Sonosoloinvidiosa

Alla fine è successo. Ed il merito è tutto di Snapchat, un’applicazione che io, ingenuamente, avevo snobbato, rifiutato, sarcasticamente liquidato con un “è roba da bimbominkia”. Scusami, Snapchat, io non avevo capito che tu saresti stato il mio più grande alleato, la mia inconfutabile prova, il mio rasoio di Ockham. Tu, mio caro Snapchat, sei stato quello che il DNA mitocondriale è stato per Bossetti: l’evidenza incontestabile che la mia teoria è sempre stata giusta.

Posso affermarlo senza timore di essere smentita adesso.

LE FASHION BLOGGER MI STANNO SUI COGLIONI.

Dio, che liberazione! Che leggerezza d’animo.

Ma farò di più e argomenterò questa mia affermazione, così per il gusto di essere definitivamente emarginata dalla socialmediablogosfera, esiliata su Plutone e colpita da riti voodoo.

In realtà dire che mi sanno sul cazzo le fashion blogger è fuorviante.

Ah Kella, stai già ritrattando? Stai già cercando di indorare la pillola?

Giammai, ma voglio essere precisa. Non mi stanno sul cazzo tutte le fashion blogger, perché non tutte le fashion blogger sono uguali. Ci sono le fashion blogger in senso proprio, quelle che si occupano di moda, tendenze, che fanno ricerche, analizzano fenomeni, parlano anche di musica, vita, film, caselibriautoviaggifoglidigiornale. Tra le italiane mi vengono in mente Giulia di Rock ‘n’ Fiocc , Claudia di Piccolo Spazio Vitale o le Marziane  (ma definire loro come fashion blogger è quantomeno riduttivo).

Quelle che irritano il mio sistema nervoso sono le adepte del metodo Ferragni. Quelle che trascorrono la loro esistenza a fotografarsi i vestiti, a photosciopparsi i brufoli, a instagrammare i pasti, a snapchattarsi nei cessi. Ecco, quelle lì, Ferragni compresa, mi provocano l’orticaria e le ragadi anali.

E poteva essere una falsa percezione, la mia. Poteva essere un pregiudizio, la voce della frustrazione del mio ego inappagato. Io me lo sono posto il problema, eh. Io e la mia atavica insicurezza e convinzione di essere un peso per la società intera ci siamo chieste se il mio odio non fosse altro una mal riposta forma di invidia, uno scazzo potente dovuto al fatto che a loro sì e a me no. E invece è arrivato Snapchat. Costoro campano della fama che i social media hanno loro attribuito ed il massimo concetto che riescono ad articolare si condensa nell’ermetica quanto universalmente valida frase “AI GAIS! DIS IS MAI AUCFIC OV DE DEI! SEI AAAAAIIII!”

Il resto sono bocche a culo di gallina, primi piani infiniti che nemmeno Sergio Leone, molestie a cagnolini innocenti. Perché la regola vuole che tu abbia un cagnolino, se sei una fashion blogger. Ma guai ad avere un cane che pesi più di 5 chili. Devono essere bestiole maneggevoli, da seviziare a piacimento, sottoponendoli ad estenuanti sciuting e dando loro comandi in lingue che non conoscono e con un tono di voce la cui frequenza è a un passo dall’ultrasuono. Ti prego, Mati tu che sei l’ambasciatrice dei quadrupedi schiavizzati, al prossimo sei ai beibi, ruttale in faccia alla Ferry, che magari si toglie il vizio di romperti i coglioni.

1[foto di Vita su Marte]

Ui ar goin tu de puuuulll cosa, che stai mettendo i piedi a mollo nella vasca delle tartarughe che hai sul balcone della tua casa di Tor Tre Teste?

Sei sulla fottuta spiaggia di Bali e il meglio che trovi da fare è inquadrare il tuo ragazzo che si aggiusta le palle nella retina del costume, prima della trecentesima immagine di te no filter, ma con sei chili di illuminante e tre paia di ciglia finte in riva al mare?

