What’s next?

Non è ancora finita, eh.
C’è ancora una serie infinita di cose che possono andare male e, dal momento che il buon Murphy la sua legge la scrisse ispirandosi alla mia vita, probabilmente andranno tutte male.
Comunque, anche se dovesse essere così, ci saremmo comunque.
Siccome sono fatta al 50% di ansia e al 50% di insoddisfazione, mi sto già arrovellando il cervello, pensando ad un numero spropositato di cose che continuavo a rimandare, in attesa di avere “più tempo”.
In realtà non è previsto che abbia più tempo nell’immediato futuro, tutt’altro. Ma essermi tolta il peso dell’esame che più mi ha creato ansia e problemi nel corso della mia carriera universitaria mi dà questa falsa impressione di potermi finalmente dedicare anche ad altro.
Procediamo, quindi, a definire “l’altro”:
È giunto il momento che io scriva il mio curriculum.
Ho bisogno di tutto il vostro aiuto in proposito, perché si tratta del mio primissimo curriculum, ma c’è di più. Si tratta del primissimo curriculum di una che, fino ad ora, non ha combinato praticamente nulla nella vita. A quanto pare, l’expertise in “trash televisivo” e in “crisi di panico applicata” non è considerato come significativo dal mercato del lavoro. Quindi, a parte nome, cognome e data di nascita, non ho proprio alcuna idea di dove sbattere la testa. 
Home decor.
Possono i miei gusti in fatto di decorazioni di interni cambiare con tale velocità?
No, non è vero. Io ho difficoltà solo con le mie camere da letto. Il resto della bucocasa in cui vivo (per metà del tempo) con Fratello mi lascia sempre piuttosto soddisfatta. Sarà perché una cosa più basica di quella che abbiamo difficilmente sarebbe potuta esistere, ma più o meno ne sono contenta.
Le mie camere (quella in Terronia e l’altra) sono la mia croce. Ho una serie di dubbi amletici e una ancor più lunga serie di limitazioni oggettive che mi attanaglia: “il problema sono sempre i mezzi” (cit.)
Su questa faccenda del restyling delle camere devo assolutamente tornare.
Post specifico, che dite? 
Intanto vi rimando alla mia bacheca Pinterest dedicata all’argomento, così vi fate un’idea dei miei gusti.
Il KellaPlanner.
Inaspettatamente, il KellaPlanner è venuto fuori davvero carino. Il mio è una specie di prototipo, ma, con un paio di migliorie, mi è perfino venuto in mente di realizzarlo anche per voi.
“Voi chi? Chittisiincula Kella?”
Se ci fosse qualcuno interessato, mi attrezzerei volentieri. Suppongo io debba rivolgermi a una tipografia o cose così, nel caso, anche solo per capire se siano cifre sensate.
L’altro aspetto del KellaPlanner è che richiede più cure di un bambino, per renderlo come io voglio che sia. Do la colpa di tutto ciò a quella stronza di Belinda Selene . Solo che in America hanno Target, che vende adesivi, post it, decorazioni, carta da scrapbooking e washi tape a cifre irrisorie. In Italia non ho ancora trovato un negozio che abbia questo tipo di cose. Etsy ha una discreta offerta, ma dei costi di spedizione che prevedono la vendita di un rene sano al mercato nero.
L’altra ossessione correlata all’agenda è quella delle Project Life cards. Se sgooglate “Project Life” entrerete anche voi in questo tunnel di colori pastello e decorazioni e cartoleria. In particolare, io sono andata fuori di testa per le linee di Heidi Swapp: cipria, bianco, nero e oro. Devo aggiungere altro?
Quindi, se qualcuno ha idea di dove trovare questo genere di articoli a dei prezzi umani è pregato di farmelo sapere, perché sto letteralmente impazzendo.
Il Buon Proposito.
Il mio buon proposito è quello di prendere posizione. Insomma a me piace scrivere e va bene, però poi mi riduco a scrivere quasi sempre solo dei tripli salti mortali che fa la merda nel mio cervello, quando  viene smossa da qualche evento deprimente/triste/luttuoso. Non va bene.
Ogni tanto mi imbatto in notizie, informazioni, fatti che suscitano la mia curiosità o il mio interesse. Poi penso che:
– della mia opinione non freghi niente a nessuno;
– c’è già talmente tanta gente che parla e che lo fa senza essere interpellata che proprio non mi pare il caso di aggiungermi al coro;
– e se poi dicessi qualcosa di “scomodo” che dà fastidio a qualcuno e che potrebbe darmi noie e richiedere ulteriori spiegazioni? Ignavia anyone?
Devo sforzarmi di superare questo blocco, se non altro per migliorare la mia capacità di articolare i pensieri ed argomentarli. Me ne devo fregare del fatto che potrei essere/non essere letta. Tra l’altro siamo già ai minimi storici delle visualizzazioni del blog, da un po’ di tempo a questa parte. Quale momento migliore?
La lista è senza dubbio destinata ad allungarsi. D’altra parte in questo momento ho attivi forse cinque neuroni in tutto, però quando penso alle cose da fare, al di là dell’università maledetta, penso a queste prevalentemente.
È ora di darsi una mossa. 

