Quello che le donne non dicono, Tette edition.

Se è vero che tira più un pelo di figa che un carro di buoi, è altrettanto vero che ciò che è sempre al centro delle attenzioni, dei discorsi e degli sguardi, più che essere quello che le femminucce hanno tra le gambe, sono le sorelle del piano di sopra. Le tette, insomma.
Croce (delle donne) e delizia (dei maschietti).
C’è un motivo darwiniano piuttosto spicciolo che spiega la passione, talvolta l’ossessione, per quelle che, in ultima analisi, sono due palle di grasso.
Vado a illustrare. Fate partire l’Aria sulla Quarta Corda di Bach, s’il vous plaît.
In un tempo lontano lontano, noi si andava tutti in giro a quattro zampe e siccome i romanzi Harmony e il porno female friendly non esistevano ancora, le acrobazie sessuali si riducevano in buona sostanza a quello che possiamo definire “Khal Drogo style” (e se non sapete di cosa sto parlando, vuol dire che vi manca uno dei capolavori televisivi degli ultimi anni, shame on you). 
La femmina antica e pelosetta, per far colpo sul maschio antico e pelosetto, puntava dunque tutto sul lato B, che era sempre lì per aria, a far bella mostra di sé. Facile, no?
Poi però si è diventati bipedi (probabilmente perché le femmine hanno capito che usare due scarpe alla volta sarebbe stato più economico e pertanto avrebbero potuto averne molte paia in più) e romantici e si è deciso che i piccoli umani venivano meglio se li si produceva face to face. Cambiando prospettiva, la femmina ha dovuto tirare fuori strategie innovative per accaparrarsi il maschio, che avendo scoperto il fuoco, era tutto preso dall’organizzare barbecue con gli amici.
E cosa distoglieva il maschio dall’arrosto di brontosauro? LE TETTE. Perché? Perché gli ricordavano il culo, morbidose e tondeggianti e poi producono il latte e quindi più son grosse, più figli possono sfamare e bla bla bla.
Dite a Bach che può smetterla, grazie.

Castigate, fasciate e nascoste oppure ostentate e messe in bella vista, hanno attraversato i secoli, stuzzicato immaginari, definito iconografie, conservando immutata la loro forza di attrazione, in barba a tutte le sovrastrutture culturali e le convenzioni sociali. Ché se è vero che in epoca vittoriana (uno dei periodi più bigotti che la storia umana ricordi) gli inglesi coprivano le gambe dei tavoli, per non generare pensieri sconvenienti e peccaminosi nelle menti più deboli, è anche vero che, con la scusa di ninfe e personaggi mitologici e scene campestri, i Preraffaeliti, in quegli stessi anni, di tette ne hanno comunque dipinte un bel po’. 
E nemmeno è un caso che le femministe Sessantottine se la prendessero con i reggiseni. Non con i collant, non con le mutande, badate bene, ma proprio con i reggiseni.

Oggi per le tette sembra valere un po’ la regola dei televisori: non sono mai grandi abbastanza. Son passati gli anni in cui rifarsele era un tabù e il wonderbra una rivoluzione.
Gli uomini si son dimenticati che le gemelle del destino che ogni donna possiede sono un sagace  trucco dell’evoluzione, per assicurarsi la propagazione della specie. Una generazione di tettofili. 
Beh, cari penemuniti, è ora che voi sappiate la verità: le tette sono una enorme, gigantesca, stratosferica rottura di coglioni. E vige la legge della diretta proporzionalità tra la misura della tetta e la rottura di coglioni che essa provoca.
Le tette pesano. Vi vorrei vedere, penemuniti dei miei stivali, portare in giro queste due appendici che vi sbilanciano e vi fanno piegare in avanti e venire il mal di schiena. Avete capito bene: le tette fanno venire il mal di schiena. E no, non vale dire che anche voi vi portate in giro delle appendici che vi sbilanciano, perché (per quante illusioni potete farvi e farci) le vostre sono robine pratiche da riporre e soprattutto vi danno l’enorme vantaggio di pisciare in piedi. E ciò elimina ogni ulteriore lamentela. 
Le tette, soprattutto se molto grandi o molto piccole, rendono problematico trovare capi d’abbigliamento che donino. Voi non sapete, cari penemuniti, della sofferenza che provoca trovare l’abito bustier perfetto, che ti fa il vitino da vespa e fascia i fianchi a dovere, e non poterlo comprare perché le coppe dimmerda sono irrimediabilmente vuote. E la delusione davanti a quella giacca di pelle in stile aviatore, troppo carina, che veste precisa precisa di spalle, ma non si chiude. NON SI CHIUDE.