Questo accanimento nel far vedere quanto la laif sia emeizing non lo tollero. Sono profondamente convinta che le cose belle (nel senso più vasto del termine) siano quelle che rendono la vita sopportabile. Ma penso che siamo tutti d’accordo sul fatto che non ci sono solo cose belle nella vita.

Nella vita c’è la ricrescita dei peli, le mutande da ciclo, la diarrea, lo smalto che si sbecca sempre al momento meno opportuno, il pigiama di flanella con gli orsetti e la felpa del 1986 color vomito ereditata da papà. Ci sono le mutande in pizzo a 12 euro l’una che si scambiano in lavatrice, c’è da lavare il cesso con i guanti gialli di gomma. Ci sono i 25 minuti di attesa dell’autobus, con quaranta gradi all’ombra e la coda di 15 chilometri in autostrada. C’è che vai a cena fuori e ti macchi il vestito nuovo, c’è la cellulite, ci sono i pori dilatati e la lettiera del gatto da pulire.

Ed è inutile che facciate finta che queste cose non esistano. SIETE FALSE CAZZO! (semicit.)

A tutte noi vagymunite piace parlare di vestiti, osservare gli altrui vestiti, giudicare gli altrui vestiti. I vestiti sono gioia, soddisfazione, veicolo di stabilità emotiva, “passione, ossessione“.

A tutte piace vederci belle. Ritrarsi quando ci si sente belle lo trovo quasi sano, sicuramente rassicurante. Ci fornisce l’imperitura testimonianza che non siamo poi dei cessi fotonici, è un tonico per lo spirito in quei giorni in cui la PMS ci attanaglia e siamo gonfie come dirigibili Duff. Se poi è qualcun altro a ritrarci, qualcuno che sappia che l’ISO non è una malattia venerea, allora si raggiunge l’apice dell’autostima ed è subito Giselle lévati e torna a nascondere i ritocchini sotto al burqua che ‘sta copertina è mia. E quante più consensi si riscuotono, tanto più la soddisfazione aumenta. Liketemi, cuoratemi, condividetemi, fate sì che quel deficiente che ha osato friendzonarmi si mangi le mani e le braccia fino alle clavicole, riducete in poltiglia l’auostima di quella stronza con le tette rifatte che fa sempre la svenevole col mio uomo.

Ma farsi scattare due foto con la reflex settata in automatico non è un lavoro. Dire che le marche X e Y sono super top troppo fighe perché in cambio vi danno tre smalti celesti con i glitter non è un lavoro.

Guadagnare è diverso da lavorare. E va bene, vi ci manterrete con quelle quattro foto in total look Tally Weijl (l’ho googlato), ma questo non vuol dire che voi lavoriate. E tantomeno che abbiate qualche merito.

E allora avanti adesso, a darmi della soloinvisiosa.

Porca troia, sì che sono invidiosa. Delle possibilità che la vita ha offerto ad alcune (e badate bene solo ad alcune) di queste miracolate. Delle persone no, non sono invidiosa. Sono sottilmente imbarazzata e spesso fortemente irritata dalla povertà di contenuti dei post dei loro blog, dalla ignoranza di chi, pur passando la propria vita a vantarsi degli emeising pleis che visita di continuo, si esprime in un inglese che non consentirebbe nemmeno di superare il PET del Cambridge.

La Ferragni, il male primigenio, scatena in me una incazzatura particolarmente acuta. Sei stata messa su un fottuto piedistallo, senza nessun merito particolare e non hai fatto nulla per dimostrare di essere degna di starci. Bella è bella, non fraintendetemi. E negli anni sono migliorati i suoi capelli, il suo trucco e i suoi vestiti. Quasi sempre, almeno. Ma lei non è migliorata affatto. L’unica sua dote è quella di essere una carinissima bambola, incapace in tutto meno che nel saltellare in giro e sbiasciare frasi stentate in inglese, tormentando il povero schiavo, filippino, fidanzato Andrea Arturo.

fescion-aicon-chiara-ferragni-L-KTG7UJ[IO NON DIMENTICO]

La Ferragni è sostanzialmente una Francesco Sole che ce l’ha fatta.  Una signora nessuno che, per una serie di fortunati eventi, si è trovata ad essere circondata da persone brillanti e di talento.