Smutandati

Insomma ho aperto il pc e mi sono ritrovata inondata di immagini di peni.

Avanti, fatela la battuta del cazzo (!) sui siti web da me frequentati *ammiccamento, ihihihihihihih, ammiccamento*
No, pezzi di imbecilli. 
Questo tripudio di genitali maschili ci è stato gentilmente offerto dalle sfilate parigine per l’autunno/inverno 2015-2016. Rick Owens ha infatti avuto la geniale idea di far sfilare i suoi modelli col pisello al vento, sostenendo che “la nudità è il gesto più semplice e primordiale”.
Attualmente sul sito di Vogue non compare ancora la recensione della sfilata, suppongo che sia perché in redazione stiano ancora tutti dibattendo sulla domanda che inevitabilmente sorge, assistendo a tale spettacolo: MACOSACAZZODICI RICK OWENS?
In giro per il web se ne leggono già di ogni genere e tipo. Pare che lo stilista con velleità da andrologo sia stato ribattezzato “Dick Owens” da qualche insider molto simpy.  Né mancano i soliti mentecatti che acclamano il gesto di dirompente trasgressività con i soliti “GENIO! TROPPO AVANTI!”. Non mi stupirei se qualcuno avesse anche esclamato “MINCHIA ZIO, SEI TROPPO TOGO!”
Perché, francamente, ad esaltarsi per uno che si è dimenticato di mettere i pantaloni ai propri modelli può essere solo qualche mentecatto di quelli che sono andati in giro vestiti da Spongebob dalla testa ai piedi, dopo la sfilata di Jeremy Scott per Moschino. Esaltati disposti a tutto pur di finire in una rubrica di street style di quart’ordine.
Cioè tirare fuori lo scroto sarebbe un gesto di rottura? Nel 2015 pensiamo ancora di sconvolgere proponendo la nudità totalmente fuori contesto? ANCORA?
Santoddio la Pausini ha mostrato la patata in pubblico! LA PAUSINI! La cantante più nazionalpopolare del paese più cattolico d’Europa. E noi dovremmo sconvolgerci per questi pezzettini di carne dondolanti? 
Io sono una shopaholic senza speranze, ma non una fashion victim, temo. E sì, la moda è talvolta al confine con l’arte, è concetto prima di essere oggetto d’uso. Ma questa collezione è stata concepita (cito testualmente) per “l’uomo metropolitano”.
No, dico, deve essere un sacco igienico andare in giro per metropoli a palle al vento. Immagino che momento glorioso debba essere, per esempio, sedersi su un mezzo pubblico. Già vi vedo in fila alla posta, a pagare la bolletta del gas col pisello en plain air. Cosa non darei per documentare le reazioni ad una improvvisa folata di tramontana, per vedervi correre cercando riparo in occasione di un temporale inaspettato. 
A casa mia si è sempre pisciato con la porta aperta, sono dunque cresciuta poco sensibile all’effetto scandalo di un pisello all’aria. 
Il punto che credo si debba sottolineare (nonché mia fermissima convinzione personale) è che il pisello non è esteticamente bello.
Andiamo, su, bisogna ammetterlo. Se storco il naso davanti a un uomo che sfila smutandato, ma nemmeno faccio caso alla modella a tette al vento non è per una forma di vergogna bigotta preadolescenziale. Semplicemente le tette sono belle e i piselli no. 
Bisogna rassegnarci a questo fatto: il corpo femminile è più bello del corpo maschile.
Sia chiaro, non parlo di gusti sessuali o di attrazione fisica. Parlo dell’aspetto puramente estetico. Non possiamo negare che un corpo nudo di donna possegga una armonia formale che al corpo nudo di un uomo manca. E infatti gli antichi Greci (che di bellezza ci hanno capito più di tutte le culture successive messe insieme) i piselli li rappresentavano piccoli, anche quando si trattava di statue di eroi, atleti, condottieri e via discorrendo. 
E’ UNA FOTTUTA QUESTIONE DI ARMONIE.
Aggiungiamo a tutto ciò che alcune fotografie mostrano piselli particolarmente poco gradevoli da un punto di vista estetico. Rick Owens ma come li hai fatti i casting? Se proprio dovevi (e secondo me non c’è alcuna necessità, lo ribadisco), potevi almeno assicurarti che i tuoi modelli non soffrissero di orchite!
Disclaimer: io il pisello lo chiamo pisello. Per quanto trovi azzeccata in taluni contesti l’associazione di maschio-dolore, ho sviluppato un’idiosincrasia verso la parola “pene”, che mi fa venire in mente le pene nel senso di sofferenze. Tale profonda riflessione mi si palesò molti anni fa, leggendo un libro della leggendaria collana “Le Ragazzine”, imprescindibile pilastro della mia formazione personale. 

