Cinque Maggio

Ci sono giorni che fanno male più di altri. Sono più lunghi e più pesanti.
Fai tutto come al solito. Però devi fingere un po’ più del solito.
Oggi è uno di quei giorni.
Sento la tua mancanza ancora più del solito.
Penso che stasera ci sarebbe stata una cena, magari con gli amici, in qualche pizzeria alla buona. Come per i tuoi cinquant’anni. Oppure che semplicemente ci saremmo dovuti mettere a cenare intorno al tavolo tondo, nel tinello dei nonni. Una di quelle cene squallide che sanno di casa. Magari con la tovaglia buona, invece della solita, troppo corta per coprire tutto tutto il tavolo. Sicuramente con una torta alla fine. La crema chantilly dentro e le decorazioni di panna.
Invece sono in una casa non mia, in un letto non mio, circondata da cose che non mi appartengono.
La tua preoccupazione, che è anche quella di Nonna, di Padre e di tutti gli altri, era quella che io non riuscissi a sistemarmi, a trovare un lavoro. È  stata la vostra ossessione, la paura che io non fossi capace di mantenermi.
Sto lavorando. È una cosa provvisoria e non mi permette di mantenermi da sola, ma lavoro. Forse alla fine riesco a prendere pure questa laurea di merda, che ormai per me è solo motivo di vergognata, un monumento ai miei fallimenti. Però, in fin dai conti, la direzione è quella che auspicavate tutti.
Ho le giornate piene, prendo treni, metro, cammino, guadagno.
E lo sai come mi sento? Vuota e infelice. E sola, tanto sola.
Non ho qualcuno con cui condividere le mie cose, non ho una buona ragione per sorridere. Vivo meccanicamente, trascinata da una stupida inerzia. Non ho chi mi dia il buongiorno e la buonanotte. Non sono speciale per nessuno, anzi.
Vorrei sapere cosa ne pensi di quello che sto facendo. Vorrei parlarne con te.  Perché ci sei passata.
Tu riempivi pagine e pagine del quadernone cartonato a fiorellini. Io semino qua e là i miei pensieri, cercando di fare ordine. Sono silenziose grida d’aiuto.  Cose che vorrei dire, realtà che vorrei sovvertire. Le scrivo e spero che Lui legga. Le scrivo e spero che tu possa sentirmi. Spero di trovare comprensione. Spero che sia un brutto sogno.  Spero di svegliarmi e trovare la torta in frigo e un posto anche per Lui a tavola, per mangiarla tutti insieme.
Spero di trovare le risposte alle domande che non ti ho potuto fare.
Spero di riuscire a sopportare tutto questo dolore, tutta questa solitudine.  Spero che, almeno tu, veda la cosa nel suo insieme. Che almeno tu veda la via d’uscita a questo male e a questo vuoto. Spero che mi aiuterai. Spero di avere la forza. Quella che avevi tu.

Buon Compleanno, Mamma.

2 Maggio

Ci sono le parole che sono schiaffi in faccia.
Ci sono legami fragilissimi che non si possono spezzare.
Ci sono cose che ci sono quando io ci sono, ma quando io non ci sono, scompaiono.
C’è il bene.
C’è che il bene non basta.
C’è che non basto io.
Ci sono energie che vengono meno.
Ci sono urla strozzate in gola.
Ci sono le spalle strette e la testa bassa e le braccia conserte, perché ho freddo dentro al petto e nella pancia.
Ci sono notti che non dormo.
Ci sono magliette e profumi e risvegli umidi di lacrime.
Ci sono gesti che non posso fare, la mano che non posso prendere.
C’è che non mi posso appoggiare.
Ci sono occhi che non si incontrano.
Ci sono errori su errori su errori.
Ci sono cose non dette che ci sono marcite in bocca. Ferite da coltello infette.
Ci sono gli altri.
Ci sono quelli che parlano, che vogliono il tuo bene, che sanno le cose a metà.
Ci sono cose che non riesco a non fare, anche se forse sarebbe meglio che non le facessi.
Ci sono giorni lunghi e lontani.
Ci sono mancanze.
Ci sono presenze nuove e dolorose.
C’è la voglia di ribellarmi e la paura di perdere.
Ci sono i sorrisi tirati e la voglia di non parlare con  nessuno. Solo stare stesa con gli occhi chiusi e lasciarmi andare a fondo.
Ci sono i vuoti. Della pelle, delle mani, del letto, della distanza, degli sguardi persi.
Ci sono i vuoti che sono solo i miei e ci sono i vuoti che altre persone hanno riempito.
Ci sono io che mi ripeto che sono forte e coraggiosa.
Ci sono le lacrime perché non me lo merito.
C’è che in realtà forse sono solo una cretina, illusa e patetica.

Non ci sei tu.
Non c’è nulla.

Spezzata

Sono scesa dal treno, con la valigia grande e pesante che nessuno mi aiuta a portare. Sono uscita dalla stazione, ho sceso la prima rampa di scale, con la valigia grande e pesante. Mi sono seduta a metà della seconda rampa, da dove si vede bene il mare, e ho pianto zitta dietro gli occhiali da sole. C’erano due ragazzine con un cane.
Non lo so quanto tempo è passato. Mi sono alzata e ho camminato fino a casa, trascinando sul basolato irregolare la valigia grande e pesante. Ho camminato al centro della strada e ho attraversato col rosso, senza guardare. Non sono arrivate macchine e ho pensato che domani la rifaccio quella strada e attraverso di nuovo a quel semaforo. Ho salutato la signora incrociata sul pianerottolo e sono entrata in casa. Ho posato la valigia grande e pesante e sono andata in bagno.
Ho chiuso la porta a chiave. Ho aperto l’acqua della doccia e mi sono spogliata.
Mi sono messa davanti allo specchio, quello lungo che sta sull’anta del mobiletto e ho guardato.
Ho visto piedi tozzi e informi. La ricrescita dei peli sulle gambe pallidissime. Ho visto cosce grosse, gli accumuli di grasso al loro esterno e il punto in cui si toccano nel mezzo. Ho visto il mio sedere grosso e coperto di cellulite e i fianchi troppo larghi. Ho visto quelle maledette bolle nell’inguine, che non so come mandare via perché per farlo ci vorrebbero trattamenti che costano soldi che io non ho. Sono rosse e io ho la pelle sottile e pallidissima. Si vedono le vene sotto.
Ho visto i seni troppo piccoli, sproporzionati rispetto al resto. Sembrano vuoti. Ho visto un brufolo sul mento e uno vecchio, sulla fronte e anche le occhiaie e la pelle grigia e i capelli sporchi.
E mi sono messa a piangere e mi sono vergognata, da morire. Mi sono sentita un verme. Mi sento un verme. E mi faccio ribrezzo.
Un inutile, insignificante, incapace verme.