In mezzo.

Non è la cosa più facile del mondo affrontare certe esperienze senza poter contare su una mamma.
Ho dei vuoti nell’educazione, nella capacità di comportarmi nelle relazioni.
Ho dei buchi nella capacità di gestire certe situazioni.
È soprattutto in questo che mi manca ultimamente.
Ma è mancato il tempo.

Ho voglia di un posto mio, dove non dover chiedere permessi, sottostare a regole di altri.
Ho voglia di capire cosa sono in grado di fare con la mia vita.
Penso a quanto io sia ridicola, tutta contenta per il solo fatto di avere un curriculum. Lo guardo e penso che, quando ho avuto l’occasione, ho sempre dimostrato di essere capace e di sapere la cavare. Poi penso che ho 27 anni e non ho idea di come realizzare quello che vorrei essere.
Certi giorni penso che mi basterebbe un pc nuovo, una reflex e il mio quaderno degli appunti. Qualche soldo da investire in un piccolo progetto. Qualcuno che mi dia due dritte. Io imparo in fretta, giuro.
Ho voglia di parlare di libri, di vestiti, di cose belle. Ho voglia di andare alla mostra di La Chapelle e provare a mettere nero su bianco l’effetto che fa.
Ho voglia di prendere la reflex e andare in giro a fotografare, finché le cose non appaiono come sono per me. Ho voglia di prendere un aereo e vedere un’altra città e di raccontare com’è riprendere un aereo dopo dieci anni.
Ho voglia di trasformare. Mi piace quando do un consiglio e le persone poi sono soddisfatte del risultato.

L’altro ieri sono andata a comprare il pane e ho pensato che mi manca andare a fare shopping con la mamma. Che è diverso dall’andarci col papà o con le amiche o con il fidanzato.
Ecco, ogni tanto mi vengono in mente cose che io non posso fare più. Mai più.
Ed è come prendere un ceffone in faccia, tutte le volte. Resto un po’ intontita e mi diventano lucidi gli occhi.

Tra quindici giorni compio 27 anni. E mi sento un po’ alla deriva, perché mi sono tanto allontanata dal punto di partenza, ma il punto d’arrivo non riesco ancora a vederlo.
E non posso domandarti nulla, durante questo tempo vuoto in cui sto fluttuando.

Mi accompagni dal medico?
Credi sia una buona idea?
Ci riesco, secondo te?
Sto andando bene?

Cinque Maggio

Ci sono giorni che fanno male più di altri. Sono più lunghi e più pesanti.
Fai tutto come al solito. Però devi fingere un po’ più del solito.
Oggi è uno di quei giorni.
Sento la tua mancanza ancora più del solito.
Penso che stasera ci sarebbe stata una cena, magari con gli amici, in qualche pizzeria alla buona. Come per i tuoi cinquant’anni. Oppure che semplicemente ci saremmo dovuti mettere a cenare intorno al tavolo tondo, nel tinello dei nonni. Una di quelle cene squallide che sanno di casa. Magari con la tovaglia buona, invece della solita, troppo corta per coprire tutto tutto il tavolo. Sicuramente con una torta alla fine. La crema chantilly dentro e le decorazioni di panna.
Invece sono in una casa non mia, in un letto non mio, circondata da cose che non mi appartengono.
La tua preoccupazione, che è anche quella di Nonna, di Padre e di tutti gli altri, era quella che io non riuscissi a sistemarmi, a trovare un lavoro. È  stata la vostra ossessione, la paura che io non fossi capace di mantenermi.
Sto lavorando. È una cosa provvisoria e non mi permette di mantenermi da sola, ma lavoro. Forse alla fine riesco a prendere pure questa laurea di merda, che ormai per me è solo motivo di vergognata, un monumento ai miei fallimenti. Però, in fin dai conti, la direzione è quella che auspicavate tutti.
Ho le giornate piene, prendo treni, metro, cammino, guadagno.
E lo sai come mi sento? Vuota e infelice. E sola, tanto sola.
Non ho qualcuno con cui condividere le mie cose, non ho una buona ragione per sorridere. Vivo meccanicamente, trascinata da una stupida inerzia. Non ho chi mi dia il buongiorno e la buonanotte. Non sono speciale per nessuno, anzi.
Vorrei sapere cosa ne pensi di quello che sto facendo. Vorrei parlarne con te.  Perché ci sei passata.
Tu riempivi pagine e pagine del quadernone cartonato a fiorellini. Io semino qua e là i miei pensieri, cercando di fare ordine. Sono silenziose grida d’aiuto.  Cose che vorrei dire, realtà che vorrei sovvertire. Le scrivo e spero che Lui legga. Le scrivo e spero che tu possa sentirmi. Spero di trovare comprensione. Spero che sia un brutto sogno.  Spero di svegliarmi e trovare la torta in frigo e un posto anche per Lui a tavola, per mangiarla tutti insieme.
Spero di trovare le risposte alle domande che non ti ho potuto fare.
Spero di riuscire a sopportare tutto questo dolore, tutta questa solitudine.  Spero che, almeno tu, veda la cosa nel suo insieme. Che almeno tu veda la via d’uscita a questo male e a questo vuoto. Spero che mi aiuterai. Spero di avere la forza. Quella che avevi tu.

Buon Compleanno, Mamma.