Sì, Riccardo Pozzoli, parlo di te. A te va la mia sincera stima. Tu hai preso una sciacquetta provincialotta e ne hai fatto un business milionario. Ecco, Pozzoli è uno che ha dimostrato, nel suo campo, di avere talento. E cervello. Al punto che, quando si è rotto le palle di stare in mezzo al circo, ha fatto un passo indietro, ha assoldato il buon Andrea Arturo (del quale credo abbia i genitori in ostaggio, perché altrimenti non si spiega perché questo povero uomo si presti a fare da zerbino e giullare di corte della Ferragni, delle sorelle della Ferragni, della mamma della Ferragni, della criù della Ferragni) ed è rimasto a godersi i big money, lontano dall’onnipresente telefonino e dal molesto SEI AAAAAIII!

Il decluttering, il crochet e la follia omicida

Sottotitolo: “Il dramma di Kella e la s/s2 2015”

Siccome, come al solito, qui vige la regola del “mi disagio es tu disagio”, inauguriamo oggi una serie di post per cercare di capire cosa cazzo metterci* addosso nei mesi a venire.

* il lettore interpreti liberamente il plurale come uno strumento retorico per coinvolgerlo e invogliarlo ad esprimere la propria opinione su tale scottante tematica o come sintomo della kafkiana metamorfosi di Kella in Mago Otelma.

Sono perplessa.

Il mio armadio è ridotto ai minimi termini, avendo subito delle purghe che nemmeno Stalin ai tempi d’oro. Ho buttato circa il 70% dei miei vestiti.  Tutto ciò che non mettevo da troppo tempo, tutto ciò che era troppo grande o troppo piccolo, tutto ciò che non sapevo abbinare o che disturbasse eccessivamente l’armonia cromatica del guadaroba. Sono stata colta da un sacro fuoco. di origine assolutamente ignota, che mi ha costretto a riempire buste su buste di “lo conservo e poi magari penso a come metterlo”. Io, l’accumulatrice seriale. Quella che fatica a separarsi anche dagli scontrini della farmacia.

Colta da una forma di minimalismo, ho operato una forma spietata di decluttering, che ha fatto sì che, ad oggi, il mio guardaroba sia così composto:

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I PANTALONI:

– n°2 jeans skinny Fornarina Eva: il più bel modello di sempre, ma quanto cazzarola costano. Dei due, solo uno è della misura giusta; l’altro è almeno una taglia troppo grande e posso metterlo solo con la cintura.

– n° 1 skinny nero di Zara, risalente al mesozico e probabilmente almeno una taglia troppo grande anche questo, in quanto non portabile senza cintura.

– n°1 girlfriend jeans di H&M: baggy il giusto, lavaggio chiaro, molto comodo. Difficile da abbinare come proporzioni.

GLI SHORTS

– n°4 shorts in denim di vari lavaggi e con vari livelli di distruzione, sfrangiature. Tutti molto corti. Molto.

– n°1 short in ecopelle nera, modello running. Tanto carino. Tanto difficile da abbinare mannagialcazzo.

– n° 1 short crochet di Zara che non solo è corto, ma è anche color pesca. Come se potessi permettermi uno short crochet color pesca. Come se fossi in grado di abbinare uno short crochet color pesca.

– n°1 short nero con bordo in pizzo di Zara. Una roba che, se sbagli abbinamento, è un attimo che ti vengono a chiedere quanto prendi, mentre attendi l’autobus alla fermata.

LE GONNE

– n° 1 gonna di pelle a ruota di Zara. A vita alta. Serve una tecnica del tutto particolare per sedersi senza pendersi una candida fulminante, appoggiando le pudenda a contatto diretto con una superficie a caso.

