio vuoi andare insieme, ti passo a prendere, ti faccio uno squillo e tu scendi e vedi di non farmi aspettare. Altrimenti ci incontriamo lì.
Mi serve una certa autonomia. Laddove per autonomia, nel vocabolario di Kella, intendiamo una via di fuga.
Ammettiamo poi che si riesca a sopravvivere alla valanga di banalità e frasi fatte e domande prive di ogni interesse.
Ci siamo, arriva il gran momento, quello in cui la femmina media giudica il maschio medio.
Il momento del conto.
Mi stupisco del fatto che non siano stati scritti trattati e fatte ricerche e tenuti simposi su questa pratica barbara.
Scene che nemmeno Clint Eastwood in Mezzogiorno di fuoco. Tensione alle stelle. Lo sguardo scrutatore della femmina e il maschio che vede passere tutta la vita davanti ai suoi occhi e sente la voce del padre nel cervello:”Figliolo, sappi che quelle sanguisughe, quelle mantidi religiose, si aspettano che tu prenda in mano la situazione ed i contanti”.
Per alcune è banale e scontato e se ne stanno lì sorridenti, facendo finta che il conto non sia mai arrivato. Non è affar loro, la cosa non le tange.
Altre (le più infide) fanno per prendere la borsa e tirare fuori il portafoglio. La valutazione che daranno del maschio dipende dalla velocità e dalla convinzione con cui il malcapitato di turno affermerà:”No, ma che fai? Non preoccuparti, offro io.”
Ecco, a me quell’offro io lì mi manda al manicomio. Offri tu cosa? Ma soprattutto, offri tu perché?
Stai sereno, che se te la voglio dare, te la do comunque quando dico io e non perché mi hai offerto la cena.
Il mio cervello collega automaticamente questa faccenda dell’offrire con la necessità di ripagare, di sdebitarsi.
Odio avere debiti. Quasi quanto odio i Primi Appuntamenti.
Allora pago io e la prossima volta paghi te, dai che devo cambiare i soldi. O al massimo facciamo a metà e
se è squallido, pazienza.
Le pietose scene di separazione sotto i portoni, dentro le macchine, l'”allora ci sentiamo”, le crisi del giorno dopo, meritano un capitolo a parte.
Resta imperioso, per quanto mi riguarda, il CHEPPALLE che mi provoca questa infinita serie di consuetudini medievali che è il Primo Appuntamento.
Sì, va be’, Kella, però non si scappa. Cioè, non si può cominciare direttamente dal Secondo Appuntamento.
Ma ne siamo sicuri? Proprio sicuri sicuri? Che triste realtà.
Allora facciamo che per il prossimo Primo Appuntamento io mi impegno a mettermi il rossetto, se serve anche i tacchi, però poi mi invitate a mangiare pizza e patatine fritte sul divano, chiacchierando e guardando Full Metal Jacket.
Ecco, potrei anche andarci volentieri ad un Primo Appuntamento così.