Ma la vera barbarie è la tortura medievale a cui ogni donna è costretta a sottoporsi ogni giorno, indossando il reggiseno.
Io lo so, amici penemuniti, che voi pensate di essere le povere vittime di questo oggetto demoniaco, barriera invalicabile tra voi e i vostri oggetti del desiderio. Io lo so che vi dannate l’anima perché come cazzo si apre questo affare maledetto? Come? 
Io lo so che tra di voi c’è chi fa le prove e chi ha perfezionato in anni di onorata carriera da playboy la tecnica dell’apertura con una mano sola. Quanta abilità! Quanta concentrazione vi si richiede!
Io provo per voi tenerezza, penemuniti, quando pensate che l’unico problema che un reggiseno ponga sia come fare a toglierlo e quando occhieggiate le ragazze in fila alla cassa nei negozi di intimo, per vedere chi ha comprato quello sexy, in pizzo trasparente con laccetti di pelle e inserti leopardati.
Io provo tenerezza perché voi ignorate il dramma che si cela dietro all’acquisto di un reggiseno, per chi non ha le tette o, peggio ancora, per chi ne ha un bel po’.
Molto è stato fatto per le povere anime come me, che le tette, più che sorreggerle, devono fabbricarsele. Balconcini, imbottiture, pesciolini in silicone, push-up che te le fanno arrivare sotto il mento e ne triplicano il volume.

Ho alcuni esemplari nel cassetto della biancheria che mi rifiuto di mettere, perché temo possano arrestarmi per truffa aggravata, se me li trovassero indosso. 
E il bello è che voi, cari i miei penemuniti, osate criticare chi li indossa. Ma avete idea del fastidio provocato da dodici ore di reggiseno con ferretto? No, non ce l’avete. Eppure vi lamentate perché bariamo, perché siete carichi di aspettative e noi le disattendiamo con l’inganno. Ecco, magari se la piantaste con le vostre aspettative sarebbe un bene per tutti. Se vi piacciono le gigatette, accettate che il resto del corpo possa essere altrettanto sinuoso. 
Belen porta la 38 e ha le tette rifatte, la Satta porta la 40 e ha le tette rifatte, Megan Fox porta le 38 e ha le tette rifatte. Non ho nulla contro le tette rifatte, tutt’altro, ma teniamo presente che sono artificiali quanto e più di un push-up. In natura le coppe D con la 38 sono veramente, ma veramente rare e servono a ricordarci che probabilmente un dio c’è (ciao Emily Ratajkowski, parlo di te, o Divina). 
La mia solidarietà, però, va tutta a quelle donne che vivono il dramma opposto: dover affrontare l’acquisto di un reggiseno per delle tette abbondanti. 
Amiche, io non posso dire di capirvi, ma avete tutta la mia comprensione. La difficoltà di trovare della biancheria aggraziata, carina e CHE SOSTENGA è indescrivibile. E se son carini, hanno le spalline che cedono o tirano in avanti. E se sostengono sono orridi modelli, con menopausa e calo della libido omaggio.
Le grandi catene si occupano poco o nulla di questi problemi, impegnate come sono a tirare fuori l’ennesimo balconcino in pizzo stretch per avere sette, nove, quindici taglie in più. Io dico, aziende di intimo, smettetela di produrre reggiseni taglia seconda coppa B nelle quarantanove sfumature dell’ottanio e producete dei reggiseni comodi, per tette importanti che non siano neri né bianchi né color carne e con prezzi abbordabili. Io lo dico per voi, aziende di intimo, ci diventereste ricche, sapete? E se riusciste anche a coordinarci degli slip, potremmo costruire un monumento in vostro onore. A forma di reggiseno gigante, ça va sans dire. 
E voi, penemuniti, siate comprensivi se il sotto e il sopra non sono sempre abbinati. Laddove “siate comprensivi” è un eufemismo per “rompete poco i coglioni, che già ce ne facciamo un problema da sole, non serve che rigiriate il coltello nella piaga”.