#2

Va male. Molto male.
Scrivo in maniera bulimica. Nel senso che non sono in grado di parlare – meno amcora del solito – e allora continuo a buttare giù tonnellate di parole scritte.
Sono due giorni di telefonate assurde. Nonna mi chiede come sto e io balbetto qualcosa e scoppio a piangere e allora piange anche lei.
Quando le ho detto che non riuscivo a partire, ha pianto fortissimo. Quando le ho detto che sono una buona a nulla ancora di più. Ho dovuto scrivere a Fratello per assicurarmi che fosse a casa e la calmasse.
Penso che questa sensazione di film già visto, di vita già vissuta ce l’abbia anche lei.
Tremo tutta, continuamente.
Manco completamente di concentrazione. Ho un unico pensiero. Le mani un po’ ruvide, una bocca sempre imbronciata e due grandi occhi blu.
Questa cosa di vivere tutto con dieci anni di ritardo rende tutto estremamente ridicolo. Perché dovrei essere un’alta che sa controllarsi. E invece no.
Ogni tanto (sempre ) penso a come debba essere avere una vita normale. Di quelle in cui ci sono una mamma e un papà che, via via che cresci, riacquistano la loro libertà e i loro spazi. Quelle vite in cui concludi la scuola dignitosamente, ti laurei con un ritardo socialmente accettabile,  tipo un anno, massimo due. Quelle vite in cui vai a fare le vacanze in un posto caldo e divertente in estate e il capodanno con gli amici. Quelle vite in cui ti alzi la mattina e non hai paura di uscire dal letto. In cui iniziare a far qualcosa di nuovo, comporta quel timore normale e non la paralisi totale.
Io ho ventisei anni e non sono in grado di fare nulla. Sono una completa nullità. Non mi sono ancora laureata, non so lavorare. Sono terrorizzata all’idea di dover stare molte ore fuori di casa, di non avere il controllo sul mio tempo. Sono terrorizzata dalla possibilità di sentirmi male, di svenire, di vomitare o, peggio ancora, dal diventare,  come spesso mi succede, pallida pallida, tremante e con il cuore che sembra scoppiare nel petto. È la prospettiva che mi atterrisce più di tutti perché non la so spiegare agli altri. Non so dire cosa ho. E nemmeno sono in grado di nasconderla e di mascherarne i sintomi.
È una solitudine completa. Perché non c’è prospettiva.
Sai che, finché sarai così, non potrai stare vicino a nessuno e nessuno ti vorrà vicino.
E invece vorrei solo che avessi la forza di venirmi incontro.
Ma non ce l’hai. E non è colpa tua. Sono io quella rotta. E tu meriti il meglio, non una persona rotta.