No Title #2

Io non lo so. Se sono malata, se sono stupida, se sono pazza.
So solo che ho ventisei anni e non riesco ad avere una vita. Io non  ne posso proprio più.
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No Title

Il panico e la depressione hanno di nuovo avuto la meglio.
È andato a pezzi tutto.

Assenza della capacità.

Ho passato gran parte della giornata a riflettere sul concetto di impotenza.
Impotènza: s.f [dal lat. impotentia].
Assoluta e avvilente assenza delle normali o necessarie capacità.
Avvilente. Assenza della capacità di.
C’è stata un’epoca -che a me sembra l’altro ieri, ma in effetti parliamo di dieci anni fa- dieci? In che senso, deve esserci un errore- sì in effetti sono anche di più.
Comunque, c’è stata quest’epoca in cui l’unica cosa che facevo nella mia vita era vegetare. Perlopiù dormivo di uno strano sonno. Un sonno che non riposava e sembrava non bastare mai. Se non dormivo, me ne stavo a letto con gli occhi chiusi. Il desiderio di cancellare il mondo fuori, oppure di cancellare me stessa.
Impotènza.
Avvilente. Assenza della capacità di.
Mi lavavo a stento, vestirsi non se ne parlava neanche. Pigiami, tute, felpe. Nient’altro. Non avevo un posto dove andare, non avevo persone da vedere.
Non volevo andare in nessun posto, non volevo vedere nessuno.
Che sembra la stessa cosa e invece non lo è.
Quel sonno era strano, una specie di oblio. Una benefica pesantezza. Un po’ tipo una droga. Non ne potevo fare a meno, di stare a letto, di dormire, di tenere gli occhi chiusi.
Quando li aprivo, piangevo. Nel mio solito modo ordinato e silenzioso, sviluppato in anni di pianti notturni, di dolori segreti e pareti sottili. Oppure solo frutto di un’ attitudine. Alla riservatezza, al timore di disturbare, di infastidire, di essere giudicata -giudicarmi- debole, indifesa. Di fare pena. Fatto sta, che si contano sulle dita di una mano le persone che mi hanno vista piangere.
Impotenza.
Avvilente. Assenza della capacità di.
Non piangevo per un motivo particolare.
Piangevo per la solitudine. Perché era triste che tutto ciò che fossi in grado di fare fosse stare stesa a dormire e, tuttavia, non ero in grado di fare altro. Piangevo per invidia, di quelli che la mattina si alzavano, andavano a scuola, facevano sport, incontravano gente, si innamoravano. Piangevo perché io avrei voluto essere come loro e invece riuscivo solo a stare a letto, dormendo uno strano sonno.
Ma soprattutto piangevo per il dolore di vedere le persone che mi volevano bene arrabbiate, disperate, deluse dal fatto che tutto ciò che ero in grado di fare era stare a letto a dormire.
Impotenza.
Avvilente. Assenza della capacità di.
Prendete la prima della classe nella Classe delle Figlie e mettetele davanti sua madre, che si dispera, perché la figlia si è rotta. La figlia che ha dato sempre pochi problemi, che ha avuto sempre risultati eccellenti a scuola, che faceva sport e usciva con gli amici. Ad un tratto non si alza più dal letto. E lei non se ne fa una ragione, la prende con le buone, poi cerca di farsi aiutare, poi la prende di peso e la strattona e le tira via le coperte di dosso. E piange, urla e si incazza e strilla e dice che lei non ne può più di quella figlia rotta che sa solo dormire.
Per la figlia è uno shock, perché mai vorrebbe vedere sua madre torcersi le mani così, alzare la voce, scagliarle addosso cose, gridare forte forte e disperarsi. Mai vorrebbe vederla accasciarsi su una sedia, in preda al pianto e all’avvilimento. La figlia non vorrebbe essere rotta, se non altro per far contenta sua madre. Ma non sa fare altro che stare a letto e dormire, di un sonno che non la riposa, che la fa svegliare stanca e triste. E si arrabbia con se stessa, perché non sa fare altro, e con sua madre, perché non capisce che lei lo farebbe, ma non sa farlo.
Impotenza.
Avvilente. Assenza della capacità di.
Non ero mai stata dall’altra parte.
Penso di aver capito solo in questi giorni la disperazione di mia madre. Ho percepito chiaramente la rabbia che monta mentre sei costretto a stare a guardare la sofferenza dell’altro. Ho capito la sua insistenza nel tentare di scuotermi. Il parlare, dicendo cose a caso pur di riempire il mio silenzio ostinato e ostile, pieno di sensi di colpa. La frustrazione davanti ad un dolore che non puoi alleviare, non puoi neanche capire fino in fondo. Ho capito che è umano senso di protezione, amoroso tentativo di mettere fine a quella sofferenza. Ho capito la bocca che schiuma e la voglia di strapparsi i capelli e fare a pezzi tutto.
Io stavo male e lei era impotente.
Quando ero dall’altra parte, non la capivo. Sbagliavo.
Oggi mi sono dimenticata di essere stata dall’altra parte.
Ho sbagliato ancora.
Impotenza.
Avvilente. Assenza della capacità di.