Potrei avviare una tiritera sul fatto che dobbiamo accettarci così come siamo, che quello che conta non è l’aspetto fisico, ma la personalità, che dobbiamo rendere i nostri difetti dei punti di forza, che il giudizio altrui non conta. 
Cazzate. Cazzate, cazzate, cazzate. 
Ancor più se il tema in questione sono le tette. Che ci piaccia o no, è scritto nel nostro dna che hanno una loro importanza nell’idea che i penemuniti hanno di noi. 
Non c’è da farsene un cruccio, ma rivendico il diritto di spazzare via un po’ dell’aspetto “patinato” che le tette hanno assunto nel corso dei decenni. 
Qualcuno doveva pur farlo, anche se è un argomento scomodo. Scomodo quasi quanto un reggiseno col ferretto.

Every girl deserves a tutù

Quando, più o meno un anno fa, ho cominciato a usare Twitter con una certa continuità, non sapevo esattamente cosa aspettarmi. Seguivo le mie blogger del cuore, commentavo i programmi trash, dopo qualche tempo ho iniziato a tirar fuori qualche pensierino idiota in meno di 140 caratteri.
Dodici mesi dopo continuo a seguire le mie beniamine, a commentare i programmi trash e tiro fuori una discreta quantità di pensierini idioti in meno di 140 caratteri.
Tutto più o meno uguale, dunque.

Non è mia intenzione iniziare qui uno sproloquio sulle dinamiche e i meccanismi di Twitter. Anche perché mi sono ancora così poco chiari, che non credo nemmeno sarei in grado di spiegarli in modo esaustivo.
Per chi ha poca confidenza con il mezzo, mi limiterò a dire che, allo stato attuale delle cose (e con grande sdegno dei puristi e pionieri dell’ambiente), Twitter è non-luogo a metà tra la classe delle superiori e una casa del Grande Fratello virtuale.
Prendi due o trecento non-persone e le chiudi in una non-stanza e tutti iniziano a parlare e a raccontare e a commentare quello che scrivono gli altri. E un pochino alla volta si finisce per conoscersi. Ognuno ha il suo stile, i suoi argomenti preferiti, la sua cerchia di interazioni. Con qualcuno si va d’accordo e con altri meno. Con qualcuno ci si limita a scambiare pareri e battute, con altri ti trovi così bene che finisci per entrare in confidenza.

Ecco, tra le mie migliori scoperte che Twitter mi ha fatto fare ce n’è una in particolare, che è La Connie.
La Connie è diventata la “mia mamma di Twitter”, perché sa tirati su il morale, ti svela trucchi furbi tipo “come causare danni permanenti a un uomo usando un calzino pieno di monetine” e, se hai bisogno, lei arriva e ti sta a sentire, anche se non è d’accordo nemmeno un po’ con quello che le stai dicendo. Fa morire dal ridere, è tosta come poche e non molla mai un cazzo. E se il mio correttore automatico ha imparato a scrivere “mannaggialcazzo”, è merito suo.
La Connie è una figa da paura, innamorata di Parigi, del country-chic, delle gift card di Zara e delle maglie a righe. Soprattutto, però, è una mamma da paura. Non solo perché è la mamma della Nina, che è tipo la bambina più bella del mondo (e con più zie virtuali del mondo, credo). Lo è perché è una mamma pratica, che si batte strenuamente per demolire lo stereotipo della mamma perfetta, quella zuccherosa, che elogia la cacca dei suoi figli, nemmeno fosse caviale pregiato e parla/dice/fa solo cose che riguardano i pargoli.
La Connie ha un blog adorabile, in cui si parla, senza giri di parole né luoghi comuni, di parto, nanne, vestitini, giochi. E anche chi, come me, ha in programma tutto meno che procreare a breve, resta incantato. Se non altro perché l’80% delle cose io le bramo fortemente PER ME.