– n°1 origami skirt nera. Che gli dei della moda la abbiano in gloria, sarà pure vista e rivista, passeé, fuori moda, così 2013, ma mi ha salvato le chiappe in una molteplicità di situazioni e le voglio molto bene.

– n°1 gonna in ecopelle H&M. Corta pure questa, ma almeno non ci rimango nuda. Praticissima, versatilissima, pagata pochissimo. Il panico per capire con che scarpe abbinarla.

-n°1 gonna a fascia a fantasia b/n. La guardo con diffidenza. Non la so abbinare ed è corta e le fantasie mi fanno paura aiuto mamma!

-n°1 gonna blu elettrico a vita alta di Zara. Piuttosto elegante, di una lunghezza accettabile, di solito mi salva il culo quando devo andare ad una cerimonia/occasione formale/circostanza elegante. Mi fa pensare che potrei abbinarla ad un crop top e l’idea mi attrae e mi repelle nello stesso tempo.

I VESTITI

– n°1 maxidress nero senza spalline, per quando lo scazzo mi coglie in piena estate.

– n° 3 Little Black Dress, di varia foggia e tipologia. Tutti corti, proprio corti.

– n° 2 vestitini a fiori, di cui uno skater dress molto Anni ’90, che, se c’è un alito di vento, mi lascia in mutande ed un tubino di Topshop che adoro, ma fa schifo a tutti quelli che conosco, solo perché somiglia alla fodera di un divano.

I TOP

– n° indefinito di magliette e canotte bianche/nere/grigie, quasi tutte tinta unita, quasi tutte di pessima qualità.

-n° 4 magliette rosino/peschino/beigino.

– n°2 camicie da donna oversize, rosa e color mattone. Usate pochissimo perché rosa e color mattone.

-n°2 camicie di Abercrombie.

– n° 2 camicie di jeans, delle quali una mi piace solo aperta e l’altra è super oversize e non la posso usare sui jeans perché sta male ma ditemi se è vita questa.

-n°1 camicia senza maniche a righe verticali bianche e nere di Zara, comprata in un momento di iluminata follia. Finisco sempre per dimenticarmi di averla. In effetti me ne stavo dimenticando anche ora.

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Dunque, io ho dato un’occhiata nell’armadio, proprio per vedere se mi fossi dimenticata qualcosa, ma ho trovato giusto qualche felpa nera o grigia, un leggins nero e un pantalone di tuta da casa, oltre che una serie di cardigan neri e grigi più o meno lunghi. Poi non c’è più nulla.

Voi capite che non si può vivere così, che ho bisogno di comprare, di avere nuova roba. Non ho nulla da mettermi. E, quel che è peggio, non mi piace nulla. Sono settimane che guardo le vetrine, giro per negozi, consulto shop online e nulla. Niente, nisba, zero. Non c’è nulla che mi piaccia in giro. Non c’è nulla che stimoli la mia bramosia di vestiti, scarpe, accessori. Il che è preoccupante.

Buona parte del problema risiede in questo fastidioso ed esteticamente ripugnante discutibile mix di Anni ’70 ed Anni ’90 che gli/le influenZers vogliono a tutti i costi propinarci e le catene low-cost con loro. Ho girato Mango, Zara, Bershka, Stradivarius, H&M, Pull&Bear, Asos, Pimkie, OVS, Tally Wellj (la disperazione ha ragioni che la ragione non conosce e che ti spingono a guardare se ci sia qualcosa con cui coprire le pudenda perfino da Tally Wellj) e dovunque si respira quest’aria da wannabe Coachella però minimal però figli dei fiori però 100% poliestere perché siamo low cost mica per nulla.

I MORTACCI VOSTRI E DEL COACHELLA.