Not Enough

La verità è che sto di nuovo facendo il conto alla rovescia.
Sembra che la mia vita sia destinata ad avere un tracollo tutti gli anni, da novembre in poi.
Conto di nuovo i giorni. Io non so mai che giorno è. Però in questo periodo lo so sempre.
Più si avvicina, più grande diventa il dolore. È tutto un pensare a cosa stavo facendo, rimettere in ordine ricordi, rivivere sensazioni.
È un dolore che non si spiega.
E che si somma sempre a qualche altro dolore. Ogni volta che credo che mi sia stata data la possibilità di  ricevere un po’ di sollievo, succede qualcosa che fa moltiplicare il dolore.
Mi ricordo odori di disinfettante, un colorito troppo giallo per essere sano. Le unghie che non avresti mai portato così lunghe. Mi ricordo il suono delle fiale avvolte nello straccio, perché non mi tagliassi mentre le aprivo. Tutte in fila sul comodino, un esercito di soldatini di vetro.
E sono giorni che fisso lo schermo del telefono, il colore delle spinte di Whatsapp, ché non ti puoi più sbagliare. Sono blu e tu non hai avuto risposta. Fisso lo schermo e penso a quelle ordinate file di fiale di vetro.
Penso che non è giusto che io sia condannata a perdere, sempre. Ad essere quella che resta, quella a cui viene detto che sì, è stato fatto tutto il possibile, hai fatto tutto il possibile, ma non è stato abbastanza.
Pensavo di potermi svegliare quella mattina e consolarmi col calore di un abbraccio. Soffrire ricordando il mio “sì, ma devo prima fare colazione”, guardandoti mangiare sul letto il succo all’Ace e i cookies con le gocce di cioccolato, con gli occhi pieni di sonno. Avrebbe avuto senso. Costruire qualcosa per il futuro, proprio quel giorno lì. Che a me il futuro me l’ha tolto.
Sono pensieri che si attorcigliano. Il fiato corto, il cuore che rimbomba in tutta la cassa toracica – bum bum bum.
Il sangue che pulsa, la testa che gira, la nausea. Aiuto, aiutami.
Sono stanca. Ti prego, aiutami. E non sai nemmeno più a chi lo stai chiedendo, se a lui che è lontano, con il corpo e con il cuore, se a lei che perché cazzo te ne sei andata e mi hai lasciato qui da sola? Io qua non ci so stare. Non ci eravamo arrivati ancora a questo capitolo, non era ancora finito il libro. Torna qua perché non è giusto e io sto male.
“Non ho mai conosciuto una persona forte come te”, così mi scrivesti. Ma io di forza non ne ho più, sono per terra con tutte le ossa rotte, perché mi hai portato in alto in alto, dove c’erano le stelle e la brezza leggera e i nuggets di pollo fatti in casa, e poi mi hai lasciato andare. Non sono abbastanza per rimanere lassù con te. Non ho più forza per rialzarmi da sola.
E oggi ho pensato, dopo tanto, tanto tempo, che se avessi davvero forza, se avessi davvero coraggio, non sarei più qui.