Ecco, non devo essere stata l’unica a cui  La Connie ha fatto venire le voglie, quando, qualche mese fa, ha cucito con le sue mani sante un tutù spaziale per quella meraviglia della Nina.
Si è levato un coro di “LO VOGLIAMO ANCHE NOI!”
Perché, diciamolo, il tulle fa così principessa. E noi abbiamo il sacrosanto diritto di sentirci delle principesse!
E se non possiamo essere fortunate come quella gran culo di Cenerentola (cit.), almeno dateci i tutù!
Ed ecco, quindi, che come teneri boccioli primaverili (niente, lo scrivo e penso ai soggetti a cui mi riferisco e mi scappa da ridere fortissimo), ci siamo rivestite di tulle colorato. Dopo le Victoria’s Angels, si è formato l’esercito delle Connie’s Angels, come ha detto quella gran gnocca di Cori.

Io non ho resistito e, nonostante gli scarsi mezzi tecnici e il physique non proprio du role, mi sono divertita a provare a fare la fescion blogghè per un pomeriggio (Immaginate me, una lampada, un telefono con una risoluzione indecente, dei programmi di editing che definire approssimativi è poco).

Il risultato, privo di qualsiasi pretesa modaiola, vuole essere un omaggio a una persona speciale, che si è data da fare per realizzare qualcosa di bello e che non può fare altro che strappare un sorriso.

E se ancora non siete morti soffocati nel tulle, sappiate che le varianti sono innumerevoli e le testimonial bonazze pure. Allego testimonianze fotografiche. 

[Courtesy of Sarinski]
[Couretesy of Cara Cori]
E se vi venisse voglia di sentirvi delle principesse strafighe, potete rivolgervi direttamente alla Connie, scrivendole qui.


Playing Time

È un gioco parecchio pericoloso quello a cui giochiamo.
Son piena zeppa di lividi.
Giochiamo a tenerci per le mani e poi ci sbilanciamo e io tengo te e tu tieni me e stiamo in equilibrio così.
È stancante. Dopo un po’ mi fanno male le braccia, perché a te piace vedere fino a che punto puoi rischiare. Ti piace stare a un passo dal cadere. E allora tiri forte, per provare a capire come sarebbe e io vengo un po’ giù con te, ma non ti mollo.
E quando sei sul punto di fare il botto, ti tiro su io.
Anche se mi fanno male le braccia. Ti tengo su e non ti mollo e non ti ci faccio andare giù.
Ogni tanto ti distrai. Vengono a farti il solletico, ti ricordano che ci sono cose più divertenti che passare il tempo a cercare di stare in equilibrio. 
Dopotutto perché dovresti aver voglia di stare lì a tenermi le mani?
Per pietà? Per i sensi di colpa? Per comodità?
Non è poi così comodo questo equilibrio balordo. È faticoso e io lo so che dopo un po’ ti annoia. 
E ogni tanto mi sento scivolare. Tu guardi da un’altra parte e molli un po’ la presa. A me manca il terreno da sotto i piedi e sbatto ovunque e mi riempio di lividi e graffi.
Ma non ti mollo.
Se ti mollo, finiamo a culo a terra tutti e due. Di nuovo.
E alla fine della fiera, nessuno dei due è pronto a prendersi quella botta lì, nemmeno tu. 
Nemmeno quando hai le palle piene di tutto e la voglia di buttare tutto all’aria, anche me che rompo e anche te, che sei un po’ rotto.
Allora stiamo qua a stringerci le mani. 
Io tengo te e tu tieni me, ché in equilibrio da soli non siamo capaci di starci. E ci raccontiamo un sacco di verità e qualche bugia. 
È più facile raccontarsi così, stando un po’ distanti e comunque aggrappati l’uno all’altra, anche se ciò che si dice non si sa mai se diventerà un buon motivo per tenersi più stretti o solo una scusa per mollare la presa.
È un gioco pericoloso, ma siamo bravi a giocarci. 
Quasi quanto siamo bravi a curarci i lividi che ci procura.