In questo mare magnum di crochet, crop top, stampe floreali, frangesufrangesufrangesufrange e colori, mi aggiro io, novella Alice di nero e grigio vestita, caduta nella tana di un Bianconiglio con evidenti problemi di dipendenza da LSD.

La mia violenza impenna davanti ai kimono 100% nylon, più infiammabili di una tanica di benzina. Mi prudono le mani guardando quegli orridi, terrificanti, vomitevoli coulotte pants. Mi sale il crimine ad ogni abbinamento top crochet e mommy jeans che incontro sulla mia strada. Mi viene voglia di urlare sentendo complimenti sperticati rivolti a persone vestite come cosplay di Jimi Hendrix a Woodstock, dopo un inverno passato a esaltare le gioie del minimal scandinavo, linee pulite, cappotti oversize e senza orpelli, tirati fuori dai Nineties e mocassino preppy.

Dormirò abbracciata alla mia collezione di magliette nere tinta unita di pessima qualità, stanotte.

Storia di Kella

Non prometto che questo non sarà l’ennesimo polpettone di angoscia esistenziale e odio profondo verso la vitadimmerda. Non è un bel periodo. Forse qualcuno lo ha appena appena subdorato. Quando le cose vanno così, tutto ciò che riesco a scrivere sono quella sorta di travasi di bile che vi propino. Roba non sempre cristallina nel suo significato, lo ammetto.
Quindi non prometto che non ci sia travaso di bile, ma tenterò di spiegare da dove viene, perché nasce.
Lo racconto e me lo racconto anche un po’ io, per andare a cercare l’origine del male.

Sono una persona strana. Una parte delle persone che conosco pensa che io sia tipo malata, che abbia qualcosa che non vada. Sono quelle che mi trattano con sufficienza, che non mi dicono quello che pensano di me; sono quelle che si comportano come se io fossi di cristallo. Poi c’è Padre che pensa che io sia una pigra, una che se ne è approfittata e a cui è piaciuto prendersela comoda; sí,  ci sarà pure stato qualcosa di vero, ma la cosa è diventata più grossa di quel che doveva.
L’atteggiamento di Padre spesso per me è stato motivo di frustrazione. Ma gli sguardi di pietà, le premure eccessive per timore delle mie reazioni sono stati un dolore sconfinato. Perché mi hanno costruito una cortina di silenzio intorno. Le persone non comunicano con me. Non mi parlano, non mi dicono se c’è qualcosa che non va, se sto sbagliando.  Per timore di ferirmi, perché pensano che sia inutile, perché non ne vale la pena.

Sono una persona strana.
Da bambina giocavo a dama e passavo ore con mio nonno e la sua enciclopedia Zanichelli. Indicava i frutti e gli animali e le bandiere e le tavole di anatomia al centro del grosso volume e poi mi diceva i nomi e io li ripetevo.
Sono stata una studentessa brillante, la prima della classe. Mi sono inimicata i compagni di classe perché ero brava, ma non me la tiravo, non leccavo il culo agli insegnanti e davo una mano a tutti, anche alla bambina cicciona dell’ultimo banco che tutti prendevano in giro.
Sono stata una bambina taciturna, col naso perennemente appiccicato a un libro. Sono stata l’amica dei maschi, con cui giocavo a basket e che mi trattavano come una di loro.
Ho cominciato a vacillare dopo la separazione dei miei. Una separazione dolorosa. Madre in depressione, mesi di mutismo con Padre, con cui non volevo avere nulla a che fare. Un vuoto enorme, una vita quasi perfetta che andava a pezzi.
Sono cominciati gli attacchi di panico. Durante le gite, mi sentivo malissimo. Restavo in albergo mentre gli altri andavano in giro. Vomito, debolezza, incapacità di muovermi, respiro corto.
Per molti versi la separazione mi ha reso adulta. Le amiche vivevano i primi amori e le prime delusioni. Io rimanevo indietro. Intrappolata dal complesso di Elettra, dall’assorbire il dolore altrui.
Le cose sono precipitate al liceo.
Semplicemente non uscivo più di casa. È cominciata la trafila della terapia comportamentale prima e di quella farmacologica poi.
È un casino, quando ti succedono certe cose a quell’età. Perdi delle tappe fondamentali. Niente primi appuntamenti, niente corteggiatori. La gente è spaventata o ha pena per te. Null’altro. Il panico è improvviso e totalizzante e allora eviti tutte quelle situazioni in cui non sai bene come comportarti, su cui non hai il controllo.