When a Tornado Meets a Volcano

I can’t tell you what it really is
I can only tell you what it feels like
And right now there’s a steel knife in my windpipe
I can’t breathe but I still fight all I can fight
As long as the wrong feels right it’s like I’m in flight
High off of love, drunk from my hate
It’s like I’m huffin’ paint and I love her
The more I suffer, I suffocate
Right before I’m about to drown, she resuscitates
Me, she fuckin’ hates me and I love it, Wait!
Where you going? I’m leaving you.
No you ain’t. Come back. We’re running right back
Here we go again, it’s so insane
Cause when it’s going good, it’s going great
I’m Superman with the wind in his back

She’s Lois Lane, but when it’s bad, it’s awful
I feel so ashamed, I snapped, “Who’s that dude?”
I don’t even know his name
I laid hands on her, I’ll never stoop so low again
I guess I don’t know my own strength

You ever loved somebody so much,
you could barely breathe when you with ‘em?
You meet, and neither one of you even know what hit ‘em
Got that warm fuzzy feeling, yeah, them chills, used to get ‘em
Now you gettin’ fuckin’ sick of lookin’ at ‘em
You swore you’d never hit ‘em, never do nothing to hurt ‘em
Now you’re in each other’s face spewing venom in your words when you spit ‘em
You push, pull each other’s hair, scratch, claw, bit ‘em
Throw ‘em down, pin ‘em, so lost in the moments when you’re with ‘em
It’s the fate that took over, it controls you both
So they say, you’re best to go your separate ways
Guess that they don’t know you ‘cause today,
That was yesterday, yesterday is over, it’s a different day
Sound like broken records playing over
But you promised her, next time you’d show restraint
You don’t get another chanceLife is no Nintendo game, but you lied again
Now you get to watch her leave out the window
Guess that’s why they call it “window pane”


Now I know we said things, did things that we didn’t mean
And we fall back into the same patterns, same routine
But your temper’s just as bad as mine is
You’re the same as me
When it comes to love you’re just as blinded

Baby, please come back, it wasn’t you, Baby, it was me.
Maybe our relationship isn’t as crazy as it seems
Maybe that’s what happens when a tornado meets a volcano
All I know is I love you too much to walk away though
Come inside, pick up your bags off the sidewalk
Don’t you hear sincerity in my voice when I talk?
Told you this is my fault, look me in the eyeball
Next time I’m pissed, I’ll aim my fist at the drywall
Next time? There won’t be no next time
I apologize, even though I know it’s lies
I’m tired of the games, I just want her back. I know I’m a liar
If she ever tries to fuckin’ leave again,
I’ma tie her to the bed and set this house on fire.

Rumore di Fondo

Sono indiscutibilmente una persona analitica.
Se c’è un problema, lo smonto in pezzi, lo guardo da tutti i lati, valuto tutte le opzioni. Tra tutte le soluzioni possibili, scelgo quella che mi crea meno problemi, non solo nell’immediato, ma anche in un futuro più lontano. Nel mio ideale, un problema, una volta risolto, non deve più ripresentarsi. Non deve più essere un problema.
Forse è carattere, forse è l’essere nata Vergine ascendente Gemelli, forse sono stati i dieci anni di psicoterapia. Forse è stata l’influenza del motto materno: “Se la soluzione c’è, perché ti incazzi? Se la soluzione non c’è, che ti incazzi a fare?”
Forse è solo indolenza, pigrizia. Forse è la vita che ti fa mettere le cose in prospettiva e ti spinge, laddove sia possibile, a voler semplificare.
Ci sono problemi che possiamo risolvere ed altri che non possiamo risolvere.
Ci sono problemi che non ci appartengono.
Ci sono problemi che non sono problemi.
Ci sono problemi che ci creiamo da soli, per non pensare ai problemi reali.
Ci sono opinioni che non contano.
Ci sono situazioni da affrontare, altre che semplicemente vanno trattate con indifferenza.
Ci sono battaglie che vale la pena combattere fino in fondo, altre per cui è bene almeno fare un tentativo. Altre ancora non meritano nemmeno di essere prese in considerazione.
Ho passato anni davanti a uno specchio a sentirmi dire che c’era qualcosa che poteva essere fatto meglio, che potevo tenere l’arabesque più a lungo, che dovevo sforzarmi per mantenere l’en dehors della gamba di terra.
Esiste un ideale di perfezione quasi matematico nella danza classica. Quando ti guardi allo specchio, hai in mente quell’ideale e non importa se sei consapevole di non poterlo mai raggiungere, devi continuare a provarci.
Quando l’insegnante ti si avvicina e ti ruota il piede, ti tira più su la gamba, ti colpisce il ginocchio per fartelo stendere, tu non fiati. Anche se fa un male cane. Impari a gestire il dolore. Dopo un po’ il muscolo si allunga, il corpo si abitua, il dolore passa.
La gamba è più in alto e il piede è più ruotato.
Sei meglio di come eri prima.
Non esistono gli altri, quando sei davanti allo specchio. Non c’è competizione. Ci sei tu, i tuoi limiti e la tua forza mentale, che cerca di buttarli giù.
La danza forma il carattere, tanto quanto il corpo, credo. Impari che il lavoro, alla fine, paga. La sofferenza, lo sforzo fisico e mentale portano un risultato. È razionale.
Più lavori, meglio lavori, tanto migliore riuscirai ad essere. E per lavorare al meglio, vanno seguite le regole.