Il controllo è il problema. Senti che tutto ti sfugge di mano e allora diventi rigidissima e eviti tutto quello che non ti fa essere salda e lucida.
Non bevi e non ti droghi.
I miei amici sono sempre stati ragazzi normali. I ragazzi di provincia, quelli che bevono fino a star male, per noia, per stare insieme, per divertirsi. Che si fanno le canne. Qualcuno ha preso cocaina, qualcuno ha buttato giù qualche roba sintetica. La cosa non mi è mai riguardata. Non ho mai avuto un pensiero negativo su di loro per quello che facevano. Semplicemente io non lo facevo.
E allora, tra un sorriso e una battuta sulla mia onnipresente bottiglietta d’acqua, sono diventata quella strana. Bigotta, bacchettona, suora. Noiosa.
La gente si sente giudicata, credo. Come se il mio non bere e non drogarmi fosse un implicito atto d’accusa al loro bere e drogarsi.
Poco importa che nel frattempo abbia imparato a bere bene. Mi piace il vino,  a tavola, ben abbinato a quello che si mangia.
Resto la bigotta, bacchettona, suora, noiosa.
Se non fai certe cose, non sai divertirti. Non sai goderti una serata in un posto incasinato, andare a ballare, vedere posti, stare con persone.

Ma c’è un’altra cosa che la volontà di mantenere il controllo impedisce di fare: innamorarsi.
Per anni la mia preoccupazione più grande è stata non aggiungere dolore al dolore. Vivevo sofferenze talmente intense, che l’idea di una storia (immatura e sicuramente destinata a finire, come mi diceva il mio cervello in perenne allarme) corrispondeva per me solo all’idea di un ulteriore e inutile dolore.
E allora gli altri uscivano, si innamoravano, si lasciavano e io no.

Venirne fuori è stata una guerra. Quando finalmente mi sono sentita pronta a lasciarmi andare, abbastanza forte da rischiare, intorno ai 19/20 anni, il dolore per la perdita di Madre mi ha ributtato in un baratro senza fine.
Ho allontanato tutti. Anche gli amici più fidati hanno dovuto mollare la presa.

La verginità a 26 anni è un taboo. Appare assurda l’idea che sia una cosa che mi è capitata. Non c’è stata cosciente motivazione dietro. Non c’è causa religiosa, etica o sarcazzo per cui ho aspettato tanto. Deve esserci qualcosa. Devi essere malata o disturbata o difettosa o una suora.

A 26 anni ho conosciuto La Persona. E non ho più avuto paura di niente. Mi sono completamente affidata. È stato facile, naturale. Niente scene di panico, niente isterismi, niente  sanguemorteoddiolamortecheschifomaipiù. Anzi.
Pensi che finalmente le cose siano andate per il verso giusto. Trovi un senso a tutta lammerda che hai dovuto buttare giù per anni, al senso di inadeguatezza. Pensi che è valsa la pena aspettare il momento perfetto. Che è tutto meno che perfetto, ma va bene così.
Il fatto è che le cose non stanno così. Gli anni persi non si recuperano. E un giorno, senza preavviso, ti senti dire che non sai nulla e che non hanno voglia di insegnarti, perché a una certa età certe cose si sanno, non si chiedono. Non te l’hanno detto prima perché sono strana, ho qualcosa che non va.
E allora capisci che sei fuori tempo massimo.
Che sei rotta, forse malata. Che facevi bene ad aver paura e a tenere tutti lontano. Che il dolore, sommato ad altro dolore, è insostenibile.