Ogni tanto la gente pensa che io sia stupida.
Perché rispetto le regole, perché sto zitta, perché non rispondo alle provocazioni, perché mi faccio i fatti miei e non alzo la voce. Perché, se qualcuno fa o dice cose completamente diverse a quelle che faccio o dico io, finché non rappresentano un limite al mio pensiero e alle mie azioni, scelgo di ignorare.
Il fatto è che io sono cresciuta davanti a uno specchio, imparando a concentrare le mie energie, la mia attenzione sul mio obiettivo. Tutto il resto è rumore di fondo.
Quando sei lì, con la gamba per aria, che ti brucia come se dovesse prendere fuoco, non hai l’opportunità di fare caso a quello che ti circonda. Non puoi. Perché se per un attimo, un solo fottutissimo attimo, ti distrai, il dolore vince. Ti ritrovi ad essere al punto di partenza. E quando ci riprovi, oltre al peso della gamba, devi sopportare anche quello della frustrazione, dell’esserci andati vicino e aver fallito.
Ed è un peso che ho portato addosso troppo a lungo, finché non mi ha schiacciato. E non intendo farmi schiacciare più.
Quindi sì, magari sono ingenua. Magari sono stupida. Magari sono proprio deficiente.
Ma le reazioni educate, il seguire le regole, il non andare fuori dalle righe, il concentrarmi su di me dando poco peso a quello che c’è intorno sono l’arma più potente che conosca. Sono uno scudo invincibile.
Tutto il resto è rumore di fondo.

Ouch

Che poi succede sempre che, quando mi capita qualcosa di brutto, finisco per stare ancora più dimmerda perché vorrei parlarne con la mia mamma e invece non si può.
Io ci parlo comunque spesso con la mia mamma, eh. Mi ci faccio dei bei discorsi, perché so che tanto lei ascolta e so anche cosa risponderebbe. Avete presente il Super-Io freudiano? Ecco la mia mamma è più o meno il mio Super-Io. E va benissimo anche che ci sia il “super” davanti, perché lei alla fine è una specie di supereroina, che c’è sempre anche se non si vede, perché ha il potere dell’invisibilità, no?
Solo che poi capita qualcosa di brutto e allora ci vorrebbe proprio lei, che fa la camomilla con l’ alloro e ci soffia sopra finché non smette di bruciare e allora è come se soffiasse anche un po’ sopra il dolore e fa bruciare di meno anche quello.
Allora il punto è che, invece di sentire una mancanza, io ne sento sempre due alla volta; in ogni perdita, sento sempre due perdite, in ogni sconfitta, ne sento due. Ed è un bel po’ più faticoso così, no?
E stamattina mi sono svegliata sconfitta e perdente.
E com’era la storia della torre? Più vai in alto, più forte è la botta quando cadi. Allora diciamo che mi sento spiaccicata al suolo, perché sono caduta da parecchio in alto. Dal punto più alto a cui fossi mai arrivata negli ultimi 15 anni, diciamo. Ad attutire il colpo, ho trovato solo qualche pacchetto di fazzoletti, distrattamente buttato nel cassetto quando ho disfatto la valigia. C’erano i fazzoletti e una bustina per alimenti Ikea. di quelle ermetiche. Ci avevi messo dentro l’altro panino, fatto da te, perché dicevi che uno non mi sarebbe bastato, che il viaggio era lungo. È lungo il viaggio, ma lo rifarei altre mille volte, perché chi se ne frega del treno puzzolente, della noia, della gente che vuole parlarti per forza, alla fine conta solo che si arriva dove si vuole stare, no?
I pacchetti di fazzoletti non sono fatti per attutire cadute, sono fatti per soffiarsi il naso e asciugare le lacrime. La mia mamma teneva pacchetti di fazzoletti infilati in ogni angolo, in ogni borsa, perché non si sa mai. Poi, ad attutire le cadute, ci pensava lei.
E invece io sono spiaccicata al suolo. E lei non c’è. E nemmeno tu.
E allora fa male il doppio.